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Paladini di legno, paladini in carne e ossa

Romeo Sala, autore di Maggi nato nel 1905, ricevette un giorno da New York quattro volumi di romanzi cavallereschi. Li aveva scritti un catanese, Costantino Catanzaro, e li aveva stampati a Palermo l’editore Giuseppe Leggio, che spediva le sue dispense direttamente agli emigrati siciliani negli Stati Uniti. Prima di arrivare sull’Appennino, quelle storie di Guido di Santa Croce avevano quindi attraversato l’oceano due volte. Sala ne ricavò un Maggio, Zanclea delle Stelle, probabilmente senza sapere di avere tra le mani la stessa letteratura che, all’altro capo della penisola, faceva combattere i pupi.

Jo Ann Cavallo ha ricostruito vicende come questa negli ultimi vent’anni, inseguendo le copie della Storia dei Paladini di Francia nelle case dei maggerini e i copioni manoscritti nelle famiglie dei pupari. Insegna Italianistica alla Columbia University, dove è arrivata partendo da Boiardo. Giovedì 22 ottobre alle 21, in collegamento proprio da New York, sarà ospite dei Giovedì al Museo per presentare il volume Narrazioni epiche nella cultura popolare italiana. L’Opera dei Pupi siciliana e il Maggio tosco-emiliano (Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2025).

Due teatri, una sola biblioteca

Il punto di partenza è un’osservazione di Antonio Pasqualino. Secondo lui i Maggi epici sono gli spettacoli con attori viventi che più somigliano all’Opera dei Pupi, sia nel contenuto sia nella forma. Pasqualino però non era andato oltre, e Cavallo ha sviluppato quell’intuizione. Le due tradizioni sono nate in mondi lontanissimi: i teatrini urbani di Palermo e Catania, frequentati da uomini e ragazzi dei quartieri popolari che seguivano i paladini sera dopo sera per mesi, e le radure dei castagneti appenninici, dove contadini, pastori e boscaioli cantavano la domenica pomeriggio d’estate. Hanno però attinto allo stesso patrimonio. In entrambe tornano l’Orlando Innamorato e il Furioso, la Gerusalemme liberata, i Reali di Francia, il Guerrin Meschino e la rotta di Roncisvalle.

Cavallo ha dimostrato che quella biblioteca comune non era fatta soltanto dei grandi poemi. La “Bibbia dei pupari”, cioè la Storia dei Paladini di Francia riscritta in prosa da Giusto Lo Dico a metà Ottocento e ampliata da Leggio, circolava anche nella terra del Maggio. Giacomo Alberghi, uno degli autori più noti dell’Appennino reggiano, scrisse due Maggi intitolati Guidosanto e uno intitolato Morbello, entrambi personaggi nati dalla fantasia siciliana. Un altro autore chiamò la sua maga Drogantina, come nel testo di Lo Dico, anziché Dragontina, come in Boiardo. Anche la Lucchesia ha la sua traccia: un Maggio molto rappresentato in provincia di Lucca racconta la storia di Fioravante e Drusolina ma si intitola I Paladini di Francia, perché quello era il nome del libro da cui l’autore l’aveva presa.

Epica viva, non museo del passato

Il volume va però oltre la ricerca delle fonti. Le tradizioni folkloriche vengono spesso considerate forme conservatrici, che ripetono di generazione in generazione ciò che hanno ricevuto. Cavallo sostiene il contrario: pupari e maggerini non traducono i poemi, li reinventano, e quando li cambiano tendono a renderne più nitidi i temi. Il Maggio di Ginevra di Scozia trovato a Castelnuovo di Garfagnana ne è un buon esempio. Nel Furioso la legge scozzese che condanna a morte la donna sedotta non viene mai abolita. Nel Maggio invece Ginevra, salvata, chiede al padre e ai giudici di cancellarla, e il coro risponde con un verso secco: «Lo faremo certamente!».

Nel poema questa scena non c’è, ed è stata la comunità di montagna ad aggiungerla. Da questi testi emerge un’idea di giustizia che mette in discussione il potere, anche quello di Carlo Magno, e diffida delle identità rigide e contrapposte. Secondo Cavallo, persino le battaglie tra cristiani e saraceni, pur fondate sul conflitto, finiscono per favorire la comprensione reciproca. Per questo pupari e maggerini non si limitano a intrattenere e possono ancora parlare di questioni che riguardano il nostro tempo.

C’è poi una coincidenza che in Garfagnana non può passare inosservata. Si ritiene che il Maggio epico sia nato tra Garfagnana e Lunigiana, territori che appartenevano allo Stato estense. Ludovico Ariosto fu commissario ducale in Garfagnana dal 1522 al 1525. È soltanto un’ipotesi suggestiva, e Cavallo la presenta come tale, ma tiene viva la domanda su come la poesia di corte sia diventata patrimonio dei paesi.

La serata

Interverrà Rosario Perricone, editore del volume e direttore del Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino di Palermo, l’istituzione che più di ogni altra ha custodito la memoria dei pupi. Chiuderà l’incontro Michele Neri, contastorie e lettore, che canterà un’ottava dell’Orlando Innamorato: il momento in cui Angelica compare alla corte di Carlo Magno. Mimmo Cuticchio lo considera uno degli episodi più amati dal pubblico dei pupi, perché è da lì che cominciano le storie più belle, intrecciate d’amore, di duelli e di incanti.

L’appuntamento è al Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico, in via Ducale 4 a San Michele di Piazza al Serchio, ma è possibile seguirlo anche online, prenotandosi su https://bit.ly/giovediottobre collegamento al link https://tinyurl.com/meetmuseo. Chi ha visto un Maggio nella radura e un’opra nel teatrino potrà riconoscere nei due spettacoli gli stessi gesti: la mano alla fronte per dire che si pensa, al petto per dire «io», all’elsa della spada quando le parole non bastano più.

Un approfondimento qui: La Bibbia dei pupari nella terra del Maggio. Le idee di Jo Ann Cavallo sull’epica popolare – Il maggio drammatico