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Geografie dell’assurdo e archetipi dello sciocco: un’analisi demo-etnoantropologica de “I matti di Gello”

Nuova fiaba pubblicata, oggi Marco Betti ci racconta “I matti di Gello”

La fiaba può essere ascoltata su Spotify al seguente link: I matti di Gello

La tradizione orale italiana, e in particolare quella toscana, abbonda di racconti comici basati sulla figura dello “sciocco del villaggio” o, più frequentemente, su intere comunità marchiate dallo stigma dell’ottusità. La narrazione de I Matti di Gello si inscrive perfettamente in questa categoria, localizzando le vicende in un preciso contesto geografico: Gello Biscardo, un piccolo paese situato sulla strada che collega il Valdarno al Casentino. Questo meccanismo di localizzazione non è casuale: nel folklore, l’attribuzione di comportamenti assurdi a una comunità reale e limitrofa funge da strumento di derisione e di rafforzamento della propria presunta identità “razionale”.

1. L’agricoltura paradossale: aghi e grilli

Il primo episodio del racconto si svolge nel mercato del sabato ad Arezzo, dove i protagonisti acquistano degli aghi convinti dal venditore che si tratti di sementi in tutto e per tutto equiparabili al grano. Questa “semina degli aghi” rappresenta un rovesciamento carnevalesco del sapere agropastorale. I contadini, che dovrebbero essere i depositari per eccellenza della conoscenza dei cicli naturali, si mostrano qui incapaci di distinguere un artefatto metallico da un seme biologico.

L’assurdità culmina nel momento in cui i matti di Gello, invece di assistere alla germinazione, si trovano di fronte a dei grilli saltellanti nel campo e decidono di appostarsi agli angoli del terreno armati di fucile per sparare agli insetti. Da un punto di vista etnoantropologico, questo passaggio esaspera la disconnessione tra l’uomo e l’ambiente: uno strumento letale (il fucile) viene impiegato per arginare un banale fenomeno naturale, creando un effetto di comicità grottesca fondata sulla sproporzione tra l’azione e lo scopo.

2. La contesa cosmica e l’egemonia urbana

Il secondo nucleo narrativo affronta il tema del viaggio. Accecati e infastiditi dal sole durante i loro abituali tragitti verso Arezzo, gli abitanti di Gello decidono di intentare un’assurda causa legale contro l’astro solare stesso. Per farlo, si rivolgono a un celebre e scaltro avvocato cittadino, retribuendolo in natura con le ricchezze della loro terra, ovvero prosciutti e caciotte.

Questo episodio codifica in modo brillante il secolare e subalterno rapporto di potere tra la campagna e la città. I contadini, nella loro ingenuità, credono che le leggi della giurisprudenza umana possano piegare le leggi del cosmo. L’avvocato, che incarna l’astuzia della borghesia urbana, accetta il bizzarro incarico per proprio tornaconto materiale, risolvendo infine il problema con un espediente banalissimo: consiglia ai malcapitati di mettersi in viaggio di notte, in modo da evitare la presenza del sole. Il professionista urbano sfrutta l’ignoranza dei provinciali per arricchirsi senza compiere alcuno sforzo legale.

3. L’epilogo: spoliazione e perdita dell’identità

Seguendo devotamente il consiglio dell’avvocato, i matti iniziano a viaggiare di notte, ma per la stanchezza finiscono per addormentarsi per strada. Durante il sonno, cadono vittima dei briganti che li derubano della loro preziosa asina (la “miccia”) e, per spregio definitivo, tagliano loro barbe e capelli rasandoli a zero.

Il risveglio segna il culmine “filosofico” della fiaba: non riconoscendosi più a vicenda a causa dell’aspetto stravolto, il gruppo sprofonda in una vera e propria crisi identitaria. La surreale constatazione conclusiva — pronunciata dal più arguto del gruppo: «Se siamo noi ci hanno rubato la miccia, ma se non siamo noi s’è trovato un carretto!» — chiude il racconto su una nota di alienazione totale. L’identità (il “noi”) viene concepita come legata unicamente all’aspetto esteriore e ai beni materiali (l’asina, il carretto, la barba); venuti meno questi, l’individuo non esiste più.

Conclusioni

I Matti di Gello non è soltanto una divertente sequenza di gag, ma un vero e proprio catalogo delle paure che attraversavano le società premoderne. Attraverso il prisma dell’iperbole comica, la narrazione tramanda un avvertimento sociale: l’ignoranza delle cose del mondo, la cieca fiducia in figure autoritarie estranee (i venditori del mercato, l’avvocato cittadino) e la disattenzione portano inesorabilmente alla spoliazione dei propri beni e all’annullamento della propria identità.