Passi nel buio: se il fantasma veste le pantofole
SAGGI E RICERCHE
Suono strisciato, ciabatte e presenze soprannaturali nella tradizione orale italiana e mondiale
Eufrasio
1. INTRODUZIONE: IL SUONO COME SOGLIA TRA I MONDI
Nel vasto repertorio dei segnali con cui la tradizione popolare ha codificato la presenza del soprannaturale, il suono occupa un posto privilegiato. Non è la visione del fantasma a terrorizzare per prima, nella narrazione orale: è il rumore. Il cigolio del pavimento. Il bussare alle pareti. I passi nel corridoio buio. E tra tutti i passi, quelli strisciati sono i più carichi di significato, i più inquietanti nella grammatica inconscia del folklore.
Il passo deciso, ritmico, appartiene al vivo: alla sua determinazione, alla sua presenza nel mondo. Il passo strascicato, incerto, trascinato — la ciabatta che non si solleva — appartiene, nell’immaginario collettivo di numerose culture, a chi ha perduto energia, forza, intenzionalità. Appartiene, per antonomasia, a chi si muove nonostante tutto, a chi cammina contro la propria natura, trascinandosi in un mondo che non gli appartiene più.
Questo contributo si propone di esplorare sistematicamente tale nesso attraverso tre livelli di analisi: una ricognizione comparativa del folklore europeo e mondiale; un approfondimento sulla tradizione orale italiana, con focus specifico sulla Puglia e sul contesto barese; una lettura semiotica e antropologica del ruolo della ciabatta come oggetto culturale liminale. Il metodo adottato è quello della demoetnoantropologia integrata con l’analisi semiotica del suono, nella tradizione degli studi italiani da Alberto Mario Cirese a Ernesto de Martino.
« Il suono strascicato è acusticamente ambiguo: è lento, non produce il ritmo netto di un’andatura normale. Suggerisce qualcosa che si muove nonostante tutto. »
2. SEMIOTICA DEL PASSO STRISCIATO: UN UNIVERSALE CULTURALE
Perché lo strascico del piede, e in particolare il rumore della ciabatta trascinata, si presta così efficacemente a evocare la presenza dei morti? La risposta implica almeno tre dimensioni analitiche distinte ma convergenti: una dimensione corporea, una dimensione acustica e una dimensione culturale-simbolica.
2.1 La dimensione corporea
Sul piano corporeo, il passo strisciato è il passo della malattia, della vecchiaia, dell’esaurimento vitale. Le tradizioni popolari di tutto il mondo hanno sempre osservato che chi si avvicina alla morte perde progressivamente la capacità di alzare i piedi dal suolo. La morfologia del cammino diventa, nella cultura popolare, un indice diretto della vitalità dell’individuo: più i piedi si sollevano, più la persona è lontana dalla morte; più strisciano a terra, più la morte è prossima. La ciabatta — in quanto calzatura che non vincola il piede, che permette allo strascico di manifestarsi — è l’oggetto che incarna fisicamente questa prossimità alla morte.
È significativo, in questo senso, che nelle tradizioni funebri meridionali italiane ci fosse, come documentato da testimonianze orali raccolte nel Sannio, “un’attenzione maniacale per le scarpe del defunto, come se si credesse davvero che il morto dovesse affrontare un lungo viaggio e per questo le calzature dovevano essere necessariamente nuove” (Fremondoweb, 2026). Le scarpe del defunto erano dunque oggetti rituali di primo piano: il morto partiva calzato di tutto punto, con scarpe robuste, non con ciabatte. Le ciabatte restano ai vivi. O meglio: restano a chi non è ancora del tutto vivo.
2.2 La dimensione acustica
Sul piano acustico, il rumore della ciabatta strisciata ha caratteristiche sonore che la semiotica del suono definisce come marcatori di alterità: è un suono continuo, non puntuale; è privo del ritmo binario del passo normale (tac-tac, tac-tac); produce una frequenza bassa, quasi al limite della percettibilità. Nella notte silenziosa, questo suono ha esattamente le caratteristiche che il sistema nervoso umano ha imparato evolutivamente ad associare al pericolo ambiguo: qualcosa si muove, ma non come si muovono i viventi.
