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A proposto delle storie sugli “sciocchi”

Il presente testo parte dal saggio di Alberto Borghini “Storie massesi di identità” pubblicato in Semiosi nel folklore prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio 1998 il cui indice è visibile qui:I libri di La Giubba APS. Il saggio è pubblicato anche in allegato al presente testo.


1. Introduzione: lo “sciocco” dei racconti popolari come dispositivo culturale

La figura dello “sciocco” occupa, nella tradizione popolare europea, una posizione liminare tra comico e perturbante, tra rassicurazione identitaria e crisi dell’io. Lungi dall’essere mero personaggio di barzellette, lo sciocco si configura come una vera e propria funzione linguistico‑folklorica: un dispositivo narrativo che mette alla prova, sino al limite della catastrofe, i meccanismi elementari con cui una comunità organizza il senso, l’identità e il rapporto tra interno ed esterno, tra “noi” e “gli altri”.

Nel saggio di Alberto Borghini sulle “storielle massesi d’identità”, il racconto popolare “Battì caduto dall’altana”[1] è assunto come caso esemplare per mostrare come, entro l’area tematica dello sciocco, il comico di situazione tradizionale si saldi con una riflessione implicita ma acuta sulle condizioni stesse di identificabilità della persona. A partire da questo testo, e dal suo confronto con la novella di Andreuccio da Perugia di Boccaccio e con altre narrazioni orali (“Pe’ de Caldan” di Forno, Paolino da Perugia di Nerucci, la Saggia Elsa dei Grimm), è possibile delineare alcune costanti strutturali dei racconti sugli sciocchi nel folklore europeo, intrecciando prospettiva demoetnoantropologica e analisi semiotico‑morfologica.

2. Lo sciocco come funzione linguistico‑folklorica

Borghini colloca le storielle massesi in un quadro teorico influenzato dalla teoria delle catastrofi di René Thom e da una concezione “creodica” del significante: ogni processo, anche narrativo, si distribuisce tra zone di stabilità strutturale e zone di instabilità, in cui sono possibili biforcazioni improvvise, effetti di soglia e rotture catastrofiche. In questo quadro, lo sciocco non è tanto un carattere psicologico, quanto una modalità di funzionamento del racconto: una legge di svolgimento endogenetico dei significanti, dotata di una propria autonomia trascendentale rispetto all’evento iniziale che funge solo da innesco.

Nel racconto Battì caduto dall’altana, un incidente banalissimo – la rottura di una tavola nell’altana‑gabinetto e la caduta del protagonista in una piantagione di fagioli – innesca una sequenza che si autoalimenta secondo un meccanismo di circolo vizioso “sempre più iperbolicamente assurdo”. L’evento iniziale, via via che il racconto procede, si allontana sullo sfondo e l’attenzione si concentra sulla dinamica interna del fraintendimento: il fratello che, dall’interno della casa, nega recisamente l’identità di Battì; Battì che, di rimbalzo, giunge a dubitare della propria autoidentità fino alla celebre formulazione finale (“se invece sono a letto, allora non lo so nemmeno io chi sono io!!!”).

Questa autonomia endogenetica del decorso narrativo – per cui la vicenda sembra proseguire da sola, secondo una sua legge interna di accumulo paradossale – coincide, per Borghini, con la funzione linguistico‑culturologica della figura dello sciocco: un meccanismo narrativo che, partendo da un evento banale iniziale che funge da innesco, si sviluppa come un gioco di circolarità iperbolico in un crescendo sempre più paradossale che si allontana via via dallo spunto iniziale. Meccanismo che trova al suo limite estremo un disorientamento più o meno totale della vittima dell’evento iniziale, che cade in preda al dubbio sulla sua identità/identificabilità.  

