Il cliente che non ribatte mai
Nel testo che Pitrè dà a stampa, la madre di Giufà è povera e il figlio, per dirla col narratore, un «babbeo, scansafatiche e imbroglione»: tre qualità che non vanno nella stessa direzione e che bastano a far sospettare che lo sciocco non sia del tutto sciocco. La donna ha da parte un pezzo di stoffa e lo manda a venderlo in un paese lontano, «a qualcuno che parla poco». Quello che accade dopo è il più celebre contratto concluso nel silenzio della novellistica italiana.
Il creditore con la zappa in prestito
In piazza Giufà grida «Chi vuole stoffa» e la gente accorre e dice subito la sua: troppo pesante, troppo cara. Giufà conclude che parlano tutti assai e non vende a nessuno. Vaga finché non si infila in un cortile deserto, dove c’è soltanto una statua di gesso. «Volete comprare questa stoffa?» La statua tace. «Voi sì che parlate poco»: le mette la stoffa addosso e rimanda il pagamento all’indomani, come si fa con un cliente di fiducia.
Il giorno dopo la stoffa non c’è più (il testo non dice chi l’abbia presa, e non sembra importare). Giufà chiede il denaro, poi minaccia, «ti faccio vedere chi sono io», e per farlo a regola d’arte va a farsi prestare una zappa: il creditore che per riscuotere si indebita. Mazzate, la statua cade, e nella pancia c’è una brocca piena di monete. A casa il resoconto è un piccolo capolavoro di comicità nera: ha venduto la stoffa a uno che non parlava, ieri sera non ha pagato, stamattina «l’ho ammazzato» ed ecco i soldi. La madre, che il narratore definisce donna sveglia, non perde tempo a correggerlo: non dire niente a nessuno e spendiamoli poco alla volta.
Quando il silenzio è un serpente
La versione trascritta al numero 43 di un’altra raccolta, e chiusa dalla nota «raccontata dalla mia mamma», cambia il cliente e sposta il peso della morale. Qui la madre spiega perché bisogna vendere a chi parla poco: «ché gli altri t’imbrogliano». Il silenzio non è più una stranezza, è una garanzia di onestà. Giufà tira dritto davanti a tutte le donne che lo fermano per strada e si siede stanco fuori dal paese, dove vede uscire da un buco una serpe che non parla. Le lascia la stoffa, aspetta un poco e, non vedendo denari, torna a casa a mani vuote.
La madre lo prende a bastonate, con quella formula dialettale che significa picchiare alla cieca, e lo rimanda a riscuotere. Giufà batte sul muro nel punto in cui la serpe è sparita, lo sfascia e trova una pentolina piena di monete d’oro. Le versa in un sacco, lo copre di spine e se lo carica. Ai passanti che chiedono cosa porti risponde con una battuta che è anche una verità: «se non credi, tocca e vedi». Tutti toccano, si pungono e lo prendono in giro.
Il bello viene dopo, ed è la parte che nella versione siciliana manca. La madre, «tanto prudente quanto il figlio era sciapo di sale», nasconde il tesoro in una cassa e mette in scena una pioggia di fichi, uva passa e uova sbattute gettate dal solaio sul figlio sdraiato. Quando Giufà va in piazza a vantarsi del sacco di denari e i carabinieri bussano alla porta, la donna fa la sua sceneggiata: ma come, dar retta a quello scimunito? Giufà, che ha sentito tutto, la smentisce davanti ai militari raccontando proprio la pioggia di fichi. «Lo vedete com’è scemo?» dice lei. I carabinieri ridono e se ne vanno. La favola, chiude il narratore, è detta, e ci si toglie il berretto.
Giucca, che non era pazzo «ma ‘nzomma»
Nella Toscana dell’Amiata lo stesso personaggio ha un altro nome. Pitrè stesso e Croce dopo di lui riconoscevano in Giucca il fratello di Giufà, e il *Giucca matto* raccolto a Santa Fiora dalla voce di Genoveffa Magnani (la scheda reca la data 23.2.77 e la classificazione AT 1538) lo conferma, a cominciare dalla definizione di chi racconta: figlio di una vedova, «non era pazzo, ma ‘nzomma».
Qui lo sciocco subisce l’inganno invece di inconsapevolmente arricchirsi. Madre e figlio comprano un maialino che cresce oltre il quintale; sulla strada del mercato un frate gli propone una scommessa, perde la bestia sostenendo che quello è un castrabecco, e Giucca resta senza maiale. La seconda metà della fiaba è la rivincita, e occupa quasi tutto il racconto: travestito da dottore manda dodici frati sulla montagna a cercare un’erba miracolosa e intanto conciare per le feste il padre guardiano; poi, cambiati i panni con un bifolco, si fa picchiare dai frati che lo cercano; infine minaccia di bruciare il convento se non gli verranno mandati tre muli carichi di vettovaglie. I muli arrivano. Giucca ospita i frati, li purga con la minestra, li costringe a dormire tutti in un letto e li fa scappare nudi tra le «marruche» piantate sotto la finestra, lasciando muli e roba. Il luogo è preciso, tra Castel del Piano e Arcidosso, e i frati sono Cappuccini.
Chi parla, chi tace, chi non è creduto
Messe una accanto all’altra, queste tre storie raccontano tre economie della parola. Per il Giufà di Pitrè il silenzio è fiducia: chi non protesta è un buon cliente, e il tesoro nasce da questo equivoco. Per la versione n. 43 il silenzio è onestà, una difesa contro chi ti truffa a parole, e la madre diventa regista di una messinscena. Per Giucca la parola è l’arma dell’avversario: il frate vince con una scommessa ben parlata, e Giucca può vendicarsi solo imparando a fingere con altrettanta faccia tosta. Anche le spine tornano come filo rosso: nel sacco di Giufà, che si punge chi vuole credere, e sotto la finestra dei frati, che si pungono invece di credere troppo tardi.
Non lontano da Giucca, nelle stesse pagine di Santa Fiora, una breve scena di ladri ripete la stessa lezione al contrario: due ladri in un podere sentono dire «sette a letto, sette sotto il letto, sette siamo e sette andiamo» e scappano pensando a un reggimento di soldati. Una frase mal intesa basta a sgombrare una casa.
Resta il dettaglio più bello, quello dei carabinieri. Il solo abitante del paese che dice la verità, e la dice con ostinazione, è l’unico che nessuno può prendere sul serio. La madre lo sa e lo usa: la follia di Giufà è la cassaforte in cui l’oro dorme tranquillo.
