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«Qui finisce l’opera». Rossella Martina e gli ultimi giorni di Puccini

Il pianoforte era coperto di polvere. Così Giacomo Puccini descriveva, nelle lettere dell’ultimo anno, lo stato del suo lavoro su Turandot. Il terzo atto si era fermato alla morte di Liù, e lì restava, mentre i librettisti gli spedivano i versi del finale e lui li rimandava indietro, insoddisfatto. Da quell’immagine, un grande compositore immobile davanti alla tastiera, è partita la serata online del Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico di giovedì 15 ottobre. Condotta da Simona Nobili, ha avuto per ospite la giornalista e saggista Rossella Martina, autrice di Gli ultimi giorni di Puccini. Turandot il sogno incompiuto (dreamBOOK edizioni) e di Giacomo Puccini. Gloria e tormento, la biografia più letta nell’anno del centenario della morte.

Una fiaba venuta da lontano

Che una sera dedicata a Puccini trovasse casa in un museo dell’immaginario non è un caso. Turandot nasce come fiaba, e di quelle antiche. Martina ne ha seguito le tracce fino alla Persia di oltre mille anni fa, attraverso echi nella letteratura greca, latina e islamica. Nel Settecento un orientalista francese la inserì nella raccolta I mille e un giorno, dove fu l’unico racconto destinato a sopravvivere nella memoria comune. Poi vennero le versioni teatrali in francese, in tedesco e in italiano, prima fra tutte quella di Carlo Gozzi.

L’idea arrivò a Puccini nel 1920 da Renato Simoni, compagno di caccia prima ancora che librettista, che firmò il testo con Giuseppe Adami. Per il compositore era anche una risposta. Nel 1912 un libello di Fausto Torrefranca aveva liquidato la sua musica come vecchia e superata. Turandot doveva essere l’opera grandiosa, corale, esotica, con strumenti cinesi costruiti apposta. Ma Puccini piegò la fiaba alla propria sensibilità. Diede alla crudeltà della principessa un movente, la vendetta per un’antenata violata e uccisa. E inventò Liù, la piccola schiava che muore per amore. Secondo Martina il personaggio porta l’ombra di Doria Manfredi, la giovane cameriera di Torre del Lago che si tolse la vita nel 1909, travolta dai sospetti di Elvira. Forse non è un caso che la penna del Maestro si sia fermata proprio lì.

La gola, la diagnosi, Bruxelles

La seconda parte del racconto ha preso il tono di una cronaca clinica, e in sala virtuale è sceso il silenzio. Nell’autunno del 1923 cominciò un mal di gola che non passava. Puccini fumava moltissimo, e i medici per mesi non trovarono nulla. Solo nell’ottobre 1924 arrivò la diagnosi di un tumore alla gola, comunicata prima al figlio Antonio. Il 3 novembre Arturo Toscanini, con cui pure aveva litigato aspramente negli anni della guerra per il suo pacifismo, andò a trovarlo a Viareggio. Ascoltò la Turandot e fu scelto per dirigerne la prima. Puccini, ha ricordato Martina, scherzò sul rischio di non finirla: allora qualcuno avrebbe dovuto dire al pubblico che l’opera si fermava lì, perché l’autore era morto.

Il giorno dopo partì per la clinica del dottor Ledoux a Bruxelles, accompagnato soltanto da Antonio. Elvira restò a casa. Le cure con il radio, inserito nella gola con aghi, culminarono in un intervento di oltre quattro ore, in anestesia locale perché il diabete non consentiva altro. Da allora non poté più parlare. Respirava da una cannula e comunicava con piccoli biglietti scritti a matita. Il 29 novembre 1924 il cuore cedette. Morì lontano dalla moglie e da tutte le donne della sua vita. Elvira non partecipò a nessuno dei tre funerali, a Bruxelles, Milano e Torre del Lago.

Diciassette mesi più tardi, il 25 aprile 1926, Toscanini salì sul podio della Scala per la prima. Arrivato alla morte di Liù, posò la bacchetta e si voltò verso il pubblico, mantenendo la promessa scherzosa di Viareggio.

L’uomo dietro il mito

Il libro, e la serata con esso, non si limita alla fine. Martina ha restituito un Puccini fragile e contraddittorio. Visse un matrimonio infelice con Elvira, che lui stesso chiamava «la carabiniera». Ebbe una lunga relazione con Giulia Manfredi, cugina di Doria, da cui nel 1923 nacque con ogni probabilità un figlio, Antonio Manfredi, mantenuto in segreto con un assegno mensile e abbandonato dopo la sua morte. Fu uno scrittore di lettere instancabile: se ne stimano circa ventimila, dodicimila delle quali conosciute. Fu un timido che in vita sua non tenne mai un discorso pubblico e che diceva di stare meglio con gli stivaloni che con lo smoking.

Le domande del pubblico hanno allargato il quadro. Si è parlato del rapporto tormentato con i librettisti: Illica e Giacosa si ribellavano, Adami assecondava. Si è parlato dell’amicizia con Pascoli e dei due tentativi falliti con D’Annunzio, e di una posizione politica più disinteressata che schierata. Su tutto è tornato il lago di Massaciuccoli, con i capanni e la caccia alle beccacce, unico luogo dove il Maestro sembrava davvero in pace.

Forse è questo il punto in cui la vicenda di Puccini tocca la vocazione del nostro museo. Anche lui, alla fine, è diventato racconto, con le sue versioni, i suoi silenzi e un finale che qualcun altro ha dovuto scrivere. Turandot è rimasta una fiaba senza la sua ultima pagina. Resta da chiedersi se non sia proprio quell’interruzione a renderla, ancora oggi, così viva.

Il prossimo appuntamento è per giovedì 22 ottobre, con la prof.ssa Jo Ann Cavallo da New York, che parlerà di Narrazioni epiche nella cultura popolare italiana.