Le “Donne di fuora”/”Padroni del luogo”: un presumibile corrispondente antico e una proposta etimologica

Le “Donne di fuora”/”Padroni del luogo”: un presumibile corrispondente antico e una proposta etimologica (*) 

di Alberto Borghini

* Conferenza tenuta durante l’ottobre 2007 nell’ambito di un ciclo internazionale di seminari di antropologia e semiotica generale nonché di semiotica delle arti e della letteratura organizzato presso l’Istituto Statale d’Arte di Massa (MS). Già pubblicata in Le Apuane – unico: anno XXVIII, n. 55 (2008), pp. 113-145.

Per prima cosa intenderei selezionare taluni momenti nel quadro delle tradizioni relative alle c.d. “Donne di fuora” del folklore siciliano, facendo anzitutto riferimento al classico lavoro di G. Pitrè, sì da evidenziare talune valenze, fra quelle che sembrerebbero caratterizzarle; sì da enucleare, in fin dei conti, un problema – un dubbio – tanto, e più immediatamente, di ordine ‘ideologico’-rappresentativo (per così esprimermi) quanto, in ultima istanza, di ordine semantico-linguistico, e specificatamente etimologico: i due versanti risulteranno ad ogni buon conto piuttosto solidali.

Elementi di presumibile corrispondenza (mi pare), o quantomeno di parziale ma al contempo abbastanza puntuale corrispondenza, provenienti dall’antichità, sembrerebbero da un lato confermare tali dubbi – anche linguistico-etimologici intendo – suggerendo d’altro lato la plausibilità di un ulteriore percorso interpretativo, in ‘aggiunzione’ – eventualmente – rispetto alle (ad alcune fra le) linee di lettura già avanzate.

In una prima fase si tratterà di evidenziare taluni aspetti che suonano non secondari, dotati comunque di una certa ricorsività; ho anche l’impressione che indagini sistematiche – capillarmente sistematiche, condotte su scala sufficientemente ampia ed articolata – potrebbero confermare le consistenze intraviste, ed arricchire altresì lo spettro delle ‘variazioni immaginarie’ (varianti narrative) e delle ‘interconnessioni simboliche’ (piano paradigmatico, dinamismi di analogia semantica: associazioni cioè di sèmi differenti su un medesimo soggetto del fantastico). (1)

Cercherò al contempo di focalizzare lo sguardo sui versanti di novità – o tendenzialmente di novità – quali potrebbero emergere dalle riflessioni – e dalle ‘parzialità’ ricostruttive, nuclearmente strutturanti – che man mano andrò tracciando.

Da sempre nutro la sensazione che, in quanto tale, al nesso “…di fuori” delle “Donne di fuori” non sia stata rivolta una specifica ed adeguata attenzione. Lo si è preso – forse – per immediatamente chiaro; lo si è dato – forse – per scontato.

Da parte mia ritengo che la denominazione “Donni di fuora”, per quegli “esseri soprannaturali” cui si riferisce, debba essere comparata con – per dirla esplicitamente, debba essere intesa come sostanzialmente equipollente rispetto ad – altre denominazioni, del tipo “Donni di casa”, “Patruni di casa”, “Patruni d’ ‘u locu”, “Donni di locu”, “Dunnuzzi di locu”, “Gintuzzi di casa” (a Lampedusa). (2)  Che, insomma, col nesso “…di fuori” (“Donni di fuora” (3)) ci si trovi di fronte ad un effetto di pura e semplice variazione rispetto al “… di casa” (“Donni di casa”, anche “Patruni di casa” nonché “Gintuzzi di casa”) o “…di locu” (“Donni di locu”, “Dunnuzzi di locu”, anche “Patruni d’ ‘u locu”); e non invece di ‘contrasto’ (“…di fuori” VS “…di casa” ovvero “… di locu”).

Tenterei dunque, qui di seguito, di verificare la possibile sussistenza (o, meglio, la possibile consistenza) di un terreno semantico-linguistico ‘comune’, oltre – naturalmente – che ‘ideologico’-rappresentativo(/’ideologico’-immaginario) e simbolico comune.

Partiamo da quest’ultimo aspetto, in quanto almeno per certi versi più agevolmente praticabile; ed in quanto base ‘utile’ – suscettibile di fungere d’altronde da piano di controprova o di relativa controprova – per considerazioni di seconda istanza: quelle di ordine più propriamente semantico-linguistico (ed etimologico). Le corrispondenze dall’antichità (quelle che a me paiono forme di corrispondenza – per siffatti esseri “di fuora” ovvero “di casa” o “di locu” – in ambito antico) a loro volta verranno a costituirsi, eventualmente, come base di supporto e di verifica: perfino, forse, come possibili antecedenti.

Per ora rivolgiamoci dunque, di nuovo, alle tradizioni folkloriche ‘recenti’; anzitutto, al lavoro di Giuseppe Pitrè. Scriveva a suo tempo, riguardo a tali esseri (chiamati “Donne di fuori” etc.), il folklorista siciliano:

“Spiriti balzani e capricciosissimi ma non naturalmente cattivi, queste donne abitano quasi perennemente in quella casa dov’esse prescelsero di stare. In ogni casa ce n’è più d’una e, sebbene invisibili, partecipano a tutte le gioie e a tutti i dolori della famiglia. Se esse son propizie a lei, va bene; se no, quella famiglia sarà mezzo perduta, e, tra malattie, dispiaceri, contrarietà d’ogni sorta, non avrà più un’ora di pace. Allora si crede che a questa famiglia o alla tale persona la casa nun cci coli: conviene persuadersi che la casa nun cci la voli. Ma non è la casa che non giova alla famiglia, non è essa che non la vuole: son le Padrone di casa, le quali non son contente finchè essa non isgomberi; e se essa vi resta, perirà lentamente”. (4)

Varie altre attestazioni sembrano in qualche modo confermare – o confermano senz’altro – la correlazione con le case, nonchè il tratto di localizzazione ‘in casa’ – più estensivamente ‘nello spazio della casa/abitazione’ -, di queste entità (per le quali non infrequente ricorre appunto la denominazione di “Donne di fuora”). Riferisce Pitrè:

“Un contadino di Corleone mi racconta, che comandato una volta da una Signora (5) a dormire in una data stamberga in Girgenti, non esitò un istante ad ubbidire: e n’ebbe in premio quattrini quanti ne volle ed a tutte l’ore, abilità non comune nel maneggio degli affari di campagna, celerità straordinaria nell’andare da un paese all’altro, facoltà di assistere a banchetti di Donne di luogo, e non so quante altre virtù. Un giorno gli salta il grillo di lasciare Girgenti per tornare a Corleone; la scena si muta: in poco volger di anni si riduce a non avere più miserie da provare: fame, freddo, morti, persecuzioni, fino alla caduta de’ denti per un fortissimo urto. Eppure Giuseppe Bordonaro è un abilissimo contadino, che sa fare tutti i mestieri del suo paese. Ma egli è in disgrazia delle Donne di fuora e non ha oramai più nulla da sperare”. (6)

Un po’ oltre: (7)

“(…) Occorrono altri argomenti a dimostrare la natura malvagia delle Donne di fuora? Eccone un altro: Se dopo cena, in casa di un popolano resta un po’ di cibo, la madre di famiglia avrà cura di conservarlo nella pentola, e di porre un pugno di sale sul coverchio. Non facendo in questo modo, le Padrone del luogo se la mangeranno e la rivomiteranno entro la stessa pentola (Chiaramonte)”.

Soprattutto: (8)

“In Montevago, chi va in campagna non può fare a meno di congedarsi da loro con la formola:

Addiu, Donni di locu!

Io mi nni vaju e vu’ arristati ddocu.

In Modica, una popolana che abbia fede in esse, prima di uscir di casa, nel chiuder la porta non trascura di salutarle a questo modo:

Iu vi salutu, Patruni di luocu,

Iu vi salutu, e a vui vi lassu dduocu.

Si vuliti viniri ccu mia,

Mi faciti cumpagnia.

E, incredibile dictu! recita poi un paternostro in loro onore. (9)

Quando si corica, fa loro questo saluto:

Iu vi salutu, Patruni di casa,

Lu mali cci nesci e lu beni cci trasa.

Iu vi salutu, Patruni di luocu.

Iu vaju a durmiri, e vui ristati dduocu:

Si vuliti durmiri ccu mia,

Mi faciti ‘na santa cumpagnia.

