Roncisvalle non finisce mai

A Catania, quando qualcosa va in rovina, si dice che «è successa la valle». Il modo di dire viene dal teatro dei pupi: nella scena in cui i paladini muoiono a Roncisvalle, per tradizione, la scena si sconquassava e i pupi finivano a pezzi. Da quella strage di eroi è rimasto un proverbio, ed è un buon indizio di quanto l’epica cavalleresca sia entrata nella lingua e nell’identità di un popolo.

Giovedì 22 ottobre il Museo ha dedicato a questo tema una serata, “Epica viva”, nel ciclo degli incontri del giovedì: l’Opera dei Pupi siciliana messa a confronto con il Canto del Maggio dell’Appennino tosco-emiliano. Con noi c’erano Jo Ann Cavallo, della Columbia University, autrice del libro di cui si parla, collegata da New York, e Alessandro Napoli, conservatore del Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino di Palermo e membro della famiglia di pupari dei Fratelli Napoli, che ha sostituito il direttore Rosario Perricone, assente per malattia.

I pupi e la giustizia che il mondo non dava

Napoli ha ricordato che le due grandi tradizioni, la palermitana e la catanese, prendono forma intorno al 1835 grazie a famiglie come i Greco, i Canino, i Crimi e i Grasso, e che il loro testo di riferimento è la Storia dei paladini di Francia di Giusto Lodico. Le differenze si vedono anche nei pupi. Quelli palermitani sono più piccoli, hanno il ginocchio snodato e la spada che torna nel fodero. I catanesi arrivano a un metro e trenta, hanno le gambe rigide e la spada fissa, e nel loro teatro, che dialoga con il verismo, le parti femminili sono affidate a una parlatrice. I fili settecenteschi lasciarono il posto a due aste di metallo, più adatte a combattimenti che il pubblico voleva vedere duri.

Quel pubblico era fatto di ceti subalterni, e gli storici ci dicono perché amasse tanto i paladini. Le sconfitte di ogni giorno trovavano nella vicenda carolingia una risoluzione mitica, e l’aspirazione alla giustizia contro il male, che ha il volto del traditore Gano di Magonza, diventava una promessa che si poteva guardare in scena. Quando la televisione e le trasformazioni sociali di cui parlava Pasolini incrinarono questo mondo, le famiglie dei pupari dovettero cercare un pubblico diverso. Un aiuto decisivo venne da Antonio Pasqualino, dalla stessa Cavallo e dall’Associazione per la Conservazione delle Tradizioni Popolari, che portarono la tradizione dentro gli studi senza sottrarla alla scena.

Il Maggio, cantato fino all’ultima parola

Sull’Appennino la stessa materia ha preso un’altra strada. Enrica Dallari ha presentato il Canto del Maggio, o maggio drammatico: teatro popolare cantato in versi rimati, nato dall’incontro tra cultura popolare e cultura letteraria e rappresentato in primavera e in estate all’aperto o nei teatrini di paese. L’area è quella dell’Appennino tosco-emiliano, dalla Garfagnana alla Lucchesia, dalla Lunigiana al Pistoiese, e Pisano fino al Reggiano, al Modenese, al Parmense e al Bolognese.

I testi attingono ai cantari medievali e ai romanzi cavallereschi filtrati da Boiardo, Ariosto e Tasso, ma anche a storie bibliche e storiche, con lo scontro tra cristiani e saraceni, l’onore e la giustizia al centro. Dallari ha ricordato gli studi di Alessandro D’Ancona, Paolo Toschi e Romolo Fioroni e il libretto manoscritto Alessandro nell’Indie, conservato nel Museo e studiato da Linda Barwick. In scena si vedono costumi vistosi, elmi piumati, armi di legno o di metallo, e si ascolta un recitativo cantato sostenuto da violino o fisarmonica, guidato dal capomaggio o suggeritore. Il Museo lavora perché questa tradizione si rigeneri, con il Canto del Maggio festival e con il progetto Dire cantare e danzare nel solco della tradizione.

Il confronto si è fatto concreto con due proiezioni. La prima mostrava Astolfo e San Giovanni, dal viaggio sulla luna dell’Orlando furioso, interpretato dalla giovane compagnia Figli d’arte Cuticchio con la regia di Giacomo Cuticchio. La seconda era Orlando e la maga Dragontina, della compagnia di Asta, tratto dall’Orlando innamorato di Luca Sillari. Michele Neri, lettore e cantastorie del Museo, ha poi recitato dal vivo alcune ottave, tra cui l’arrivo di Angelica alla corte di Carlo Magno.

Un libro che tiene insieme due teatri

Jo Ann Cavallo ha raccontato come tutto sia cominciato negli anni Novanta, con tre pupi comprati come souvenir e con un programma estivo a Scandiano che la portò sulle montagne dove si canta il maggio. Ne sono nati documentari e il sito e-Boiardo, e nel 2025 il volume Narrazioni epiche nella cultura popolare italiana. L’Opera dei Pupi siciliana e il maggio tosco-emiliano, pubblicato dalle Edizioni Museo Pasqualino. Raccoglie undici saggi scritti tra il 2001 e il 2025 più un saggio conclusivo, disposti secondo la cronologia delle fonti epiche. Vi si trovano le riscritture dell’Iliade e dell’Odissea, Rinaldo a Roncisvalle, le figure di Angelica e Bradamante, i personaggi non cristiani, le ideologie politiche locali nel maggio reggiano, le eroine di Tasso e un antieroe ribelle come Morbello detto Malaguerra. Gli ultimi due saggi riguardano l’alterità e la diversità nei pupi e la resilienza delle compagnie siciliane dopo la pandemia.

L’epica contro la guerra

La discussione è tornata più volte su una domanda attuale: queste storie di battaglie possono parlare di pace? Cavallo ha risposto di sì, e ha detto che il messaggio antimilitarista dei pupi e del maggio emerge con urgenza crescente, tema che ha portato anche al Tehran International Puppet Festival. Interrogata sulla doppia natura del maggio, a volte conservatore e a volte contestatore, ha indicato due esempi: il Roncisvalle di Romolo Fioroni, vicino ai valori del potere costituito, e il Rodomonte della compagnia di Asta, che ha un respiro di contestazione. Il maggio, ha spiegato, rispecchia le contraddizioni della società che lo canta.

Napoli ha datato a Catania una svolta: dopo i bombardamenti del 1943, nel 1978 andò in scena il copione di Mino Amico su Don Chiaro, che rifiuta ogni guerra. Con Fiorenzo Napoli quel rinnovamento ha superato la contrapposizione rigida tra cristiani e saraceni e ha rivalutato episodi complessi come quello di Agolante di Biserta. Luca Sillari ha confermato l’impronta pacifista della compagnia di Asta e ha ricordato la messa in scena dell’Orlando innamorato a Milano nel 2004. Ha aggiunto che la raffinatezza del verso consente di dire qualunque pensiero critico senza scandalizzare nessuno.

Dalla chat è arrivata una traccia romana: Claudio Corvino ha segnalato il vicolo della Spada di Orlando, una testimonianza del ciclo carolingio scritta nella toponomastica della città. Napoli ha annunciato l’uscita a novembre di un suo volume sulla tradizione catanese per le Edizioni Pasqualino.

Roncisvalle, a quanto pare, non finisce mai: si ripete ogni volta che qualcuno prende in mano un pupo o intona un’ottava, e a ogni ripetizione c’è un pubblico che spera, ancora, che questa volta la storia vada diversamente.