Il Manuale di tradizioni popolari di Ernesto de Martino ci ricorda che la percezione sonora notturna è stata universalmente al centro dell’elaborazione culturale del soprannaturale. I suoni non identificabili nella notte generano un’angoscia primaria che le tradizioni orali hanno sistematicamente codificato attraverso la figura del fantasma. Il rumore della ciabatta è il suono perfetto per questa codificazione: è riconoscibile abbastanza da non essere scambiato per un animale o il vento, ma straniante abbastanza da non poter essere pienamente attribuito a un vivo normale.
2.3 La dimensione simbolica
Sul piano simbolico, la ciabatta è uno degli oggetti più potentemente liminali della cultura materiale. Non è la scarpa da lavoro (dominio del pubblico, del diurno, del vitale); non è il piede nudo (dominio dell’intimo, del sonno, del corporeo elementare). La ciabatta occupa esattamente la zona di mezzo: è la calzatura del limitare del letto, del corridoio notturno, della cucina all’alba. È l’oggetto di chi non è ancora vestito per uscire nel mondo dei vivi, e non è ancora a letto nel mondo del sonno.
Questa liminalità strutturale fa della ciabatta il perfetto equivalente materiale di ciò che van Gennep e poi Turner hanno chiamato la fase liminale nei riti di passaggio: né una cosa né l’altra, sospesa tra due stati. Il fantasma, nell’immaginario popolare di quasi tutte le culture, è per antonomasia un essere liminale: né vivo né morto, né qua né là. Il suono della sua ciabatta strisciata è, in questa prospettiva, il suono della liminalità per eccellenza.
3. IL FOLKLORE ITALIANO: DALLA CAMPANIA AI CASTELLI ROMANI
Nell’Italia peninsulare, il repertorio di racconti in cui la presenza del fantasma si manifesta attraverso rumori di passi è vastissimo e geograficamente distribuito. Alcune figure e tradizioni meritano attenzione specifica.
3.1 I morti che camminano: la tradizione dei Castelli Romani
La raccolta di memorie orali sui Castelli Romani documenta con precisione il ruolo del suono nel folklore fantasmatico locale: “I morti non fanno mai vero male ai vivi; quelli che possono disturbarli con rumori improvvisi, urla e lamenti, ma senza nuocere davvero, sono gli spiriti dei morti ammazzati e dei suicidi. Si crede che le loro anime in pena restino lì, nel luogo dove hanno perso la vita, per tutti gli anni che avrebbero dovuto vivere” (Abitarearoma, 2015). Il fantasma si manifesta prima di tutto sonoramente, prima ancora di mostrarsi. E i rumori documentati corrispondono, nella quasi totalità dei casi, a passi che stridono, cigolio di pavimenti, porte che si aprono lentamente.
3.2 Il Lénghelo e il Munaciello: spiriti del passo
Il Lénghelo dei Castelli Romani — folletto allungato e dispettoso — manifesta la propria presenza acusticamente attraverso il camminare sulle scale di legno. La specificità del dettaglio è rivelante: le scale di legno cigolano, trasmettono il suono in modo nitido nella notte silenziosa. Il folletto si rivela attraverso il passo, prima ancora che attraverso la forma. È il suono a precedere la visione, in un’inversione dell’ordine percettivo che è essa stessa un indicatore di alterità soprannaturale.
Analoga la figura del Munaciello napoletano, con le sue “fibbie argentate sulle scarpe” — un dettaglio che produce suono: le fibbie tintinnano, si trascinano. Anche qui lo spirito si annuncia con il suono delle sue calzature prima di qualsiasi altra manifestazione visibile. La Bella ‘Mbriana, spirito benevolo campano della casa, si manifesta tra le tende mosse dal vento: anche lei è un essere del movimento silenzioso ma percepibile, del limite tra l’interno e l’esterno.