E qui un altro paternostro per loro! (Modica)”. (10)

In un’altra – purtroppo non meglio localizzabile – attestazione siciliana, raccolta di recente, si racconta la sconcertante ‘storia’ di un “angolo della casa” che si apre nonché di strani “signori” che chiamano – facendola entrare – ed offrono delle monete d’oro ad una “bambina molto bella”; della scomparsa quindi (causa l’avidità della madre) della bambina stessa dentro “questo angolo di mura”: (11)

“Una storia di una bambina molto bella. Un giorno si trovava da sola in casa, un’ora… eh… un’ora verso le tre, quando c’è silenzio, l’ora diciamo della siesta, la mamma non c’era, e si è aperto un angolo della casa, e l’hanno chiamata e questa bambina  è entrata… quando poi è arrivata la mamma la bambina le ha fatto vedere delle monete d’oro che le avevano date questi signori, delle persone diciamo strane, le ha chiesto come le aveva avute e la bambina le ha spiegato, e quindi la mamma le fa: “Domani bussi tu e richiedi di darti tanti…”, e così è stato, la bambina ha bussato e, riaperto di nuovo questo angolo di mura, la bambina è entrata e non è mai più ritornata. Poi la notte la mamma sentiva sempre la voce di questa bambina che la chiamava, ma non è mai più venuta”. (12)

Rilevante, in una analoga prospettiva, la prescrizione che segue, di cui ci dà notizia – tramite Pitrè – il Guastella: (13)

“Se durante la notte qualcuno della famiglia dovrà uscire dal letto per qualsiasi bisogno, dee camminare con le braccia distese agitandole sempre per riverenza di quelle Signore e Patrone, e per timore che non le urti. Se trascura questi riguardi, guai alla famiglia! Conosco – mi scrive il Guastella – un massaro Michele Agosta di Modica, il quale, malgrado le esortazioni della moglie, uscendo da letto durante le ore notturne, non volle distendere né agitar le braccia; e fu colpito improvvisamente da sì fiero dolore alle reni che dovette stare per un mese a letto. E il massar Michele, che era incredulo in fatto di quei personaggi soprannaturali, ora è uno dei credenti più caldi”.

Se ne evince, in sostanza, che in casa c’è sempre, benchè invisibile, della ‘gente’. (14)

Ancor oggi ricorda un informatore: (15)

“(…) Mia madre mi raccontava che come passavamo col lume a petrolio, nel centro della casa, gli spegnevano l’affare e restavano al buio… ma diverse volte… poi facevano il giro che non… come quando si trovano quattro o cinque persone a parlare e uno ci passa nel mezzo, è una brutta educazione… quelli lì erano al centro che parlavano fra di loro, non si sa chi fossero… i “Padroni ‘o luoco”… e allora quelli lì gli spegnevano il lume… gli passavano… invece poi passavano di fianco, non glielo spegneva nessuno… in quella casa lì… per non disturbare… io ho preso una sberla da mio fratello che era… mi poteva venire padre, perché erano tutti che parlavano come questi qua (i “Patroni ‘o luoco” cioè) che sono astratti, che non si vedono, io stupidamente ci passo nel mezzo, mentre che loro parlavano… quello mi ha dato una sberla e me lo ricordo sempre, perché io sono andato a rompere le scatole lì… Non in tutte le case, era in quella casa lì… mia mamma me lo raccontava, come per esempio ci diceva di non tenere, la sera quando si va a dormire che stavamo mangiando nel centro della tavola, di non mettere le sedie per così, lasciarle in giro, a destra e sinistra (16), perché durante la notte poteva passare qualcuno che gli disturbava e facevano poi dei dispetti… sempre di loro (i “Patroni ‘o luoco cioè)… andavano messe (le sedie cioè) sotto l’affare che c’era il passaggio libero… perché dice che c’è ‘sta gente (i “Patroni ‘o luoco” cioè) che circola la notte… poi se è vero se non è vero non lo so… mia mamma me lo raccontava… era di Vittoria… della classe dell’ottocento… del 1896”.

Un ulteriore risvolto sembrerebbe abbastanza chiaramente delinearsi attraverso questa testimonianza, dovuta ad una balia, anch’essa di Modica:

“Io ero giovinetta, e fui forzata da mia madrigna a dormire in casa di una cugina mia, alla quale eran morti il padre e la madre. Mi vi corcai, e il domani non potei trovare il fazzoletto che mi annodavo alla testa; il secondo giorno, non potei ritrovare l’altro fazzoletto; e così per sette giorni di seguito. Intanto avevo perduto l’appetito del tutto. Il pane che mi dava la madrigna, e che mi era sembrato sì scarso, or mi sembrava abbondante, né potea inghiottirne che qualche boccone. Una vecchia mi disse: – “Non ti corcare più in quella casa, perché le nostre Signore e Padrone non ti ci vogliono”. Ed io, seguendo i consigli della vecchia, a malgrado vi fossi forzata dalla madrigna, non mi vi corcai più. Ed ecco che dal primo giorno comincio a riacquistare l’appetito, a cangiar la tinta gialla del volto in una tinta bianca e rossa. Un giorno andai in casa della cugina, e fissando per caso gli occhi al tetto, vidi che dall’un dei travi pendeva un lembo di fazzoletto. Io e la cugina lo tirammo, mettendo due sedie sopra il letto, e sulle sedie noi stesse. Ed ecco che annodato alla punta del primo fazzoletto ci era il secondo, e alla punta del secondo il terzo, e così fino ai sette. Le Padrone del luogo (benedette dove stanno e dove abitano!) in grazia dell’ubbidienza mia di non corcarmi più in quella casa, mi avean restituiti i miei fazzoletti”. (17)

Significativo potrà risultare, almeno in una qualche misura, il particolare per cui alla cugina “eran morti il padre e la madre”.

La casa è ad ogni buon conto segnata da ‘presenze’; ed il tetto nonché i travi del tetto acquistano salienza (fazzoletti scomparsi e poi ritrovati): si configurano come uno dei punti in cui (da cui) tali ‘presenze’ si segnalano. Fatto, quest’ultimo, che non potrà non costituirsi come pendant rispetto ad un’altra opinione riscontrata nella stessa zona (Modica): “si ritiene che convertendosi in vento le Donne di fuora portino via i tegoli e scoperchino le case. Chi le ha vedute in queste occasioni dice che prendono sembianze d’anitre o di tacchine”. (18)

Un effetto di congruenza con quanto appena detto. Le “Donne di fuora” assumono non di rado forma di rettile: per es. di botte/rospi. (19) Orbene, “quando si presumono Donne di fuora, questi rospi si lasciano dove sono, o si riparano con pietre e cocci di tegoli, ovvero, meglio, si raccolgon da terra, s’accarezzano e si portano in casa per allevarle, nutrirle. Cibo ordinario, pane e vino; qualche volta, pane e zucchero”. (20)

Riparare questi rospi-“Donne di fuori” con (fra l’altro) “cocci di tegole” ovvero portarli in casa (“per allevarle, nutrirle”: le “Donne di fuori”- rospi) valgono – suppongo – alla stregua di gesti riconducibili ad un medesimo senso di fondo (sebbene il secondo sia preferibile): è l’assunzione in casa, nello spazio domestico, di questi rospi. (21)

Annota il solito Pitrè:

“Abitano (le “Donne di fuora” cioè) più in terra che in mare, ed ai giardini, ai boschi, alle macchie, dove pur sogliono fermarsi, preferiscono le case anche poverissime e fuori mano. Ecco perché si dicono anche Donni di casa”. (22)

Ed è proprio la correlazione – che a me pare assai marcata – con la casa (con le case) che sarà opportuno mettere nel giusto rilievo.

Addirittura, quantomeno in Vizzini, le “Donne di fuora” parrebbero assumere il nome di “Lochi di casa” (23) (identificazione o tendenziale identificazione fra le “Donne di fuori” e la casa stessa? con i ‘luoghi’ stessi della casa?).

Una denominazione del tipo “Lochi di casa” sembrerebbe allora porsi al ‘termine’ – al culmine – di un ‘processo’ rappresentativo piuttosto forte: non soltanto le “Donne di fuori” sono “Donni di casa”, ma, ben al di là di ciò (tale la mia impressione), verrebbero a coincidere con i ‘luoghi’ stessi della casa.

Si racconta:

“(…) I Lochi di casa, cioè le Donne di fuora, “nella notte d’ogni giovedì lasciano a casa il corpo, e con lo spirito vanno vagando nelle case altrui apportando buona o triste ventura””. (24)

E si aggiunge:

“Non tutti i giorni della settimana è loro concesso di uscire; ma vanno attorno il giovedì notte, al buio, penetrando nelle case pei buchi delle serrature e per le fessure degli usci. Da qui il nome di Donni di notti. Ma se il nuovo giorno le sorprende, eccole diventar botte o rospi (sic. buffi = rana bufo di Linneo), e tali restare tutto il venerdì fino alla notte prossima, in cui ridiventan donne. Il rospo perciò, potendo essere una Donna di fuora, non va ammazzato; e chi l’ammazza, muore fra ventiquattr’ore o, per lo meno, diviene rattratto o storpio come chi abbia l’imprudenza di maltrattarlo”. (25)

Un particolare, prima di procedere oltre. Nel racconto della balia modicana la sottrazione dei sette fazzoletti ad opera delle Padrone del luogo (/Donne di fuori) si verifica nella casa della cugina cui erano morti i genitori. Orbene, in certe zone (Noto e Termini) si ritiene che a chi uccide una Donna di fuori-rospo muoiano i genitori. (26)

Se le Donne di fuori/Padrone del luogo hanno a che vedere con gli ‘antecedenti’ morti, l’opinione riscontrata a Noto e Termini verrebbe a configurarsi – presumibilmente – come una sorta di legge del contrappasso.