3. Circolo vizioso, sosia e catastrofe d’identità

L’originalità del dossier massese sta nel mostrare come il “comico degli sciocchi” può essere portato al limite di una vera e propria catastrofe di identità/identificabilità. In Battì caduto dall’altana il gioco sul riconoscimento d’identità, tipico di molti aneddoti, è spinto fino a toccare il problema della “cardinalità fisica della persona”: l’io come unità minima e non ulteriormente divisibile viene messo in questione dal fatto che un familiare strettissimo afferma con sicurezza che Battì è altrove, nel letto, a dormire.

Il racconto lambisce così la vasta tematica del sosia, e più precisamente del falso sosia: se un “altro Battì” dorme nel letto, chi è il Battì che bussa? L’effetto catastrofico è doppio: dapprima si produce una crisi di identità/identificabilità (l’alter, qui rappresentato dal fratello, non riconosce l’io), poi una crisi di autoidentità, per cui l’io finisce per dubitare di sé stesso (“allora non lo so nemmeno io chi sono io”). Questo “doppio trapasso” – dalla ipoidentificazione operata dall’altro alla ipoidentificazione di sé – appare, nelle conclusioni di Borghini, come un procedimento di tipo generale, un vero e proprio schema dialogico con cui la tradizione popolare mette in scena la vulnerabilità dell’io rispetto agli sguardi e alle parole degli altri.

4. Spazio domestico, escrementi e confini dell’io

Un elemento decisivo, che collega la tradizione massese ad altri contesti europei, è il ruolo dello spazio domestico e dei suoi confini (latrine, chiassetti, orti) nella costruzione narrativa della catastrofe identitaria. Nel racconto di Battì, come nella prima parte della novella boccacciana di Andreuccio da Perugia, l’eroe viene espulso dal proprio spazio “normale” nel momento in cui si accinge a espletare un bisogno corporale; l’uscita dal domestico avviene per la stessa via degli escrementi, e l’eroe finisce “mescolato” a questi, nel fondo di un orto o di un chiassetto pieno di bruttura.

Questa topologia dello sporco – l’essere gettati, insieme ai residui del corpo, fuori dalla casa – segna narrativamente il passaggio dall’essere riconosciuto al non‑riconoscimento. L’eroe che torna alla porta di casa, imbrattato, viene trattato come estraneo, pazzo o ubriaco: è il caso di Andreuccio, respinto dalla falsa sorella siciliana che nega di conoscerlo, come se il soggiorno notturno tra gli escrementi avesse prodotto uno scarto irreversibile della sua posizione identitaria.

Borghini sottolinea come il “sito” – la casa, il letto, il convento nel caso di Pe’ de Caldan – funzioni qui da potente elemento identificante: dire dove uno è (a letto, in convento, a casa) significa, nel linguaggio popolare, dire chi è. Proprio la deviazione topologica dalla normalità del sito (io che dovrei essere a letto e invece busso alla porta; io che dovrei essere a casa e mi risveglio nel portico di un convento in abito monastico) innesca la seconda, iperbolica deviazione dalla normalità, quella in cui l’io non sa più chi è.

5. Confronti europei: Boccaccio, Grimm e oltre

Il confronto con Andreuccio da Perugia consente di misurare la specificità della catastrofe identitaria nei testi popolari rispetto alla letteratura alta. Pur presentando un motivo analogo – un congiunto o falso congiunto espulso dallo spazio domestico/parentale durante un bisogno corporale e non più riconosciuto da chi è all’interno –, la novella di Boccaccio non oltrepassa mai, secondo Borghini, la soglia della crisi di autoidentità: Andreuccio riconosce l’inganno, ma non dubita mai di sé. Lo svolgimento del racconto resta, da questo punto di vista, all’interno di una “zona di supporto del creodo”, senza biforcazioni catastrofiche sul piano logico‑reale.