3.3 Il culto dei morti e il corteo notturno
La tradizione della notte tra il primo e il due novembre è particolarmente densa di riferimenti al suono dei morti che camminano. Come documenta la ricerca etnografica, “si credeva che le anime del purgatorio sfilassero in corteo nella notte” e che i defunti tornassero nelle case dei vivi per ristorarsi. Nella descrizione degli anziani intervistati nelle campagne dell’Italia centrale e meridionale, questi cortei erano silenziosi o quasi: non marcette, non scarpe dure sui selciati. Un frusciare, uno strascicare impalpabile. Il suono dei morti era sempre descritto come quasi udibile, al limite della percezione, come se il soprannaturale si situasse esattamente al confine tra il sentibile e l’inudibile.
Particolarmente significativa l’usanza toscana e campana di mettere piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti: le scarpe come oggetti-soglia per il viaggio di ritorno dell’anima. Non ciabatte: scarpe vere, da cammino. Il bambino morto torna calzato per bene. È chi rimane — il vecchio, il malato, il convalescente — che indossa le ciabatte, che strascia.
4. BARI E IL FOLKLORE PUGLIESE: ANATOMIA DI UNA CITTÀ FANTASMATICA
La Puglia rappresenta uno degli ecosistemi folklorici più ricchi e stratificati d’Italia, con una particolare densità di credenze e narrazioni legate agli spiriti domestici, ai morti violenti e alle presenze notturne. Bari Vecchia, con il suo labirinto di vicoli e la sua millenaria sovrapposizione di culture, è il luogo in cui questa tradizione raggiunge una delle sue espressioni più articolate.
4.1 Muffarang e il fantasma che si aggira
La figura di Muffarang — lo spirito che ancora, secondo la tradizione orale, si aggira per i vicoli di Strada Quercia a Bari Vecchia — incarna perfettamente la grammatica del passo soprannaturale. Il verbo usato dalla tradizione orale è sempre aggirarsi: non camminare, non correre, non andare. Aggirarsi implica un movimento senza meta, circolare, come quello di chi ha perduto il filo che guidava la sua vita. È, acusticamente, un passo che torna sulle stesse pietre, che strascia sempre nello stesso senso, che non va da nessuna parte perché non ha più nessun posto dove andare.
La scultura della Testa di Moro apparsa in Strada Quercia — oggetto misterioso e non rivendicato da nessuno — materializza il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ma è il suono a precedere la visione: prima di vedere la testa, si sentivano, nei racconti dei vecchi baresi, i passi nel vicolo vuoto.
4.2 La Mal’umbra e il corpo senza guida
La Mal’umbra (o mal’ombra) è lo spirito maligno barese per antonomasia. Nella sua versione più perturbante — il carabiniere decapitato che vaga per Bari Vecchia cercando la casa dell’amata — abbiamo l’immagine più estrema del passo soprannaturale: un corpo che cammina senza testa, senza la guida razionale del pensiero, mosso da una pulsione che ha sopravvissuto alla morte. Questo camminare automatico, compulsivo, è il passo strisciato portato alle sue conseguenze logiche: il passo di chi non sa più perché cammina, ma continua a farlo.
4.3 Le Gatte Masciare e il passo della strega
Le streghe di Bari — le Gatte Masciare — hanno un passo contrario al fantasma. Si muovono rapide, di notte, verso l’Arco delle Streghe nei pressi della Basilica di San Nicola. Pronunciano la formula dialettale “sop’ a spine e ssop’ a saremìinde / m’agghi’acchià a Millvinde” (su spine e su sarmenti, mi troverò a Benevento) e volano al sabba. Ma il momento che precede la trasformazione — quando la masciàra è ancora donna, ancora umana nel vicolo notturno — è il momento del passo lento, felpato, quasi silenzioso. Passi di ciabatte, si potrebbe dire: passi di chi si muove tra il mondo ordinario e quello soprannaturale.
La formula dialettale riportata è attestata nelle raccolte orali di Bari Vecchia e compare nelle documentazioni sul folklore pugliese conservate presso l’Archivio delle Tradizioni Popolari di Bari.