***

Si riferisce a Mazara del Vallo (prov. Trapani) l’attestazione che segue, relativa ai “Patroneddi de casa” in quanto reincarnazione – sotto forma di piccole lucertole – di persone morte; e càpita di trovarseli (di trovarsi queste lucertole) in casa:

“Al mio paese si crede anche che trovarsi in casa un Patroneddu de casa (piccola lucertola) porti buone notizie e fortuna. Perciò si cerca di non fargli del male e di non cacciarli via. E poi si dice che siano la reincarnazione dei cristiani (delle persone). I Patroneddi de casa sono fantasmi e quando si vede una di queste lucertole si crede che siano la loro reincarnazione”. (27)

Anche in attestazioni provenienti da Castelvetrano i “patruneddi di casa” sarebbero appunto “spiriti”, “cristiani morti”:

“Mia nonna stava bene in quella casa, ma a mio nonno i patruneddi facevano tante soverchierie (…). Mentre la loro bambina dormiva nella culla, una gatta andò a giocare con lei, ma non le faceva del male. Pensava che erano i patruneddi di casa, erano li spirda”. (28)

“Un uomo possedeva un cavallo e, quando lo lasciava legato fuori di casa, gli facevano i trizzi: erano i patruneddi di casa, i spirdi, cristiani morti”. (29)

Analogamente, si tramanda a Caltanissetta:

“Non si sa chi sono, dicono che sono spiriti, anime. Quando ero piccola mi spuntavano queste trecce, e tuttora mi spuntano. Non si sciolgono, è pericoloso, cadi ammalato, puoi morire: sono le belle donne che si divertono a intrecciare i capelli”. (30)

“Quando ero piccolina dormivo in una culla appesa al tetto con le corde. Mia madre era sola. D’un tratto sentì un rumore, come se la porta avesse sbattuto e vide la culla che si dondolava da sola. Mia madre salì sulla sedia per controllare dentro la culla e io non c’ero più (…). Mi trovò sotto il suo letto a pancia in giù. Mi prese in braccio e io ridevo. Mi ci avevano messo li donni e per far spaventare mia madre avevano fatto dondolare la culla (…). La casa le portava. Ci sono certe case vecchie che hanno gli spiriti”. (31)

Da sottolineare l’espressione “La casa le portava”, che suona piuttosto eloquente circa gli stretti rapporti – di ‘consustanzialità’, affermerei quasi – fra la casa stessa e questi esseri- spiriti.

Riguardo ai “padroni di luogo” come “anime”, in una certa zona – e in una certa casa – della città di Ragusa, che si percepiscono sul muro, sul tetto etc., si racconta nel quadro dell’attestazione seguente:

“A Ragusa, agli inizi degli anni sessanta, i miei genitori erano ancora sposini, e vivevano in una casa al fondo di Corso Mazzini, che è una zona infestata da anime che sono chiamate “i padroni di luogo”.

Di notte sentivano strisciare qualcosa sul muro e pensavano fossero dei ragazzini che facevano qualche scherzo, oppure sentivano camminare sul tetto e pensavano ci fossero topi. Mio padre ogni mattina saliva in soffitta a prendere la bicicletta e vedeva posate a terra incrociate una scopa e una mazza.

Quando alla sera mio padre riportava la bici in soffitta, lo faceva senza sforzo, come se qualcuno lo aiutasse a portarla su.

In quel periodo ai miei andava tutto bene, mio padre lavorava, e riuscivano a pagare tutto in contanti.

Un giorno mia sorella, che avrà avuto circa sette mesi, era sopra al tavolo e ad un certo punto è caduta ed è rotolata giù per la scalinata fino a sbattere la testa al fermo del portone che era aperto a metà senza farsi assolutamente nulla.

Le cose iniziarono ad andare male quando mia madre, spaventata per aver trovato la scopa in soffitta, aveva deciso di cambiare casa. Dopo quel giorno, mio padre si fece male ad una gamba, perse il lavoro, ed iniziarono a fare debiti.

Dopo di noi in quella casa è andata ad abitare un’altra famiglia, che però è durata soltanto una notte. Infatti, erano stati presi a botte per l’intera nottata, tanto che al mattino hanno dovuto far portare via i mobili da altre persone perché loro non riuscivano a rientrare”. (32)

Significativa altresì una testimonianza, riscontrata a Palermo, secondo cui “sette bellissime donne” si riunivano in una vecchia torre disabitata proprio nel giorno dei morti:

“Erano sette bellissime donne vestite di bianco. Nel giorno dei morti si riunivano nella torre per stabilire a chi fare del bene e a chi del male”. (33)

***

Dalle ben condotte ed interessanti ricerche eoliane di M. M. Maffei seleziono alcune attestazioni:

“(…) Io sentivo rumori anche di notte, mio marito si spaventava, io no.

Io invece con il mio coraggio, ero sola a casa, sono andata sopra per vedere questo rumore perché sentivo…, io sentivo proprio un cristiano scendere con i piedi lungo la scala. E allora sono voluta andare sino a sopra per vedere chi era. Niente!

E lo sai io in che cosa ho mancato? Non ci ho badato, dovevo dire: “Senti, ma tu sei un cristiano? Cosa vuoi messa o corona? Io te la faccio dire e se tu sei un’anima condannata qua, tu te ne vai”.

Ma io a questo non ci ho pensato e là doveva essere il suocero di Pietro perché hanno fatto a cazzotti là, bastonate brutte, hai capito? Ed era condannato. Io non lo sapevo, perché altrimenti non lo facevo soffrire, io gli avrei fatto quello che lui mi diceva perché avevo coraggio, non avevo paura.

Quando si sentiva, di giorno o di notte?

Anche di giorno si sentiva il rumore e anche di notte, e sai di notte come si sentiva? Mamma mia! Sopra il tetto della casa (34) come tanti… animalucci che giravano tutto intorno alla casa, sai come se c’era una carrozza con tutti quelli del seguito e tutti che correvano. E mio marito si nascondeva sotto le lenzuola, io invece guardavo e ascoltavo, ma sai era un rumore che durava assai. Sempre: trrr trrr, sopra il tetto della stanza da letto (che loro là avevano il salotto, era bellissima la stanza, tutta decorata una cosa magnifica). E non ho visto mai nessuno perché io sono andata sopra per vedere chi c’era. Perché sentivo scendere lungo le scale di legno.

E che cosa raccontavano, che cosa era successo in quella casa?

Fra di loro parenti e altro si sono dati delle bastonate per delle cose di proprietà, sai come erano accaniti quei bastardi? E quindi quell’anima magari aveva ragione, gridava, mandava fuoco, ma io non avevo colpa, ero un’inquilina, io pagavo e basta.

 So che poi la casa ha preso fuoco, com’è successo?

Non mi ricordo più.

Mi hanno detto che la casa si è incendiata e che suo figlio si è fatto male.

Si è bruciato il braccio, ma io non mi ricordo più come è successo quell’incendio, senza volerlo. Non mi ricordo.

Poi si è rotta la cisterna, ma era la casa che non mi voleva più. Dovevo uscire.

Si è rotta la cisterna?

Si è rotta perché l’acqua quando pioveva si perdeva molto più sotto della cisterna, perché si è spaccata, hai capito? La casa non mi voleva più. Voleva stare sola, non voleva più l’abitazione, hai capito?

Succedevano quelle cose perché quelli soffrivano dice, è vero che ci sono l’Inferno e il Paradiso, è vero. Perché quelli soffrivano che volevano dette, per esempio, delle messe. Chissà loro non le hanno dette, non li hanno proprio classificati, non hanno pregato più per quei parenti e quelli soffrivano. È proprio vero, è vero, mi è capitato a me dentro casa.

Però io a dirgli: “Ma che cosa volete si faccia? Volete delle messe, qualche cosa?”. Io questo… non ero esperta, ero giovane.

Voi non avete mai visto…

No no, mai nessuno. Rumori a non finire ma mai nessuno, se era uomo, se era donna, niente, non so niente.

Quanti anni siete rimasta in quella casa più o meno?

Siamo stati molto perché la casa era affrescata, aveva delle decorazioni, specialmente in salotto, era tanto bella! L’hanno affittata a me perché mi conoscevano (…).

E quanti anni siete stata là?

Io ci sono stata almeno quindici, diciassette anni.

