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Chi camminava, di notte, tra i monti della Garfagnana?

C’è una frase che i nostri vecchi ripetevano nel cantuccio del fuoco, durante le lunghe veglie d’inverno: “O fantasima, fantasima che di notte vai!”. Bastava dirla a bassa voce perché un brivido corresse lungo la schiena. Fuori premeva il buio, la neve gravava sui tetti, e dentro qualcuno raccontava. È da quel cerchio di luce e di parole che nasce il nuovo libro del Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico.

Una voce che torna dal buio

Il volume si intitola proprio così: “O fantasima, fantasima che di notte vai!…”. Fate, streghi e folletti nei racconti orali della Garfagnana, a cura di Paolo Fantozzi, con le illustrazioni di Silvia Talassi. Esce per Tralerighe libri nel luglio 2026 ed è il terzo titolo della collana Documenti di tradizione orale.

La fantasima da cui prende il nome era uno spettro che metteva davvero paura. A volte era un uomo altissimo che girava per i monti con un lanternino in mano. Più spesso una donna vecchia, vestita di bianco, così grande da toccare le nuvole con la testa. Storie come questa aprivano le sere d’inverno, quando la montagna sembrava un luogo più vasto e più oscuro di quello che conosciamo oggi.

Un archivio che ricomincia a parlare

Le storie raccolte in queste pagine non sono state inventate a tavolino. Vengono dall’Archivio del Museo, a Piazza al Serchio, dove da anni si conservano le testimonianze orali della valle. Paolo Fantozzi le ha scelte con due criteri semplici. Il primo è l’area geografica: siamo in Garfagnana, tra le Alpi Apuane e l’Appennino. Il secondo è la minore notorietà: si è preferito dare spazio ai racconti meno conosciuti, quelli che rischiavano di scivolare via dalla memoria.

C’è poi un terzo filo, più sottile, che tiene insieme tutto: la fascinazione. Ogni scena, che sia un bosco, una stalla, un castello o una cucina, è avvolta da un incantesimo. Il linguaggio è stato rivisto per rendere la lettura più scorrevole, ma conserva il ritmo, le sospensioni e le parole dialettali del racconto detto a voce. Leggendo, è come sentire di nuovo qualcuno che parla.

Fate, streghi e folletti: chi incontriamo

Il libro è popolato da creature che un tempo tutti conoscevano. C’è il Buffardello, il folletto dispettoso della Garfagnana, che di notte entra nelle stalle, intreccia le code dei cavalli e toglie il fieno alle bestie antipatiche per darlo a quelle che gli sono simpatiche. In un racconto sposta ogni notte un’asina fino a un prato lontano, anche se la porta della stalla è chiusa a chiave.

Ci sono gli streghi, che camminano in processione con piccole candele in mano. Guai a rivolgere loro la parola: la povera Pasquina di Gorfigliano lo fa, accetta un candelo, e diventa strega suo malgrado. C’è la Capra Ferrata, che si chiude in una casa e minaccia da dietro la porta con la sua “bocca di fuoco e lingua di spada”. C’è il Berrettino Rosso, il fantasma burlone che rompe i vetri, sbatte le porte e attraversa il paese in sella a un cavallo bianco.

E poi c’è la parte più tenera. L’Omo Selvatico, gigante schivo dei boschi, insegna ai pastori a fare il burro, il formaggio e la ricotta, e se ne va deluso quando capiscono di non avere altro da imparare. La Gallina Bianca, con l’astuzia, salva tutti i suoi pulcini dalla volpe. Giovannin senza paura affronta un drago dalle sette teste. Sono paure, certo, ma anche coraggio, furbizia e ironia contadina.

Qualche mistero rimasto tra le pietre

Alcune di queste storie hanno un modo tutto loro di restarci addosso. Chi era il Biscio Bimbin, il serpente con la testa di bambino e una stella luminosa in fronte, che di notte piange nel prato vicino al cimitero della Chiesa Vecchia? E perché l’avvocato Marchiò, ricco e avaro, scendeva ogni giorno al fiume a dar da mangiare a un serpente lungo e grosso come il collo di un caprone, e morì nell’istante stesso in cui la bestia fu uccisa?

C’è poi l’Osteriaccia di Minucciano, la locanda nascosta tra due querce, dove i due osti facevano passare i viandanti più ricchi sopra una botola. Che fine facevano quei poveretti? E il Ballo Angelico, la festa notturna di corpi nudi che danzavano al suono di un’orchestra invisibile, come finiva ogni volta, un attimo prima che il tetto crollasse su tutti? Sono domande a cui il libro risponde, e ogni risposta apre un piccolo mondo.

Perché ci riguardano ancora

Dietro ogni fantasima o folletto si intravede un mondo preciso: pastori, cavatori di marmo, mugnai, levatrici, osti di locande sinistre. Le leggende ci raccontano come vivevano queste persone, di che cosa avevano paura, che cosa speravano. I tesori nascosti e sorvegliati dal diavolo parlano di povertà e di sogni di riscatto. Le streghe confinate nei vetri delle finestre parlano di colpa, di memoria e di paesi piccoli, dove tutti sapevano tutto.

Fantozzi lo dice con parole semplici: ogni vita, in fondo, è una storia, è una leggenda. Custodire questi racconti significa custodire l’identità di un territorio che negli ultimi decenni è cambiato in modo radicale. Molti dei paesi nominati esistono ancora, ma la vita di allora è quasi scomparsa. Leggere queste storie è un modo per non lasciarla uscire del tutto dalla memoria.

Dove trovare il libro

“O fantasima, fantasima che di notte vai!…” si può acquistare nello store I libri di La Giubba APS, negli store online e nelle librerie. Chi passa da Piazza al Serchio può chiederlo direttamente al Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico, dove queste voci sono nate e continuano a essere custodite.

Forse, la prossima volta che ci troveremo su un sentiero al calar della sera, con il vento che muove i rami, ci tornerà in mente una di queste storie. E per un istante, come facevano i nostri vecchi, tenderemo l’orecchio al buio.