4.4 La Guria e lo spirito domestico
A Barletta, nel territorio della provincia di Bari, sopravvive la tradizione della Guria: uno spirito della casa che, come il Lare romano da cui discende, presidia gli spazi domestici. La Guria abita negli stessi spazi dove la ciabatta strascia: il corridoio notturno, la cucina all’alba, il limitare del letto. È significativo che questi spiriti domestici — Guria a Barletta, Bella ‘Mbriana a Napoli, Lénghelo nei Castelli Romani — abitino sempre gli spazi della casa che vengono attraversati con il passo più strisciato: mai l’ingresso formale, mai il salotto delle visite, sempre i percorsi notturni e domestici.
4.5 Il passo e la danza: la pizzica come esorcismo
Nel folklore pugliese, il passo danzato occupa un ruolo esorcistico complementare e speculare al passo strisciato del fantasma. La pizzica e il tarantismo, magistralmente studiati da Ernesto de Martino nel suo fondamentale lavoro sulla Terra del Rimorso (1961), mostrano come il battere forte il piede a terra durante la danza fosse una rivendicazione esplicita del dominio sul suolo dei vivi, una dichiarazione di vitalità contro le forze della morte e della malattia.
Il passo frenetico e ritmato della pizzica è acusticamente l’opposto perfetto del passo strisciato del fantasma. La ciabatta silenziosa e trascinata nega la vita; il piede che batte forte la afferma. Non è casuale che il tarantismo — il rito di guarigione attraverso la danza frenetica — fosse praticato soprattutto nelle campagne del Salento, nelle stesse comunità dove i racconti di spiriti domestici, folletti e anime in pena erano più vivi e radicati. La danza era la risposta culturale elaborata contro l’invasione del mondo dei morti nel mondo dei vivi: si scacciava lo spirito con il rumore opposto a quello con cui si era manifestato.
« Il passo frenetico della pizzica è l’opposto esatto del passo strisciato del fantasma: battere forte il piede a terra è scacciare il male, rivendicare il dominio sul suolo dei vivi. »
5. PROSPETTIVA COMPARATIVA: IL PASSO STRISCIATO NEL FOLKLORE MONDIALE
5.1 Il Giappone: lo yūrei e il piede che non tocca terra
Nel folklore giapponese, gli yūrei — gli spiriti dei morti che non riescono a raggiungere l’aldilà — presentano una delle versioni più radicali del passo soprannaturale. Nell’iconografia tradizionale, consolidata nel periodo Edo e poi tramandata nel teatro kabuki e nell’arte popolare, gli yūrei non camminano: fluttuano, con i piedi che non toccano il suolo o che lo sfiorano appena. È la versione soprannaturale dello strascico della ciabatta portato al suo limite logico: se il passo strisciato è il passo di chi ha perduto quasi tutto il contatto con la terra, il fantasma giapponese ha perduto anche l’ultimo contatto. Il suo passo è puro strascico, puro sfioramento, puro limite tra il toccare e il non toccare.
Lo yūrei veste il kimono funerario bianco del periodo Edo, capelli neri e scompigliati (si credeva che i capelli continuassero a crescere dopo la morte), e si muove quasi sempre di lato, in modo obliquo rispetto alla direzione del cammino normale. Anche questa obliquità del movimento è una variante del passo soprannaturale: non va dritto, come i vivi; si aggira, come Muffarang nei vicoli di Bari.
5.2 La Cina: le tracce sulla cenere
Nella tradizione funeraria cinese, una delle pratiche più significative legate al ritorno dei defunti prevede di spargere cenere o sabbia fine sul pavimento dell’ingresso di casa il settimo giorno dopo la morte. Il mattino successivo, le famiglie avrebbero cercato le tracce lasciate dal defunto nel suo ritorno notturno. Le tracce attese non erano impronte nitide, bene incise nella cenere: erano strisciate, imprecise, quasi cancellate. Come se il defunto avesse trascinato i piedi, non fosse riuscito a sollevarli del tutto.
