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Il paese al centro del mondo: Piazza al Serchio e la Carfaniana che non vi aspettate

C’è una parola latina che pochi, oggi, assocerebbero a un borgo di duemila anime stretto tra le Apuane e l’Appennino: Carfaniana. Eppure è da lì che conviene partire, perché nasconde una sorpresa. Dietro il nome arcaico della Garfagnana si cela l’idea di una terra di confine che, nel pieno Medioevo, non era affatto un angolo remoto. Era, al contrario, uno snodo: un luogo dove si incrociavano strade, fiumi, poteri e fedi, e dove un paese in particolare — Piazza al Serchio — seppe ritagliarsi un ruolo ben più grande della sua dimensione. È questa storia inattesa che il Dott. Fabio Baroni verrà a raccontare al Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico domenica 8 novembre, nell’appuntamento di Pagine di casa nostra.

Una piazza, due fiumi, tutte le strade

Il nome stesso del paese è un indizio che spesso sfugge. Piazza non è un dettaglio toponomastico qualunque: rimanda a un vasto spiazzo — all’incirca dove oggi sorge la stazione ferroviaria — che nel Medioevo ospitava periodicamente il mercato. E non un mercato qualsiasi: vi convergevano mercanti e viandanti dall’Emilia e dalla Lunigiana, perché qui, e non altrove, si incontravano i cammini. Piazza al Serchio era il più importante nodo viario dell’alta valle. Le strade che collegavano la Toscana interna all’Emilia da un lato e al mare ligure dall’altro si davano appuntamento in questo fazzoletto di monti; e persino l’acqua sembrava obbedire alla stessa logica, visto che è proprio qui che il Serchio di Sillano e il Serchio di Gramolazzo si uniscono per generare il fiume che dà il nome e il carattere all’intera vallata.

Su quel reticolo di percorsi passavano le grandi direttrici antiche. Un’antica via romana, la Clodia, lambiva la frazione di Sala e lì si biforcava, puntando da una parte verso la pianura padana e dall’altra verso la costa. Più tardi, lungo gli stessi valichi, sarebbero transitati pellegrini e merci sulle rotte che univano il Nord Europa a Roma. Capire Piazza al Serchio significa dunque ribaltare la prospettiva: non la periferia di qualcosa, ma il punto in cui quel qualcosa si teneva insieme.

Tra Luni e Lucca: la Garfagnana Lunense

Qui la storia si fa davvero sorprendente. Siamo abituati a pensare la Garfagnana come terra lucchese, e per lunghi tratti lo fu; ma l’alta valle, quella alle spalle di Castelvecchio sopra Piazza al Serchio, apparteneva a un altro mondo ecclesiastico. Era la cosiddetta Garfagnana Lunense, soggetta non alla diocesi di Lucca ma a quella di Luni, la città-vescovado affacciata sul mare al confine con la Liguria. È una frattura sottile e antichissima, su cui si sono interrogati studiosi di rango — Piazza al Serchio compare perfino nelle pagine che Chris Wickham dedicò alla società appenninica dell’alto Medioevo — e che spiega perché questo lembo di montagna guardasse tanto a oriente quanto a occidente, verso il Po e verso il Tirreno insieme.

Di quel passato religioso restano tracce eloquenti. Il paese nacque attorno all’VIII secolo dalla fusione di tre nuclei — Piazza, la Pieve di Castello e Sala, insediamento di origine longobarda — e la sua pieve ebbe un peso notevole: nella propria giurisdizione contava una trentina di chiese. Oggi di quell’antico edificio sopravvive soprattutto una campana del 1271, riemersa da scavi recenti come un messaggio lanciato attraverso i secoli. Non è poco, per un luogo che molti attraversano senza immaginarne la profondità.

La montagna dei castelli

Se tutta la Garfagnana è terra di fortezze, è proprio qui che si tocca il primato. Attorno a Piazza al Serchio la memoria registra una densità impressionante di castelli e fortificazioni, molti dei quali oggi scomparsi o ridotti a ruderi suggestivi. Svetta ancora la Rocca di Castelvecchio, abbarbicata sulla cima di uno di quei coni di roccia vulcanica — i caratteristici doglioni — che emergono dal paesaggio come sentinelle di pietra. Non era vezzo né sovrabbondanza: in una terra dove i signori feudali si fronteggiavano di continuo e dove Pisa, Firenze e Lucca allungavano le loro mire, controllare questo crocevia significava controllare passaggi, dazi e destini. I castelli erano la misura esatta di quanto quel punto della mappa fosse conteso, e dunque prezioso.

Non stupisce, allora, che lo stesso borgo di San Michele — il nucleo più antico, raggiungibile un tempo attraverso il suo bel ponte trecentesco in pietra, e sede oggi del Museo — custodisca ancora l’aria di un luogo di soglia, di accesso, di presidio. È lì, nella Sala della Narrazione, che la vicenda tornerà a prendere voce.

Un invito a riconoscere ciò che abbiamo sotto gli occhi

A condurci dentro questa lettura inattesa sarà Fabio Baroni, studioso di tradizioni popolari laureatosi nel 1978 con una tesi sulla Lunigiana orientale e da allora attento indagatore del territorio, dal Maggio drammatico — studiato sulla scia di Augusto Cesare Ambrosi — alle molte iniziative per salvaguardare e rivitalizzare la cultura di questi monti. La sua è la competenza di chi sa far parlare le pietre, i documenti e le strade.

Pagine di casa nostra nasce proprio per questo: offrire al territorio uno sguardo che lo rimetta a fuoco, dalla storia più antica fino ai progetti per il domani, in dialogo con le persone che lo abitano e con le loro memorie. L’appuntamento è per domenica 8 novembre 2026, alle ore 16, in presenza, presso il Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico, in Via Ducale 4 a San Michele di Piazza al Serchio. Venite ad ascoltare come un paese di montagna, che molti crederebbero ai margini, sia stato per secoli un centro di tutto. È la storia di casa nostra — e, come promette il titolo, non è la storia che vi aspettate.