Sempre con questo rumore?

No, subito no, poi; poi per qualche sette otto anni. Non mi voleva più la casa, voleva stare sola.

Poi c’è stato il figlio Pietro, il padrone, un figlio di questo morto, ha potuto stare un anno, nemmeno due e poi se n’è uscito. Io invece non avevo paura, ci stavo, sono andata sopra per vedere sul terrazzo, per vedere chi è che scendeva per quella scala di legno. Aprivo la porta e andavo sopra. Però non mi arrivò la testa per dirci: “Sentite, ma siete uomo, donna? Che cosa volete?”.

Io ce li avrei fatti dire, se volevano messe o volevano il rosario; io ce li avrei fatti dire. Quelle anime avevano bisogno di qualche cosa, soffrivano e Dio le aveva condannate là”. (35)

“Prima di farmi le case mie stavo là sotto, vicino alla Chiesa Nuova, chiamano “da Falete”, e stavo là.

Allora avevo già tre figli, eravamo moglie marito e tre figliuoli. E allora tutte le notti sentivamo rumore in questa casa, tutte le sante notti sulla terrazza sentivamo pestare, poi che davano dei colpi di zappa. Ci alzavamo e non vedevamo nessuno.

E allora una sera c’era il fratello mio e aveva il cane, (ma invece il cane lui non l’aveva appresso), lui pensava che era il cane che era nella cucina e dice: “Il cane lo abbiamo lasciato in cucina”.

E sentimmo: pare che in cucina fossero cadute tutte le cose. Andammo ad aprire ma il cane non c’era, gli dissi: “Non c’è il cane, perché il cane non c’era qua con te”. Dice: “E allora questo rumore?”.

“Se il cane non c’è, dev’essere qualcosa qua dentro. Questo rumore lo sentiamo tutte le sante notti, qua che è che c’è? Mi pare cent’anni che trovo un’altra casa, quanto me ne vado da qua dentro!”.

“Ma è impossibile!”.

Poi mentre loro, mio marito e mio fratello, giocavano a carte e io stavo rammendando un paio di pantaloni al bambino, sentimmo di nuovo lo stesso rumore, fa mio fratello: “Ma porca miseria! Debbo andare a vedere chi è”.

“Vai, ma non c’è niente, non vedi niente più. Si sente questo sconquasso, questo rumore ma non si vede niente. Non si vede niente” – gli dissi.

Non ne parlammo più, che tanto non si sentì più. Non è che si sentiva sempre, si sentiva quando penso che era mezzanotte. Perché non è che avevo sveglia, allora non avevo sveglia, per tutte le cose così a occhio, mi regolavo con la luna, con le stelle. Allora, un altro giorno, io avevo un tavolino vecchio in questa maniera, come questo, e viene una salamandra. Io ero seduta come sono ora e viene questa salamandra. Ora questa salamandra non mi parve normale come tutte le altre salamandre, una salamandra strana per la testa. Camminava con la testa tesa e allora io prendo un bastone per tirarglielo, il bastone mi scivolò, piglia e mi sputai sulla mano per tirarglielo e non la colpii. Durante la notte mi sognai un uomo con un paio di scarpe che andava trascinando a strascico, che le andava tirando, e tutto vestito con gli abiti militari, con la maglia in quella maniera. E nel sogno mi faceva: “È inutile che ti sputasti nella mano per ammazzarmi, che non mi hai colpito e non mi colpisci e vattene da qua” – mi diceva.

E allora questo sogno glielo raccontai a papà mio: “Sai mi sognai questo sogno… così così”.

E gli raccontai il fatto che tutte le notti sentivamo questi rumori e che vidi questa salamandra: “Niente! – dice – Questo è Vanni Falete. È condannato. Perché lui era vestito in questa maniera e le scarpe le tirava in questa maniera. È Vanni Falete. È condannato là”.

E non ne parlammo più. Un’altra notte mentre dormivamo, (perché allora non avevo niente niente: una casettina piccola e due guantiere. E avevo soltanto una porta così nella casettina e dentro c’era una cisterna piccola piccola piccola, e allora la sera, avevamo un letto a trespide, con mio marito lo spingevamo al muro, mettevamo i bambini nel mezzo e quello cui davo il latte lo mettevo vicino a me e gli altri due venivano dietro a mio marito e io davanti), durante la notte sento… aprire la porta: “Mamma mia la porta! E chi apre la porta?”.

E io aspettavo… di colpo sento tirare le sedie, mi tiravano le sedie. Le sedie, sai come le tiravano? Proprio le sedie! (36)

“Peppino Peppino! Peppino presto! Gli spiriti sono entrati, stai attento che prendono le sedie”.

Quello si spaventava più di me! Ci spaventavamo tutti e due. Ascoltammo sino a che questi se ne uscirono, che sentimmo la porta un’altra volta chiudersi, che la porta la chiusero, se ne uscirono. Come loro se ne uscirono, ci alzammo tutti e due e andammo ad accendere il lume e dopo stemmo tutta la nottata con il lume acceso.

E si sentivano tutte le sante notti questi spiriti. Là ci sono gli spiriti, in quella casa; io nemmeno regalata la vorrei se me la dessero.

E dopo ce ne andammo di là e ce ne venimmo a stare qua e non sentimmo più niente. (…)

E ci fecero questo scherzo, io dissi: “Meno male che se la presero con gli animali e ci fecero questo scherzo così e non cercarono di prendersi i bambini!”.

Se si prendeva un bambino… questa era la paura mia. Dopo ce ne andammo e ce ne venimmo qua. Tutte le sante notti mi facevano questi scherzi.

E chi è che faceva questi scherzi?

Il padrone. Era condannato, dice. Me lo diceva papà mio che il padrone era condannato là. (…)”. (37)

“E così andammo lì diciamo spensierati, e ce ne andammo a stare là perché non avevo una casa e stavo in una casa affittata. Quando andammo là, cara mia, cominciammo a sentire calpestii, bisbiglii, fruscii. Di notte non potevamo stare, ci toccavano i piedi, ci toccavano la faccia ma noi non vedevamo. C’era il letto che ballava da sotto a sopra: blllll, mah! E non vedevamo nessuno.

Siamo stati qualche due mesi là e siamo stati sempre… impauriti. (…)

Non capivo, non è che mi informavo, questo quell’altro, allora non capivo niente anche perché eravamo impauriti, spaventati. Noi non vedevamo nessuno, sentivamo solo fruscii e calpestii. Delle volte mangiavamo e il tavolo blllll, sotto le sedie pare che… e là non vedevamo nessuno, non vedevamo nessuno.

Io dico che era quella che morì là, che la chiamavano Maria, Maria di Serra, e quella forse era dannata. Era dannata e restò lo spirito sempre là e forse non voleva nessuno là, non voleva nessuno. Ora prima di noi stette un’altra famiglia e questi dopo partirono per l’Australia; lui dopo lo seppe che dovevamo andare a stare noi là, disse: “Noi siamo stati qualche tre mesi là, però noi siamo più coraggiosi, però voi là non stateci”. (…)

Non lo so, forse era dannata, sì sì, bestemmiava, era superba, bestemmiava. Questo quello, non lo so, dicevano che era dannata. E questa quando morì, vuol dire che morì dannata e restò…

Restò lo spirito?

Sì, non voleva nessuno là, non voleva nessuno. Ora tutti quelli che ci stavano, tutti la sentivano là. Dopo che uscimmo noi ci abitò un altro là. Ci stette Bartolino di Palermo, nemmeno stette qualche settimana e poi se ne dovette andare via: “Mamma! Là non si può stare, – disse -, ci sono gli spiriti. Mi prendevano per i piedi, mi tiravano per terra”. Questo, quello.

Ci dissi io: “A me mai mi tirarono con i piedi per terra”.

“No no, a me mi presero per i piedi, mi sollevarono e mi buttarono per terra, io sono spaventato, là non ci voglio stare più”.

Chi va va, là non ci può stare, non può stare nessuno in quella casa. (…)”. (38)

Spiega, ancora, il medesimo informatore:

“(…) Per esempio, là sotto c’è una casa e lavoravano per costruire la casa, no? Ora non arrivarono a finirla la casa, dovevano gettare il solaio e a quello (il padrone della casa cioè), ci venne un infarto, morì e restò la casa incominciata senza essere finita. E là noi vedevamo un cristiano, bello, con una bella faccia, bello, diciamo verso sera, verso le otto e mezza così, vedevamo questo cristiano bianco e rosso, una rosa, una bellezza! E poi scompariva, ma non c’era nessuno là, nessuno stava là. (…)”. (39)

Ed aggiunge allo stesso riguardo:

“(…) Ora, lui (il figlio cioè) trovò una pietra a forma di mezza luna quando andò in quella casa, la prese e la portò a casa e per non farmela vedere, la mise sopra i pulera (pilastri per il pergolato cioè). Lui era un bambino aveva qualche due anni e mezzo, l’ha messa sopra i pulera poi va per andarsela a prendere e non la trovò più perché lo spirito se la prese. Era sua”. (40)

Riferisce un’altra informatrice eoliana:

“Appena io mi sposai, stavo ancora aspettando Pietrino, il primo ragazzo grande, e il marito mio faceva i biglietti nell’autobus, ci affittammo questa casa. E io veramente non ho mai visto niente, però la sera quando noi altri ci coricavamo nella stanza di sopra, pare che c’era… che scendeva un battaglione di soldati perché la scala era di legno.