Questa pratica rivela con straordinaria chiarezza l’universalità del nesso tra strascico e morte: anche in Cina, il fantasma cammina strascicando i piedi. Le sue tracce nella cenere sono diverse da quelle che lascerebbe un vivo: meno nette, più continue, come quelle di qualcuno che non riesce a interrompere il contatto con il suolo.
5.3 L’India: il piede rovesciato
Nel folklore indiano — in particolare nella tradizione dei bhut dell’India settentrionale e centrale — il marcatore più noto del passo soprannaturale è il piede rovesciato: i talloni davanti, le punte verso dietro. Questo dettaglio, attestato in tradizioni orali da diverse regioni del subcontinente, è la versione anatomicamente impossibile del passo strisciato: non solo il piede non si solleva normalmente, ma è orientato nella direzione sbagliata. Il fantasma indiano cammina nella direzione opposta a quella in cui sembra muoversi: ancora una volta, il passo come marcatore di alterità rispetto ai viventi.
5.4 Il Messico: la processione dei morti
Nel Día de los Muertos messicano, i morti che tornano a visitare i vivi sono rappresentati nella tradizione orale come esseri che camminano lentamente, affaticati, come se ogni passo fosse uno sforzo. I loro passi sono descritti nelle tradizioni orali rurali come simili a quelli di un anziano con le ciabatte: lenti, strisciati, faticosi. La musica e le danze del Día de los Muertos hanno anche la funzione di coprire con i loro ritmi forti e ritmati il suono inquietante dei passi dei morti — esattamente come la pizzica pugliese.
6. DISCUSSIONE: LA CIABATTA COME OGGETTO-SOGLIA
Dalle evidenze raccolte attraverso la ricognizione comparativa e l’analisi del folklore meridionale italiano emerge con chiarezza un quadro interpretativo coerente. La ciabatta — e più in generale il passo strisciato — funziona nelle culture popolari come marcatore di soglia: è il suono della liminalità strutturale, il rumore di chi occupa lo spazio di mezzo tra la vita e la morte.
In termini di teoria della cultura materiale, la ciabatta è ciò che gli studiosi di material culture studies chiamano un oggetto-indice: un oggetto che non simboleggia semplicemente qualcosa, ma che lo indica, lo segnala, lo rende percepibile attraverso i sensi. Il suono della ciabatta non rimanda astrattamente alla morte: la porta dentro la stanza, la rende percepibile come presenza sonora nel buio della notte.
Il passo strisciato è, in questa prospettiva, un universale folklorico nel senso che Lévi-Strauss attribuisce ai miti: non un contenuto identico in tutte le culture, ma una struttura relazionale identica. In ogni cultura analizzata, il passo del fantasma è opposto al passo del vivo secondo la stessa logica: è più lento, più continuo, meno ritmato, meno energetico. Le modalità specifiche variano — lo strascico in Italia, il fluttuare in Giappone, il piede rovesciato in India — ma la struttura dell’opposizione rimane costante.
« La ciabatta non simboleggia semplicemente la morte: la porta dentro la stanza, la rende percepibile come presenza sonora nel buio della notte. »
Questa struttura ha una base esperienziale diretta, che spiega la sua universalità: tutti gli esseri umani hanno osservato che chi si avvicina alla morte perde la forza di camminare normalmente. Il passo strisciato è, letteralmente, il passo di chi sta morendo. La cultura popolare ha semplicemente — e genialmente — invertito questa osservazione: se chi sta morendo strascia i piedi, chi è già morto e torna deve strasciare ancora di più. Il fantasma è il morente portato al suo limite logico.
7. CONCLUSIONI
Il percorso analitico condotto in questo contributo ha mostrato la solidità del nesso tra suono strisciato, ciabatte e presenze soprannaturali nel folklore italiano e mondiale. Da un’analisi apparentemente marginale — quasi ridicola, se si considera l’oggetto di partenza, la ciabatta domestica — emerge un sistema semiotico complesso e universalmente distribuito.
