La rima che nasce nel respiro di un canto
Un viaggio nell’ottava rima improvvisata dei poeti a braccio toscani, e nella serata che li porta al Museo l’11 luglio
1. Una poesia che si inventa nell’attimo
Proviamo a immaginare una sera d’estate di tanti anni fa, su un’aia di montagna. Finita la giornata di lavoro, qualcuno attacca a cantare. Non recita versi imparati a memoria: li sta inventando in quel momento, uno dopo l’altro, mentre gli altri ascoltano in silenzio. È il canto a braccio, e la sua forma è l’ottava rima. Otto versi, tutti endecasillabi, cioè di undici sillabe, legati da uno schema di rime preciso: il primo torna al terzo e al quinto, il secondo al quarto e al sesto, gli ultimi due chiudono insieme. Chi canta si appoggia a una melodia molto antica, sempre uguale, che gli detta il passo. Basta seguirla per sapere a che punto del verso si trova e quante sillabe gli restano prima della rima.
La cosa che ci commuove di più è che questa arte è nata dove i libri quasi non arrivavano. Molti poeti a braccio erano contadini o pastori con poca o nessuna scuola. Eppure conoscevano a memoria interi passi dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata, e da quei grandi poemi cavallereschi traevano immagini, parole, modelli. La poesia, per loro, non era un lusso da persone istruite. Era un modo di stare al mondo, di raccontare la fatica e la festa, di farsi riconoscere dalla propria comunità.
2. Il contrasto: due voci, un tema, nessun vincitore
La forma più bella e più viva di questo canto è il contrasto. Due poeti si affrontano su un tema, spesso deciso lì per lì dal pubblico: il giorno e la notte, la scienza e la natura, la moglie e il marito. Ciascuno difende la sua parte in ottave, senza sapere prima cosa dirà, con una sola regola: deve riprendere la rima lasciata da chi lo ha preceduto e rilanciare. Alla fine non c’è chi vince e chi perde. Si canta insieme un’ultima ottava, un verso a testa, e il gioco si chiude nel rispetto reciproco.
Vale la pena chiarire un punto, perché spesso si fa confusione. Il canto del Maggio della Garfagnana è un’altra cosa: lì i testi si scelgono da un repertorio conosciuto o si preparano prima, e le forme metriche possono variare. La poesia estemporanea, invece, si costruisce davvero nell’istante. Sono due rami dello stesso albero, la cultura orale toscana, ma con radici e regole diverse. Oggi questa tradizione resiste soprattutto in pochi luoghi. In provincia di Grosseto, a Ribolla e a Pomonte, sopravvivono raduni che chiamano improvvisatori da tutta la Toscana e dal Lazio. E dal 2006, grazie anche a un artista popolare come David Riondino, è nata “L’ottava”, una vera accademia della letteratura orale che porta questa arte nelle scuole e sui palchi.
3. Marco Betti e Lorenzo Michelini, due voci di oggi
A tenere accesa questa fiamma, ai giorni nostri, ci sono anche i due poeti che ospiteremo al Museo. Marco Betti è un poeta a braccio tra i più attivi della scena toscana. Lavora da anni sul patrimonio orale con il progetto Lentopede, e conosce da vicino sia l’improvvisazione sia il maggio garfagnino. Non è un semplice esecutore: tra il 2010 e il 2013 ha guidato a Firenze una scuola di improvvisazione poetica voluta dalla Fondazione dell’Ottava, e ha portato il contrasto in ottava rima su molti palchi, accanto a nomi noti come Riondino e Carlo Monni. Scrive anche poemetti in ottave che raccontano il mondo contadino con ironia e tenerezza, segno di una tradizione che sa ancora inventare storie nuove.
Lorenzo Michelini viene dalla scuola di improvvisazione poetica di Terranuova Bracciolini, uno dei luoghi dove questa arte si è tramandata con più cura. Si è misurato nei contrasti con poeti storici dell’ottava toscana e continua a cantare stornelli e ottave nelle piazze e nelle veglie, quei contesti informali dove la poesia a braccio dà il meglio di sé. Insieme, Betti e Michelini rappresentano bene ciò che vogliamo mostrare: una tradizione che non è pezzo da museo, ma pratica ancora capace di sorprendere chi la ascolta per la prima volta.
4. «Il viottolo della poesia»: la tradizione torna in piazza
Tutto questo prenderà voce la sera dell’11 luglio, alle 21, a Piazza al Serchio, con la serata pubblica «Il viottolo della poesia». Marco Betti e Lorenzo Michelini si sfideranno a colpi di ottave improvvisate, e chi verrà potrà assistere dal vivo a qualcosa che non si può registrare in anticipo, perché nasce e muore nell’attimo in cui viene cantato. L’ingresso è libero, e la serata fa da apertura al cammino della Scuola del Dire Cantare Danzare, che quest’anno torna con la sua quarta edizione.
Ci piace pensare che quel “viottolo” del titolo dica la verità di questa poesia. Non è una strada larga e asfaltata, non passa dalle mode. È un sentiero stretto, di terra, che qualcuno ha continuato a percorrere quando tutti gli altri lo davano per perduto. Chi verrà ad ascoltare, quella sera, camminerà per un tratto su quel sentiero. E scoprirà che è ancora percorribile, ancora vivo, ancora capace di portarci da qualche parte.
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