E allora, il marito mio diceva: “Niente, Franca! Topi sono”.

Poi nacque Pietrino mio, il primo figlio, e io lo coricavo nella stanza di mezzo e più sopra cucinavo. Mentre stavo per scendere, sentii il piccolino che piangeva però con un pianto soffocato, non è che piangeva bene. Scendo e il piccolino lo trovo sotto il letto tutto avvolto nelle coperte. Piglia e mi prendo il bambino, lascio la porta aperta e scappo dalla mamma mia. (…)

Un’altra volta scendo da sopra e avevo il piccolino in una mano e un boccale nell’altra mano, e ti vedo uno che da dentro la stanza da letto sbuca nel corridoio. Chiamai la mamma mia, chiamai la sorella mia, ma non chiamai nessuno. Tutto a un tratto mi vennero a mancare le gambe, io mollo il boccale e mi tengo con il passamano. E torna a salire questa signora, perché questa qua sapeva ogni cosa e mi teneva sempre sotto controllo. Io non sapevo niente!

La signora Carmela dice: “Franca, Franca!”. “Signora Carmela, chi c’è lì?”.

Dice: “Nessuno”.

“No, vedi che qualcuno ci deve essere”. “Ti sto dicendo che non c’è nessuno. Cammina, andiamocene, vattene. Lascia la porta aperta, te la chiudo io, tu vattene dalla mamma tua”. E mi diceva: “Franca, ora vattene, perché vedi che qua trovavano i vecchierelli attaccati alla sedia, a macchina non li facevano cucire; di più di un mese, due non ci poteva stare nessuno in questa casa. Tu ci sei stata qualche quattro anni perciò la casa ti voleva. Ora che hai il piccolino vattene”.

Perché la casa non mi voleva più. Certo! Perché voleva il bambino.

Nel frattempo il marito mio piglia e va a chiamare una cognata mia che non era maritata, dice: “Fai un po’ di compagnia a Franca”.

Uscivamo, lasciavamo le porte chiuse e le trovavamo aperte e la chiave appesa dov’è che la lasciavo io. E il marito mio sempre continuava a cercare la casa, perché poi la mattina se prima non erano le nove, io non mi potevo alzare dal letto, pare che c’erano due braccia che mi tenevano stretta nel letto. Se non suonavano le nove, io non potevo scendere a terra.

Allora lui cercò questa casa e sul più bello trovò questa casa. Che poi queste cominciarono a parlare, si facevano vedere e allora mi dicevano che volevano il bambino, mi dicevano queste ombre.

E allora mio marito dice: “Guarda, abbiamo trovato la casa. Tu non ci venire a prendere la biancheria, la roba. Quello che c’è te lo mettiamo fuori noi”.

Loro mi misero fuori questa roba. (…) Uscendo da questa casa, loro si dimenticarono un biberon di questo piccolino.

Mi venne in sogno una ragazza che mi faceva: “Guarda il biberon è qua. Se tu corri – che poi mi faceva vedere la casa spaccata nel mezzo – è tutto tuo, se tu non corri, non c’è niente!”.

“Per me, – dissi – tu hai voglia a tenerti il biberon! Perché io in questa casa non entro più”.

In pratica questi cercavano il bambino, infatti prima mi trattavano bene, prima che nascesse il bambino, dopo incominciarono a farsi vedere, dopo che io ebbi questo piccolino. (…)”. (41)

Con il riferimento a ‘presenze in casa’ si combina l’idea che si tratti di persone morte abitratrici – nonché costruttrici/fondatrici – della casa stessa.

Merita di essere rilevato – come opportunamente si è fatto (Maffei) – il ricorrere di espressioni del tipo “la casa non mi voleva più”, “voleva stare sola”, e simili.

***

Del fatto che i “Padroni di luogo” (etc.) siano gli ‘antecedenti’ morti della casa – sebbene non in tutte le case ci siano – ci danno esplicita (o abbastanza esplicita) testimonianza alcuni informatori sentiti di recente.

E si parla senz’altro di antenati:

“ ‘Padroni del luogo’… Le ‘Donne di notte’ trasformavano anche i figli… gli uomini… facevano del male ai famigliari di casa.

Erano fantasmi… li trasportavano dall’antichità… quando uno parlava erano dietro, in base a come agiva la famiglia attuale facevano del male… a qualcuno facevano anche del bene. A mia nonna, era di chiesa, gli volevano bene, io ero una bambina… c’era mia cugina… diceva che sentiva dei rumori… e le diceva: “Senti questi rumori? Sono i “Padroni di luoco”, le “Donne di notte” che vengono a vedere la nonna e le vogliono bene”. Si sente il rumore, loro non si vedevano. Praticamente erano gli antenati della stessa famiglia…quando non gli volevano bene li picchiavano durante la notte… Facevano dei dispetti, per esempio avevano dei bei capelli, la mattina si svegliavano con un groviglio di capelli appiccicati che non si potevano pettinare, non li dovevano toccare… tagliare…, perché altrimenti i bambini rimanevano trasformati… paralizzavano…, con difetti… bisognava che cadessero da soli… Mio figlio aveva i capelli aggruppati, non bisognava toccarli perché il bambino paralizzava, bisognava che cadessero da soli.

A volte, quando vogliono bene, facevano trovare dell’oro, dei soldi, le marenghe d’oro”. (42)

Così una seconda attestazione (la prima voce è maschile, la seconda femminile): (43)

“I “Padroni ‘o luoco”…sono gli antenati defunti che sono stati per prima in quell’abitazione. Il racconto… come si dice… nella frase giusta… per scaramanzia… la gente racconta che ancora esistono in quella casa lì… E se per caso non sono benvoluti quelli che ci vanno ad abitare dopo provano tante di quelle… (prima voce); fanno i dispetti (seconda voce); dispetti che non finisce mai, li tengono malati, li fanno cadere… (prima voce); li fanno trovare le cose sottosopra, le nascondono, le cose, li fanno i dispetti… per esempio quando avevano i bambini, no, glieli spostavano dalla culla, glieli facevano trovare sotto il letto, sotto la culla stessa, al bambino, perché… perché loro magari non avevano avuto un bambino… ci facevano i dispetti in senso buono… invece quando volevano farci in senso un po’… cattivo… gli attorcigliavano i capelli, la mattina il bambino si alzava, o la bambina, e trovavano un grumo di capelli attaccato alla testa… son leggende… se sono vere… (seconda voce); ma anche difettosi… (prima voce); e allora son leggende… ci facevano trovare ‘sto grumo di capelli che poi la mamma non poteva pettinarla come doveva… non poteva, doveva lasciarlo… ma proprio come se era la lana tutta infiltrita, no, e poi alla fine, quando poi decideva di farglielo cadere… loro decidevano (i “Padroni ‘o luoco” cioè)… lo trovavano lì sopra il letto ‘sto grumo di capelli, e veniva normale il bambino… i capelli normali…per scaramanzia non si doveva toccare, perché loro, gli anziani, leggende o non leggende, verità o non verità, dicevano che il bambino poteva farsi male, poteva farsi qualche difetto fisico, ha capito?… Era una cosa… un difetto fisico… (seconda voce); si diceva che diventava difettoso (se si tagliava il grumo di capelli cioè), come una gamba storta… Addirittura il papà… il papà di uno che adesso fa il dottore… e un altro maresciallo della finanza che adesso è a Genova camminava con le gambe storte, che dice che da bambino c’hanno fatto un dispetto (i “Padroni ‘o luoco” cioè) ed è diventato in quel modo lì… (…) Non lo so se per i capelli o per altre cose… prima dice che lo trovavano sempre sotto il forno… come quel forno lì…, di fianco al forno c’è un vuoto dove si mette la legna… lo andavano a trovare là sotto… nel vuoto dove si mette la legna…(44) a Scoglitti… adesso è Marina di Vittoria (prima voce); parliamo sempre di leggende… i capelli li abbiamo visti… il bambino questi capelli… la mamma si vergognava pure, che sembravano sporchi, e invece no, era un grumo di capelli… ma talmente così infittiti che proprio è una cosa… impressione… comunque di leggende si parla… poi se sono vere, non sono vere… (seconda voce)”.

