Il maggio che non c’era più. E che c’è ancora
Una riflessione sull’invenzione della tradizione e su cosa succede il 18 settembre al Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana
La domanda che nessuno fa
C’è un’immagine che circola spesso attorno al canto del maggio drammatico della Garfagnana: quella di una tradizione sopravvissuta, tenace, radicata nei borghi come la pietra dei muri a secco. Una pratica che si sarebbe tramandata di padre in figlio, di voce in voce, attraverso secoli di vita contadina.
È un’immagine bella. È anche, in parte, falsa.
George Fausch, ricercatore svizzero che percorse la Garfagnana tra il 1956 e il 1959 per la sua tesi all’Università di Zurigo, annotò che il maggio garfagnino era già allora in agonia. L’ultima esibizione ricostruibile risaliva al 1957. I cantori sopravvissuti erano individui isolati, non portatori di una pratica collettiva ancora viva: custodi di una memoria che il paese aveva smesso di condividere. Emigrazione, ferrovia, radio, Prima guerra mondiale avevano allargato l’orizzonte culturale dei borghi abbastanza da svuotare il calendario rituale che dava senso al maggio.
Questo è il punto di partenza onesto. Non la continuità, ma l’interruzione.
Invenzione non è falsificazione
Nel 1983 gli storici Eric Hobsbawm e Terence Ranger pubblicarono The Invention of Tradition, raccolta di saggi che mostrava come molte pratiche presentate come antiche e spontanee fossero il prodotto di un intervento consapevole, spesso ottocentesco o novecentesco, che recuperava frammenti di un passato per costruire identità collettive nuove. La parola “invenzione” non significava frode: significava costruzione deliberata, con materiali autentici, per scopi che il passato non aveva.
Il maggio garfagnino che si canta oggi risponde esattamente a questa logica. Nel 2021 La Giubba APS di Piazza al Serchio ha avviato un lavoro sistematico: rintracciare i maggianti storici, ancora vivi ma dispersi; affiancarli a giovani che nei laboratori scolastici avevano avuto un primo contatto con la pratica; rimettere in piedi una compagnia capace di cantare in pubblico. Un contributo importante è stato dato dall’Associazione Paese Vecchio di Gorfigliano e dall’Associazione del Guiterno di Regnano, che hanno proposto nei rispettivi paesi rappresentazioni di maggio.
Il testo su cui ha lavorato in questo 2026 il gruppo garfagnino è la Guerra di Troia di Luigi Casotti “dal Bozzo” di Gorfigliano, composta nel 1985 e ridotta per le esigenze contemporanee a cento stanze. Un lavoro filologicamente serio: la versione attuale conserva le quartine e le ottave di ottonari ed endecasillabi del maggio antico, senza scivolare nella rima letteraria dell’ottava toscana colta.
Questo non è tradizione nel senso romantico del termine. È revival, e il revival è una forma di cultura che merita essere raccontata per quello che è: un atto deliberato di recupero, sostenuto da passione, rigore e risorse pubbliche, che restituisce a un territorio la voce che aveva perduto.
Che cosa cambia quando si dà un nome preciso alle cose
La differenza tra “tradizione viva” e “revival consapevole” non è una questione accademica. Cambia il tipo di domande che si possono fare, e la qualità delle risposte.
Se il maggio è tradizione viva, la domanda è: come conservarla? Se è revival, la domanda diventa: perché ricostruirla? Per chi? Con quali criteri? Chi decide cosa conservare e cosa adattare? Queste domande portano dentro la storia reale dei cantori, delle associazioni, dei fondi regionali, degli studiosi internazionali come Linda Barwick dell’Università di Sydney che hanno prestato attenzione a questo patrimonio quando in Italia se ne parlava poco.
Il revival è anche, in senso pieno, una scelta culturale. Dire che una pratica merita di essere recuperata significa dire che qualcosa in essa vale ancora per chi la recupera: non il valore antropologico in astratto, ma il valore concreto per le persone che la cantano e per chi le ascolta.
Il 18 settembre, a teatro
Il 18 settembre 2026, alle ore 21, I Cantori dell’Antico Maggio della Garfagnana portano La Guerra di Troia al Teatro Alfieri di Castelnuovo di Garfagnana. Per la prima volta il maggio garfagnino entra in un teatro, esce dalla piazza e dal prato dove tradizionalmente si cantava, e affronta una forma di messinscena nuova, in collaborazione con Il Circo e la Luna ASD-APS.
È un passo significativo, e non privo di tensioni interne. Il palcoscenico modifica il rapporto tra cantori e pubblico: trasforma l’assemblea in platea, il rito in spettacolo. Mette in luce ancora di più la natura costruita di questa rinascita. E forse è proprio per questo che vale la pena andarci: per vedere non solo un maggio, ma il processo vivo di una cultura che si inventa il proprio futuro a partire da un passato recuperato.
La Guerra di Troia cantata da questi maggianti non è Omero, e non è il 1950. È qualcosa di più specifico e più interessante: la voce di uomini e donne della Garfagnana del 2026 che scelgono di cantare in ottave di ottonari una storia che i loro nonni sapevano a memoria, e che loro hanno dovuto reimparare da zero.
Organizzazione: Il Circo e la Luna ASD-APS e La Giubba APS Il Canto del Maggio Festival è promosso da La Giubba APS con il contributo della Fondazione CRL e dell’Unione dei Comuni della Garfagnana. Informazioni e calendario su cantodelmaggio.org
