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Specchio d’acqua e soglia dell’abisso: Narcisismo, invidia e funzione pedagogica ne “Lucilla e il pozzo”

Nuova fiaba pubblicata, oggi Michele Neri ci racconta “Lucilla e il pozzo”

La fiaba può essere ascoltata al seguente link: Lucilla e il pozzo

L’immaginario folklorico ha da sempre utilizzato lo spauracchio del mostro per regolare i comportamenti all’interno della comunità, in particolar modo quelli dei soggetti più giovani e vulnerabili. Il racconto Lucilla e il pozzo si inserisce a pieno titolo in questa complessa rete di pedagogia della paura, strutturando una narrazione che punisce l’eccesso di vanità e, parallelamente, codifica un divieto spaziale di vitale importanza.

1. Il tabù della vanità e il riflesso fatale

La protagonista, Lucilla, è descritta secondo i canoni classici della bellezza fiabesca: capelli biondi e ricci, un viso grazioso e occhi dolci. Tuttavia, questa bellezza diviene presto fonte di un narcisismo patologico: la ragazza trascorre le ore a specchiarsi in qualsiasi superficie lucida, perdendo il contatto con la realtà comunitaria.

Il pozzo, fulcro della vita domestica e rurale, si trasforma per Lucilla in uno specchio d’acqua irresistibile. Antropologicamente, lo specchiarsi ossessivo rappresenta una rottura dell’equilibrio sociale; l’individuo si isola nella contemplazione di sé, divenendo “antipatico” e vanitoso agli occhi della comunità. Il riflesso nell’acqua richiama in modo evidente il mito di Narciso, fungendo da presagio per una caduta inevitabile. L’acqua non restituisce solo l’immagine, ma nasconde una profondità insidiosa pronta a inghiottire chi vi si perde.

2. Lo spazio liminale e l’invidia ctonia

Il pozzo nelle culture agropastorali è un elemento ambiguo: fonte di vita (l’acqua) ma anche passaggio oscuro verso le viscere della terra. Nella fiaba, l’abisso si materializza improvvisamente attraverso “un braccio verde con delle dita adunche” che afferra la bambina e la trascina nell’oscurità.

L’aspetto più interessante della narrazione è la genesi di questa creatura, rivelata in seguito dall’anziana zia del paese. Il mostro non è un’entità demoniaca astratta, ma un’ex fanciulla bellissima, trasformata in strega per via di una maledizione, che vive intrappolata nel pozzo. La dinamica del rapimento non è mossa da fame o pura malvagità, ma dall’invidia: la strega, resa mostruosa e rabbiosa dal decadimento della propria bellezza, non tollera la vista del viso perfetto di Lucilla riflesso nell’acqua. Si palesa qui la classica dicotomia folklorica tra la giovinezza fiorita e la vecchiaia rancorosa, dove l’invidia agisce come forza distruttrice.

3. La funzione pedagogica e il “Babau” acquatico

L’epilogo del racconto rende esplicita la sua funzione sociale. Dopo il rapimento di Lucilla e la spiegazione della zia anziana — depositaria della memoria e della saggezza comunitaria —, l’evento traumatico viene cristallizzato in un divieto collettivo. Da quel giorno, “tutte le mamme, le zie, le nonne si raccomandano ai bambini e alle bambine di non affacciarsi mai ai pozzi”.

La fiaba opera dunque come un dispositivo salvavita. Nelle campagne, i pozzi scoperti rappresentavano una causa frequente di incidenti mortali per l’infanzia. Inventare una creatura mostruosa (una sorta di variante locale della “Marabbecca” siciliana o della “Borda” emiliana) annidata sul fondo aveva lo scopo di generare un terrore atavico, molto più efficace di un semplice divieto razionale. La strega verde diviene così l’incarnazione del pericolo fisico, trasformando un banale incidente in un monito morale contro la vanità e la disubbidienza.