Ancora:

“Nel cinquantacinque mia suocera aveva un cavallo e dormiva in una stalla; due o tre volte alla settimana la vicina di casa si lamentava che durante la notte ‘sto cavallo si lamentava e faceva un rumore come un pazzo perché c’erano delle persone che lo picchiavano. La mattina, quando andavano a prendere ‘sto cavallo per andare in campagna, prima di tutto trovavano il ferro chiuso dentro…, il chiavistello chiuso di dentro, e loro per entrare a prendere il cavallo entravano da una porta secondaria, il cavallo non aveva nemmeno la forza di alzarsi perché tutta la notte lo avevano bastonato, poi non ce la faceva più e l’hanno venduto.

Sono sempre i “Patroni ‘u luoco”, che non hanno tranquillità nell’al di là.

Quel garage lo avevano in affitto e quindi potevano essere, dicevano che erano delle persone padrone del locale ma morti tanti anni fa e che non trovavano pace… tante volte son gelosi delle loro cose e non si volevano staccare…”. (45)

“(…) Questi qui magari erano i “Padroni del luogo”, che dico, che non volevano che queste persone abitassero la sua casa… allora durante la notte magari facevano dei rumori… però non li vedevano, sentivano solo i rumori… perché dicevano: “O, ma sai – dice – stanotte un rumore da… da…”, che si spaventavano, però non li vedevano… gli antenati, in dialetto dicevano i “Padroni ‘o luoco”… (46) ma erano degli appartamenti che certi magari avevano paura quelli che dovevano affittarli, dicevano: “Speriamo che non ci sono i “Padroni ‘o luoco”…”, che facevano ‘sto rumore che si spaventavano… sapevano suppergiù quali erano le case che succedevano ‘ste cose qui… facevano fatica ad affittarle… antenati…”. (47)

“Io le racconto un’altra cosa… ma sempre… questa qui è vera, questa qui è da poco che è successa, però lei non mi deve prendere per una che… (…). Una famiglia è andata a vivere in una casa nuova… una famiglia è andata a vivere in una casa nuova che è mezzo castello… quasi… è un castello, è una casa del 1100… ‘sta casa è stata ristrutturata ed è andata ad abitare da tre persone… Oh, niente… è andata ad abitare, tranquilli… Seduti a tavola, tutte le sere si vedeva un’ombra, perché c’è un salone, allora qui si entra… qui c’è un salone senza porte senza niente, come si chiama… hanno un nome ‘ste case così, e poi c’è la cucina… allora, seduti tutti e tre a tavola, uno due tre… così… un bel momento si vedeva un’ombra passare, ma solo l’ombra, signore, no che uno vede la persona, la persona non la vede, lei, si vede un’ombra passare, nessuno dei tre aveva il coraggio… nessuno dei tre aveva il coraggio di dire a quello: “Ma hai notato anche tu? Hai notato?”, perché… cioè avevamo paura che ci prendevamo per… o a mezzogiorno o alla sera… non mi prende per pazza?…Per la paura, quando eravamo seduti a tavola, ma generalmente era più la sera… quando si era a tavola si aveva paura che, per non farci prendere… questo è vero… allora nessuno di queste tre persone aveva… il coraggio di dire: “Ma l’hai notato anche tu?”… una ventata… si sentiva, ripeto, una ventata, una persona… a distanza, no, con le persone in cucina ‘sta roba succedeva fra il salone e il corridoio… allora, nessuno lo diceva… una volta due tre… questo è successo in principio quando sono andata a abitare… una volta due tre… una sera è stata più potente… però si vedeva, cioè, un’ombra che era bassa… bassa, no alta, grande… no, la cosa doveva essere… l’altezza di un bambino… era l’altezza di un bambino… ma a lei non è mai successo nella vita quando una sente una percezione come se… in una stanza oltre a lei ci fosse qualcuno?… (…) L’altezza di un bambino… si sentiva come un fruscio… noi… noi… le persone a tavola sedute… come di qua a là si vedeva ‘sta cosa che passava… nessuno aveva il coraggio di dire… un fruscio… un vento… una cosa… c’era e non c’era… è come se per esempio uno dice… allora torniamo al discorso che… se uno… nessuno dei tre voleva dire se avevo visto… una volta è stato più forte, e uno dei tre ha detto: “Ma l’hai visto anche tu?”. “Sì, l’ho notato anch’io a un po’ di giorni… a un po’ di tempo che si… Ma anche tu?”. “Sì, anche tu?…”. “Allora c’è qualcosa…”, in questo… le ripeto, è un castello… gira rigira, documentazione non documentazione, s’è saputo che il vero padrone di ‘sto castello aveva un bambino che poi l’è morto… avete capito il significato?…cioè ‘sto bambino ancora era padrone della sua dimora… “ ‘u patron’ ‘u luoco”… noi diciamo… infatti il castello son passati dal 1100 a adesso, ne han passati di padroni… e di persone… però si vede che chi l’ha fatto… cioè praticamente è come un… io prendo un pezzo di terra, mi costruisco una casa… certe persone che la fanno… si vede che c’è… si vede che c’è, oltre a Dio, c’è qualcosa, o è Dio stesso che li crea ‘ste cose, è come se ci fosse qualcosa che non si stacca delle proprie… delle proprie cose, come per esempio lei lascia l’anima, so che è una pittrice, che fa la pittrice, che restaura, non so, come se lei non si staccasse mai di un quadro, che… non so… che c’hai la sensazione di… guardare… Questo è da poco che è successo… diciotto-diciannove anni fa…”. (48)

Emerge con chiarezza, almeno a partire da questa testimonianza (ma non solo), la tendenza di siffatte figure – quali quelle appunto dei “Padroni ‘u luoco” – a ‘tornare’ verso (diciamo) il ‘costruttore-fondatore originario’, anche se molto lontano nel tempo: “io prendo un pezzo di terra, mi costruisco una casa… certe persone che la fanno…”; “il vero padrone di ‘sto castello aveva un bambino che poi l’è morto…”; “cioè ‘sto bambino era ancora padrone della sua dimora…”; “il castello son passati dal 1100 a adesso, ne han passati di padroni… e di persone… però si vede che chi l’ha fatto…”. In ciò consiste il “significato” di cui si dice nell’attestazione.

Insomma, ancora diciotto-diciannove anni fa sarebbe stato presente – manifestandosi come ombra e come vento e fruscio – il suo abitante/ quasi-costruttore originario, del 1100: il bambino morto, il bambino “patron’ ‘u luoco”.

La convergenza di “Patroni ‘o luoco” e “fondatori della casa” viene ribadita nel prosieguo di queste interviste. Così nel contesto e a conclusione di un racconto assai interessante anche per altri versi: (49)

“(…) Sempre “ ‘u Patron’ ‘u luoco”, quello che aveva acquistato la terra, che aveva fatto la casa (voce femminile); sono i fondatori della casa, che poi ci vanno altre persone, chi è che gli vogliono bene e chi non li vogliono nemmeno vedere e ci creano dei dispetti (voce maschile); quando ci vogliono bene non si fanno né vedere né sentire, quando ti prende in antipatia sbattono le porte, spengono… una volta c’era le candele, spengono le candele, ti fanno tutti i dispetti (voce femminile); (…)”. (50)

Il “Padrone del luogo” è volta a volta “quello che aveva acquistato la terra, che aveva fatto la casa”, a prescindere – lo si intende – dalla lontananza temporale. Poi capiterà che in quel luogo-abitazione vadano “altre persone”: gradite o non gradite. (51) In certi casi non vogliono nessuno.

Nella ‘storia’ della casa-castello qui sopra riportata il vero “patron’ ‘u luoco” resta il bambino morto di diversi secoli fa.

***

In rapporto a sfondi così costituiti non stupirà – credo – il particolare per cui consimili figure sarebbero, secondo talune attestazioni, abbigliate all’antica:

“(…) con abiti del Settecento, abiti stupendi e tutte impiumate” (Trappeto, prov. Palermo); (52)

“Erano vestite con tuniche dei Romani” (Palermo). (53)

***

Quantomeno per determinati versi, a me pare di poter riconoscere un corrispondente se non un antecedente antico – rispetto appunto ai siciliani “Padroni del luogo”/”Donne di fuori” etc. – in figure sul tipo dei Tritopatores della tradizione greca. Ed è questa la prima proposta che intenderei qui avanzare.

I Tritopatores sarebbero i bisavoli, gli antenati. Di notevole rilievo nella – anche nella – nostra prospettiva quanto si legge nel lessico di Fozio, s. v. (nonché in Suida, s. v.):

“Demon en tei Atthidi phesin anemous einai tous Tritopatoras, Philochoros de tous Tritopatreis panton gegonenai protous; (…) en de toi Orpheos Physikoi onomazesthai tous Tritopatoras Amalkeiden kai Protoklea kai Protokreonta, thyrorous kai phylakas ontas ton anemon (…)”.  (54)

Così Hesych. Lex. s. v. Tritopatoras:

“anemous ex Ouranou kai Ges genomenous, kai geneseos archegous. Hoi de tous propateras”. (55)

I Tritopatores-antenati sarebbero dunque venti (“…anemous einai”, ovvero “… phylakas… ton anemon”) (56); sarebbero in qualche modo preposti alla custodia delle porte (cfr. “thyrorous…”). E sarebbero in qualche modo ‘causa’-‘principiodi generazione (cfr. “…geneseos archegous”).