Del tutto simile al racconto del Boccaccio (forse un suo calco) è una novella tratta da Sessanta novelle popolari montalesi, di Gherardo Nerucci (Firenze, 1880), che ha per protagonista un giovane chiamato Paolino giunto dalla vicina Perugia per acquistare una cavalla. Qui la parte della bella siciliana che inganna Andreuccio è recitata da due bellissime ragazze che si fingono cugine dell’eroe. Si ripropone in questa novella il motivo dell’espulsione dallo spazio domestico attraverso la “bodola spalancata” del licit, così che il giovane precipita in fondo all’orto e subisceanch’egli, successivamente, la sorte di non essere riconosciuto dalle false parenti.

Ben diverso è il caso delle storielle massesi, come quella di Pe’ de Caldan[2], ubriacato dagli amici, travestito da frate e abbandonato nel convento dei Cappuccini. Al risveglio, interrogato dai frati che non lo riconoscono, Pe’ formula una soluzione perfettamente “sciocca” ma strutturalmente analoga a quella di Battì: chiede di andare a vedere se a casa c’è Pe’ de Caldan; se non c’è, allora lui è Pe’ de Caldan, se invece è in casa, lui è un frate. Di nuovo, il dispositivo narrativo porta dall’alter (in questo caso la comunità dei frati cappuccini) che non riconosce la vittima della burla, all’io che smarrisce sé stesso, con il travestimento che sostituisce narratologicamente il misconoscimento da parte degli alteri della comunità di appartenenza.

La fiaba dei Grimm “La saggia Elsa”,  viene richiamata da Borghini come esempio di “generazione autonoma” dei significanti a partire da un significante che si presenta inizialmente come marginale: la donna viene mandata dalla madre in cantina a spillare della birra; di fronte a un piccone dimenticato sulla parete della cantina, Elsa costruisce, per pura proliferazione immaginativa, uno scenario catastrofico che la porta a piangere per la morte di un figlio ancora inesistente a causa di quel piccone dimenticato dai muratori. Il decorso narrativo genera per contagio una sequenza circolare di situazioni analoghe che coinvolgono via via gli altri componenti della famiglia. Qui la funzione dello sciocco non passa attraverso l’alter che non riconosce, ma attraverso una logica interna che, a partire da un dettaglio marginale, si allontana all’infinito dalla situazione di origine. L’elemento comune con il dossier massese è l’idea di un processo endogenetico del senso, che sfrutta un dettaglio del contesto per produrre un crescendo di assurdità logicamente motivato dal punto di vista del personaggio.

6. Paesi sciocchi, confini identitari e creodia del racconto

Se si sposta lo sguardo dalle figure individuali dello sciocco (Battì, Paolino, Pe’, Elsa) all’ampia tradizione europea dei “paesi sciocchi”, emergono chiare le funzioni identitarie di questo repertorio. Attribuire a un villaggio o a un’area geografica una serie di storie di stoltezza, travisamenti e circoli viziosi significa, da un lato, marcare confini (“noi non siamo come loro”); dall’altro, mantenere aperta, in forma comica, la possibilità che la catastrofe di senso tocchi tutti, invertendo facilmente la direzione del riso.

Borghini suggerisce che la semplicità quasi “scheletrica” di raccontini come Battì caduto dall’altana è solo l’emergenza fenomenica di articolazioni significanti di grande complessità, la cui natura è essenzialmente intertestuale: la stessa unità di sequenza (“un congiunto espulso dallo spazio domestico durante un bisogno corporale non viene riconosciuto al suo ritorno”) attraversa infatti infiniti testi, popolari e letterari. In termini creodici, ogni racconto d’identità si colloca su un tratto contingente di un percorso potenziale molto più ampio: zona di stabilità nel caso di Andreuccio, zona di catastrofe nel caso di Battì e Pe’.

Da una prospettiva demoetnoantropologica, questo significa che la figura dello sciocco – individuale o collettivo – offre alla cultura uno spazio protetto per sperimentare, ridendo, ciò che altrimenti sarebbe insostenibile: la possibilità che il riconoscimento reciproco fallisca, che il sito domestico smetta di garantire identità, che l’io si scopra, anche solo per un istante, “fuori posto” rispetto a sé stesso.