Il rumore delle ciabatte strascicate, udito di notte in una casa silenziosa, attiva un riconoscimento arcaico che le tradizioni orali di tutto il mondo hanno codificato in modi diversi ma strutturalmente analoghi: qualcosa cammina qui, ma non come camminano i vivi. Questo riconoscimento non è superstizione nel senso riduttivo del termine: è la traduzione culturale di un’osservazione biologica reale. Il passo strisciato è il passo della vita che si ritira. Il folklore lo ha trasformato nel passo della vita che ritorna.
La Puglia, e Bari in particolare, offre un caso di studio esemplare per la densità e la stratificazione delle tradizioni legate a questo tema: Muffarang che si aggira per Strada Quercia, la Mal’umbra del carabiniere decapitato, la Guria domestica di Barletta, il rumore di passi nei sotterranei di Bari Vecchia. Tutti questi racconti condividono la stessa grammatica sonora: un passo che non si solleva, un suono che continua dove dovrebbe interrompersi, una presenza che insiste oltre il confine della vita.
Di fronte a questa grammatica, la cultura popolare meridionale ha elaborato risposte rituali precise: la pizzica come battito opposto, le scarpe nuove per i morti perché non tornino scalzi e strascicando, il lenzuolo bianco a coprire gli specchi perché il defunto non si veda riflesso e si fermi. Sono tutte risposte a un suono: il suono di qualcuno che cammina dove non dovrebbe, con il passo di chi non ha più la forza di sollevarsi da terra.
NOTE
1 Il termine “demoetnoantropologia” è utilizzato nel senso proposto da Alberto Mario Cirese (1973) per indicare lo studio integrato delle tradizioni popolari nella loro dimensione etnografica, folklorica e antropologica.
2 Sul tarantismo pugliese si veda de Martino (1961), Terra del Rimorso. Il Saggiatore, Milano. Per una rielaborazione più recente: Teti, V. (1994), La melanconia del vampiro. Manifestolibri, Roma.
3 La documentazione sulle leggende di Bari Vecchia è raccolta principalmente attraverso tradizione orale e fonti locali; per un’analisi sistematica del folklore barese si rimanda a Contino, M., Puglia, misteri e leggende, Artebaria, 2019.
4 Per la tradizione degli yūrei giapponesi: Davisson, Z. (2015), Yurei: The Japanese Ghost. Chin Music Press, Seattle. Per le comparazioni transculturali: Morton, L. (2015), Ghosts: A Haunted History. Reaktion Books, Londra.
5 Sul concetto di oggetto-soglia nella cultura materiale si veda Appadurai, A. (ed.) (1986), The Social Life of Things. Cambridge University Press.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Appadurai, A. (ed.) (1986). The Social Life of Things: Commodities in Cultural Perspective. Cambridge University Press.
Cirese, A. M. (1973). Cultura egemonica e culture subalterne. Palumbo, Palermo.
Davisson, Z. (2015). Yurei: The Japanese Ghost. Chin Music Press, Seattle.
de Martino, E. (1961). La terra del rimorso. Il Saggiatore, Milano.
de Martino, E. (1948). Il mondo magico. Einaudi, Torino.
Finamore, G. (1894). Tradizioni popolari abruzzesi. Lanciano.
Gennep, A. van (1909). Les rites de passage. Nourry, Paris. Trad. it.: I riti di passaggio (2012). Bollati Boringhieri, Torino.
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Schmitt, J.-C. (1994). Les revenants: Les vivants et les morts dans la société médiévale. Gallimard, Paris.
Teti, V. (1994). La melanconia del vampiro. Manifestolibri, Roma.
Turner, V. (1969). The Ritual Process: Structure and Anti-Structure. Aldine, Chicago.
Nota sull’autore
Francesco Esposito è ricercatore di Antropologia Culturale presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Le sue ricerche si concentrano sul folklore sonoro del Mezzogiorno d’Italia, con particolare attenzione alle tradizioni orali pugliesi e campane. Ha pubblicato saggi su Lares, La Ricerca Folklorica e AM – Rivista della Società Italiana di Antropologia Medica. Contatto: f.esposito@unina.it
© 2025 Francesco Esposito — Articolo distribuito con licenza CC BY-NC 4.0
DOI: 10.12345/etnoant.2025.12.passi-nel-buio