Stando ad una notizia dovuta a Fanodemo, gli Ateniesi “thyousi kai euchontai autois hyper geneseos paidon, hotan gamein mellosin”: gli Ateniesi, cioè, quando sono in procinto di sposarsi, fanno loro sacrifici e rivolgono loro preghiere per la nascita di figli. (57)

Tornando alle entità siciliane, abbiamo constatato come i “Padroni del luogo”/”Donne di fuora” possano manifestarsi tramite un soffio di vento o, senz’altro, convertendosi in vento. (58) Per quanto concerne un altro punto, la propensione per i bambini, già il Pitrè (che definisce le Donne di fuora “genî tutelari”) non manca di assegnare rilievo alla cosa:

“Nella Contea di Modica con una formola invocatoria si invitano (le Donne di fuora cioè) attorno al neonato per festeggiarne la nascita e, intenzionalmente, per prenderlo sotto la loro buona protezione. E se per caso sospettano di non averla ottenuta, e, ottenutala, di perderla, per paura che gli nocciano aggirandosi nella stanza puerperale, portano (…)”. (59)

Dato il quadro contestuale delineato, tali pratiche non potranno – in una qualche misura – non ricordare l’antico uso matrimoniale di invocare (etc.) i Tritopatores per la nascita di figli.

Ancora Pitrè:

“Amori e odii, simpatie e antipatie, le Donne di fuora dimostrano singolarmente nei bambini, specialmente lattanti, pei quali hanno un gran debole! Li puliscono, li fasciano, li portano in braccio, li accarezzano, li colmano di beni; ma nei momenti di malumore, per un semplice capriccio, fanno loro di grandi dispetti (…).

Stando le Donne di fuora a studio della culla, non è graziosità che non facciano al favorito bambino. Se per alcuni quando egli sorride parla con gli angeli, per altri son le Donne di fuora che venendo a visitarlo, lo fan sorridere e lo divertono: ed una ninna-nanna, col massimo rispetto per esse, che neppure osa nominarle, canta alla bambina che dorme:

Quannu ha’ durmutu, ti vuoju ciù beni,

Stu sonnu a la mè figghia cci va e veni;

E ‘nta lu sonnu la fannu arrirìri

Certi Signuri, ca ‘un lu pozzu diri.

Divertendosi ed accarezzandolo, esse ne toccano talvolta i capelli e li confondono tutti insieme in una trecciuola inestricabile, che prende il nome di trizzi di donna (plica polonica). Quella treccia è segno della protezione nella quale è entrato il bambino, ed è la sua buona ventura, e quella pure della sua famiglia. Nessuno osa mai di tagliarla, sicuro, tagliandola, di incorrere nello sdegno delle Signore”. (60)

Così una informatrice di Marsala (prov. Trapani), sentita piuttosto di recente:

“quando nasce un bambino si prende una paruredda (un pannolino e una camicina) o, meglio, il bambino stesso, e si gira per tutta la casa presentandolo: “Patruneddi di casa accittati stu picciriddu chi veni” [accogliete questo bambino che viene]. Si mettono in un angolo un confetto, un pizzico di sale e un po’ di liquore, lasciandoli sul posto per un giorno e una notte, poi si tolgono”. (61)

Conferma un’altra informatrice, sempre di Marsala: (62)

“Per esempio nasce un bambino e si fa… si mette confetti, prima si gira tutta la casa e si dice: “Lì ti ha fatto tua madre”, in tutte le stanze. Poi ci sono le finestre, lì nelle case… dove sarà… e ci metti un poco di sale e due… e i confetti… in modo che i “patruneddri di casa” l’aiutano assai (il bambino cioè), hai capito?…Per allontanare… gli spiriti maligni e farsi amici i “patruneddri di casa”. (63)

Eh, guarda, ora ti racconto una cosa. Per esempio, a Brigida tu la conosci?…Loro non sapevano niente. Asina era la madre e asina è la figlia. Là (riferito ad una casa poco distante da quella dell’informatrice cioè)…perciò loro non li hanno invitati i “patruneddri di casa”, per dire: “Qua ti ha fatto tua madre, qua tuo padre”. Passando il tempo la bambina, lei, là, i “patruneddri di casa” se la sono portati dentro al cassetto dell’armadio, gli spiriti, capisci… “Oggi è sabato” (64)…, e l’hanno portata dentro al cassetto, e sua madre andava cercando la bambina e non la poteva trovare, e l’hanno difettata. Per esempio lei è con gli occhi storti, da bambina non parlava perché era piccola… insomma l’hanno fatta diventare in un altro modo, capito?…Poi ci fu il padre di mia madre, pure l’hanno infilato dentro al cassetto, il cassetto dell’armadio,… e cercavano: “Michele dov’è? Michele dov’è?”…e lo andavano cercando in tutti i posti e non lo trovavano. E se poi gli è servito qualcosa… com’è… era nel cassetto dell’armadio e l’hanno trovato lì dentro coricato…

Noi non li vediamo, ma loro ci vedono a noi, ma noi non li vediamo (…)”.

In rapporto al complesso tematico (e simbolico) quale si è andato man mano tracciando, significativo risulterà, a sua volta, il tema del ‘bambino in una culla altrui’ (per certi aspetti analogo a quella delle persone in un luogo-abitazione ‘altrui’?):

“In Palermo e Trapani quando il bambino deve o vuol coricarsi in una culla fuori la propria casa, prima di adagiarlo la madre smunge e schizza un pochin di latte su quella culla dicendo: Ddocu ti fici tò matri, sul dubbio che le Donne di fuora riescano infeste a quel bambino in una culla che non è la sua. Se la culla è in propria casa, basta segnare una crocina nel rilevarnelo.

Ma, in generale, dovendosi adagiare sulla culla, o dalla culla riprendere il bambino, nulla si può fare senza il compiacimento delle Donne di fuora. Ad esse va chiesto il permesso nel deporvi il bimbo; ad esse bisogna rivolgersi nel rilevarlo: laonde in Palermo si dice: Cu licenzia di Lor Signuri! e altrove: ‘N nomu di Diu! e sotto voce: Cu licenzia, Signuri mei! Così si nomina Dio con voce intelligibile, e si parla con le Donne di fuora a bassa voce…”. (65)

***

Come già accennavo, date – date anche – le denominazioni ‘parallele’ del tipo “Donne di luogo” o “Donne di casa” nonché del tipo “Padroni di luogo” o “Padroni di casa” (ovvero “Gintuzzi di casa”), da diverso tempo nutrivo la sensazione che il “di fuori” delle “Donne di fuori” facesse riferimento non ad un sostanzialmente decontestualizzato ed inspiegabile ‘fuori’ o ‘dal di fuori’, bensì più specificatamente e concretamente ad una immagine marcata – marcatamente significativa – quale è quella della ‘porta’ (lat. foris, -es): il che ovviamente ci ricondurrebbe, in maniera immediata, alle nozioni di ‘luogo’ e di ‘casa’. Ne risulterebbe, per il ‘fuori’/’fuora’ delle “Donne” siciliane, una ben precisa contestualizzazione nel sistema delle denominazioni nonché nel sistema delle rappresentazioni che le riguardano.

I tratti di corrispondenza – quelli che a me sembrano tratti di corrispondenza – intercorrenti fra gli antichi Tritopatores e i siciliani Padroni del luogo/Donne di fuori sono in grado di fornire – credo – un non disprezzabile piano di controprova: antenati, sono correlati coi bambini (e con la nascita dei bambini); sono venti (anemoi), o phylakes anemon; e sono, per l’appunto, custodi delle porte (“…thyrorous kai phylakas ontas ton anemon”).

È nota, del resto, la convergenza etimologica fra gr. thyrai e lat. fores. (66)

Sarei, in sostanza, propenso ad interpretare le siciliane Donne di fuori alla stregua, per così esprimermi, di Donne ‘delle porte’ (di casa), o qualcosa del genere: Donne ‘di fuori’ allo stesso modo delle Donne ‘di luogo’ e delle Donne ‘di casa’; allo stesso modo dei Padroni ‘di luogo’ e dei Padroni ‘di casa’.

Se così fosse, si recupererebbe altresì una certa coerenza rappresentativa, cui si aggiungerebbe un’ulteriore ‘zona’ di continuità rispetto all’antico.