7. Conclusione: lo sciocco come laboratorio di identità

Il materiale massese analizzato da Borghini, messo in risonanza con Boccaccio, Grimm e con il più vasto repertorio dei “paesi sciocchi”, mostra come lo sciocco sia, per la tradizione europea, meno una figura di deficienza intellettiva che un operatore simbolico di soglia. Attraverso meccanismi di circolo vizioso, di travestimento, di espulsione dallo spazio domestico e di proliferazione endogenetica dei significanti, le storie degli sciocchi mettono alla prova i criteri con cui si definisce chi è chi, dove sta e come viene riconosciuto.

In tal senso, queste narrazioni costituiscono un vero e proprio laboratorio di identità collettiva: permettono di pensare, sotto la copertura del riso, tanto la dipendenza dell’io dagli sguardi altrui quanto il ruolo fondamentale dei luoghi (la casa, il letto, il convento, la latrina) come ancore semiotiche dell’identità. Collocate in questa prospettiva, le storie degli sciocchi si rivelano un osservatorio privilegiato per studiare la morfologia culturale del soggetto, le dinamiche di inclusione/esclusione comunitaria e la sottile linea che separa il senso comune dalla catastrofe del senso.

Bibliografia essenziale per le questioni teoriche trattate nel testo (oltre ai lavori già citati)

A.A.V.V., La teoria delle catastrofi, Milano, Angeli 1985, a cura di P. Bisogno

Atti del convegno Locale/globale. Significante/significato, Torino – Castello del Valentino 17 maggio 1991, in “Linguistica e letteratura”, XV, 1990, a cura di A. Borghini

P. Bogatyrëv – R. Jakobson, Il folclore come forma di creazione autonoma, in “Strumenti critici”, I, 3, 1967

A. Borghini, Percorsi “universali” dell’identità, relazione tenuta al convegno su Funzio- ne del narcisismo e struttura della personalità. Il ritorno a S. Freud di J. Lacan (Torino 25- 26 ottobre 1991), a cura della Sede di Torino del Gruppo Italiano della Scuola Euro- pea di Psicoanalisi, in “Thelema. La psicanalisi e i suoi intorni”, 5, 1994, pp.63 sgg.

  1. Borghini, Prospettive e ipotesi di una semiosi del creodo, in corso di stampa

I. Kant, Critica della ragion pura, trad. it. Bari, Laterza 1959

  • B. Mandelbrot, Gli oggetti frattali, Torino, Einaudi 1987 Ch. S. Peirce, Semiotica, trad. it. Torino, Einaudi 1980

J. Petitot-Cocorda, Identità e catastrofi, in A.A.V.V., L’identità, trad. it. Palermo, Sellerio

1980, a cura di Cl. Lévi-Strauss

J. Petitot-Cocorda, Difficoltà logiche e filosofiche dell’idea di tempo, in A.A.V.V., Le fron- tiere del tempo, trad. it. Milano, Il Saggiatore 1981, a cura di R. Romano

J. Petitot-Cocorda, Morfogenesi del senso, trad. it. Milano, Bompiani 1980

R. Thom, Modèles mathématiques de la morphogénése, Paris, Union générale d’éditions 1974

R. Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, trad. it. Torino, Einaudi 1980

L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, trad. it. Torino, Einaudi 1980

Zenone di Elea, in I Presocratici. Testimonianze e frammenti (Diels-Kranz), trad. it. Roma- Bari, Laterza 1983, vol. I (29)


[1] A. De Angeli, Astuti e stolti nella tradizione orale di Forno, in “Le Apuane”, VIII, 15, maggio 1988, pp.89-90; poi nel volume Forno: immagini e narrativa popolare, a cura di A. Cerboncini, Comune di Massa, Type Service 1991, pp. 52-54.

[2] Forno: immagini e narrativa popolare, cit., p. 41.