«Maledetta è questa casa»: i fantasmi di Roma, tra paura e risata
Giovedì 12 novembre, ore 21 – Giovedì al Museo, in presenza e online
Un ospite d’oltremare che non esiste
Il servo Tranione si affanna davanti alla porta di casa. Il padrone, Teopropide, è appena rientrato da un lungo viaggio per mare. In quella casa il figlio ha passato mesi a banchettare e a scialacquare il patrimonio, e proprio ora gli amici sono ancora dentro, ubriachi. Per tenere il vecchio lontano dalla soglia Tranione ha bisogno di un’idea, e gli viene la migliore: la casa è infestata. Lì dentro, racconta, si aggira lo spirito di un mercante venuto d’oltremare, Diaponzio. Il suo ospite lo uccise per l’oro e lo seppellì di nascosto sotto il pavimento, senza esequie. L’Orco non lo ha accolto nell’Acheronte, perché è morto anzitempo, e così il fantasma è rimasto a vagare tra quelle mura. Gli fa dire Tranione: scelestae hae sunt aedes, impia est habitatio, «maledetta è questa casa, empio è abitarvi».
Siamo nella Mostellaria di Plauto, commedia di circa duecento anni prima di Cristo, il cui titolo viene da mostellum, «piccolo spettro». Il fantasma non esiste: è un’invenzione da cima a fondo. Eppure funziona, e fa paura. È questo paradosso, un fantasma che non c’è ma che svolge ugualmente il suo compito, a dare il titolo all’incontro di giovedì 12 novembre alle ore 21 ai Giovedì al Museo: Il fantasma che non c’è e altri racconti “di paura” in Plauto e Petronio. Relatrice sarà la professoressa Annamaria Cotrozzi, che ha insegnato Didattica del latino al Dipartimento di Filologia classica dell’Università di Pisa. Si occupa da anni di Plauto, Terenzio, Virgilio, Seneca e Petronio, e di recente ha pubblicato il commento al quarto libro dell’Eneide (Pisa University Press, 2023).
Campi maledetti, lupi e streghe
La bugia di Tranione regge perché attinge a un repertorio che il pubblico conosceva bene: il morto senza sepoltura che non trova pace, la casa che porta con sé la colpa di un delitto. La Mostellaria adatta con ogni probabilità una commedia greca perduta, il Phasma, e questo fa pensare che il racconto circolasse già da tempo nella tradizione orale. Lo stesso Plauto, nel Trinummus, mette in scena un altro servo bugiardo, Stasimo, che descrive un podere di famiglia come un luogo stregato. I buoi muoiono al quinto solco, l’uva marcisce prima di maturare, un albero sì e uno no viene colpito dal fulmine, e ogni proprietario ha fatto una brutta fine, tra esilio, morte e impiccagione. Il suo interlocutore esclama che in quel campo deve aprirsi la porta dell’Acheronte.
Due secoli e mezzo più tardi, il registro comico cambia tono senza perdere la sua ambiguità. Nel Satyricon di Petronio, durante la cena del ricchissimo liberto Trimalchione, il convitato Nicerote racconta un viaggio notturno con un soldato. Giunti in un cimitero, il compagno si spoglia, urina in cerchio intorno ai vestiti e si trasforma in lupo; poi fugge ululando nel bosco, e gli abiti abbandonati diventano di pietra. È uno dei più antichi racconti di licantropia della letteratura occidentale. Nicerote chiama l’uomo versipellis, «colui che cambia pelle», e giura di non mentire «per tutto l’oro del mondo». Trimalchione rilancia con una storia di streghe. Le Nocturnae, le creature della Notte, hanno rubato il cadavere di un bambino e al suo posto hanno lasciato un fantoccio di paglia, senza cuore né visceri. I commensali restano a bocca aperta e, baciata la mensa, pregano le donne della notte di starsene a casa loro mentre tornano dalla cena. Petronio ride dei suoi personaggi, ma con quelle pagine ci ha conservato un patrimonio di credenze popolari che altrimenti sarebbe andato perduto.
Credere o non credere: Cicerone e Plinio
Gli antichi credevano dunque ai fantasmi? La risposta è meno scontata di quanto sembri, e la serata la affronterà mettendo a confronto due voci molto diverse. Cicerone, nelle Tuscolane, considera un errore da superare l’idea che le anime dei morti abbiano voce e corpo. Ricorda il pubblico di teatro, donne e bambini compresi, che rabbrividisce a sentire uno spettro dichiarare di essere giunto dall’Acheronte «per una via profonda e scoscesa», e osserva che nessuna ombra può parlare senza lingua, palato e polmoni.
Più di un secolo dopo, Plinio il Giovane scrive all’amico Sura una lettera (7, 27) che è quasi un piccolo trattato sul soprannaturale. I fantasmi esistono e hanno una forza propria, gli chiede, oppure prendono forma dalla nostra paura? Per rispondere racconta tre episodi. Il primo è la profezia della figura femminile, l’Africa, che appare a Curzio Rufo. L’ultimo riguarda misteriose presenze che di notte tagliano i capelli a due ragazzi della sua casa. Al centro sta la storia destinata a diventare il prototipo di tutte le case infestate. Ad Atene una dimora spaziosa resta disabitata perché di notte vi risuona un clangore di catene e compare un vecchio scarno, dalla barba lunga, con i ceppi ai piedi. Il filosofo Atenodoro la prende in affitto, siede a scrivere per non lasciare la mente in balia della fantasia e, quando lo spettro gli fa cenno, lo segue con la lucerna fino al cortile, dove la figura svanisce. Il giorno dopo si scava in quel punto e affiorano ossa avvinte in catene. Ricevono pubblica sepoltura, e da allora la casa resta tranquilla. Lo schema è identico a quello inventato da Tranione: un morto insepolto, una dimora contaminata, un rito che ristabilisce l’ordine.
Dalla Roma antica alle veglie di Garfagnana
C’è qualcosa di familiare in queste storie, e non è un caso. Nei primi giorni di novembre, quando la tradizione popolare apre le porte al ritorno dei morti, il paterfamilias romano che a maggio, durante i Lemuria, gettava fave nere alle spalle per allontanare gli spiriti di casa sembra meno remoto. Altrettanto vicini appaiono il lupo mannaro, che le nostre valli hanno continuato a temere fino a pochi decenni fa, e le streghe che rovesciano «ciò che è su all’ingiù», antenate dirette di quelle evocate nelle veglie di Garfagnana. Il Museo ha dedicato a questi temi diversi studi, tra cui una nota di Alberto Borghini su due passi del Satyricon, tra cui quello del lupo mannaro. Ascoltare i classici con orecchio folklorico significa scoprire che il confine tra letteratura e credenza è sempre stato poroso. E forse la domanda di Plinio a Sura, se i fantasmi esistano o se siamo noi a dar loro forma, non ha mai smesso di essere attuale.
L’incontro si terrà giovedì 12 novembre alle ore 21 presso il Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico, in via Ducale 4 a San Michele di Piazza al Serchio (Lucca), e sarà seguibile anche online. Per partecipare, in presenza o a distanza, è necessario prenotarsi al link https://bit.ly/novembregiovedi. Per informazioni: cell. 351 952 7312, info@museoimmaginario.net.