***

Né, per un tema quale quello della ‘porta’ etc. (67), si dovrà d’altronde dimenticare, rivolgendoci ancora al mondo antico, l’Artemide Ilitia e Prothyraia di Inni Orfici II 12 (nonché v. 4 e v. 9).

Varrà la pena leggere per intero il suddetto testo:

“Ascoltami, o dea augusta, demone dai molti nomi,

soccorritrice nelle doglie, soave al cospetto dei talami,

sola salvatrice delle donne, amante dei fanciulli, dall’animo gentile,

che acceleri il parto, che fra i mortali assisti le giovani, Prothyraia,

hai le chiavi, accogli affabilmente, hai caro l’allevare, gradevole con tutti,

che abiti le case di tutti e gioisci dei conviti, che assisti le partorienti, invisibile, ma visibile a tutti nelle opere,

partecipi alle doglie e gioisci dei parti felici,

Ilitia che sciogli i travagli nelle terribili necessità;

te sola infatti le puerpere chiamano riposo dell’anima;

poiché in te sono i tormenti che liberano dai dolori dei parti,

Artemide Ilitia, e la augusta Prothyraia.

Ascolta, beata, essendo soccorritrice da’ discendenza

e salva, come per natura sei sempre salvatrice di tutti”. (68)

Siamo di fronte ad una serie di attributi che parrebbero configurarsi alla stregua di ‘denominazioni’-epiteti della dea.

Questa Artemide ‘dei parti’ (Ilitia), e correlata con le porte delle case (Prothyraia), oltre che “soccorritrice nelle doglie” (“odinon eparoge”, v. 2), “che assisti le partorienti” (“lysizon’ “, v. 7) (69), nonché datrice di discendenza (“essendo soccorritrice”: “didou de gonas eparogos eousa”, v. 13) etc., è anche detta “amante dei fanciulli” (“philopais”, v. 3), “invisibile” (“aphanes”, v.7), “che abiti le case di tutti” (“he katecheis oikous panton”, v. 6), e così via.

Se ho una qualche ragione nel ritenere che le siciliane Donne di fuori siano interpretabili come ‘Donne delle porte’, o qualcosa del genere, un certo quadro di congruenze con – anche con – l’Artemide Prothyraia (70) sembrerebbe in qualche modo prospettarsi. (71)

Ed infine ad Artemide(/Diana) potrebbe non risultare del tutto estranea la “Signora Greca” – altro nome della “Regina delle Fate” – di cui si parla nei documenti dell’Inquisizione spagnola relativi ai processi siciliani e alle Donne di fuori. (72)

APPENDICE

Frutto di recentissime indagini, riporto qui di seguito alcune attestazioni relative alle “ombre”/”padroni della casa” di area pugliese (zona di Bitonto, in provincia di Bari). Non sarà difficile notare tutta una vasta serie di articolazioni tematiche, alcune delle quali già sopra evidenziate: “vecchi padroni della casa”; “donna vestita dell’ottocento” in “una di quelle case antiche”, “dell’ottocento”; tema della fondazione; “padrona”-“lucertola”; “soldi, per buon auspicio, (…) davanti al portone, (…) sotto la pietra” (della soglia nonchè della fondazione, e al momento stesso della fondazione); simpatie (“faceva stare bene, (…) faceva trovare i soldi”) e antipatie; tema degli spazi interni e del “passaggio” della “vecchia padrona di casa”; “ombra di una donna che picchiava la bambina”; motivo delle trecce; “padrona (…) con il figlio in braccio”; “ombra” e “muro”; due bambini-“padroni della casa” che passeggiano sul tetto; e così via. Da sottolineare altresì il particolare per cui, in una delle attestazioni (n. III), “un signore tutto elegante, vestito con il cappotto d’epoca” etc. (il vecchio ‘padrone della casa’ evidentemente) interviene allo scopo di preavvertire la donna che allora abitava la casa di un grave sbaglio nel programma di ristrutturazione.

Le attestazioni, nella loro singolarità e nella loro volta a volta specifica ‘concretezza’ (che ritengo in nessun modo riassumibile), suggeriscono, caso per caso, percorsi di senso suscettibili non di rado di raccordi ‘trasversali’ con ‘altri’ filoni semantico-significanti (in una delle attestazioni si dice – poniamo – che “Nel bagno (…) non ci sono le ombre”):

I) “Qua a Bitonto c’era questa signora che si chiamava Vincenza che aveva il potere di vedere i vecchi padroni della casa. I fantasmi si presentavano… e c’erano i fantasmi che la volevano bene e quelli che la volevano male, la odiavano a questa Vincenza… Queste ombre dicevano che lei sarebbe morta per mano loro, ‘ste ombre la volevano uccidere… Lei aveva qualcosa, lei li vedeva, suo marito no. Perché si dice… insomma dicono che per il fatto del battesimo… al battesimo se non viene detto la preghiera, il rosario giusto, se non si fanno tutte le cose necessarie, succede che poi questo vede le ombre”. (73)

II) “In una casa dell’ottocento, una di quelle case antiche, si vedeva questa donna vestita dell’ottocento, che appariva, girava per la casa. Nelle case di Bitonto vecchia ce ne sono assai di ‘sti fatti di ‘ste storie delle ombre. Sono i padroni della casa… se la padrona ti vuole bene va tutto bene, se non ti vuole in casa ti fa andare le cose storte… Che poi se questi fantasmi si schifano… si schifano… non si presentano… Nel bagno ad esempio, metti, non ci sono le ombre… Oppure per non farle venire devi mettere una forbice sotto il letto. Se metti una forbice sotto il materasso, l’ombra della casa non si fa vedere… Perché le forbici tagliano le male lingue”. (74)

III) “In pratica, una stava facendo dei lavori in casa, stava ristrutturando la casa, e voleva togliere un muro, voleva fare una porta… non so… e allora cominciò a rompere con il martello così…, e a un certo punto vide un signore tutto elegante, vestito con il cappotto d’epoca, con quello così… con il monocolo, il cappello a cilindro, che gli disse di fermarsi, che praticamente se avesse buttato giù quel muro la casa sarebbe crollata… E così fu… cioè alla fine lei si rese conto che era vero e si fermò”. (75)

IV) “Si dice che il primo che passa… che quando viene messa la prima pietra… la prima persona… la pietra per costruire la casa… la prima persona che passa, quella è la padrona della casa… Il primo che passa diventa il padrone della casa… A me è la lucertola… a casa mia la padrona è la lucertola, perché quando mettemmo la prima pietra passò questa lucertola… Poi sotto la prima pietra si mettono dei soldi… sempre quando si mette la prima pietra sotto si mettono dei soldi, per buon auspicio, insomma per bene, perché porta fortuna… Noi li abbiamo messi in un barattolo di vetro, davanti al portone, sotto terra, sotto la pietra”. (76)

V) “La mamma di una mia amica… dice che questa aveva un’ombra in casa che la faceva stare bene… insomma la faceva stare bene, gli faceva trovare i soldi, nelle tasche dei vestiti appesi, nei materassi… sai che una volta i materassi avevano i buchi che… dove si aggiustava la paglia dentro, o la lana…, e lei ci trovava i soldi… nelle giacche, nei cappotti, gli faceva trovare i soldi”. (77)

VI) “A Santo Spirito, in una casa c’era la padrona di casa, l’ombra della casa, e forse perché non li poteva vedere… chissà di cosa parlavano… che dopo quindici giorni quest’ombra gli disse, con il coltello: “Se non te ne vai domani ti uccido”…Questa li minacciava… compariva di notte, di notte era di più, c’erano queste ombre, le vedevano… È successo anche a mia nipote… questa scriveva, Rosa… il diario, il diario segreto…, sì, lei come naturale non voleva che lo leggesse nessuno, e lo chiudeva a chiave, ma lo trovava sempre aperto. Lei andava dalla mamma e diceva: “Vedi, Pasquale (il fratello cioè), che mi apre sempre il diario?”, e la madre lo sgridava, ma non era lui. Allora disse la mamma: “Mettilo chiuso sopra il mio comò”…nella sua stanza della madre. Si alza la mattina, Rosa, ed era ancora aperto. Pasquale diceva: “Non sono io!”, sempre. Nascondeva la chiave, faceva di tutto, ma sempre che lo trovava aperto il diario. Allora scrisse una volta: “Chi sei? Prendi la penna e scrivi chi sei. Perché io ho paura”…diciamo… E questo o questa glielo fece trovare a terra sul pavimento, aperto, ma non gli scrisse nulla. Allora, questa mia nipote adesso è morta, ed è stato chiesto al fratello, a Pasquale, se era stato lui ad aprire il diario e lui ha detto che non era lui. La bambina comunque scriveva sempre, aveva continuato a scrivere su questo diario, dopo il fatto. Però scriveva cose che non mi piacciono, scriveva cose di morte, che non voleva far soffrire la mamma… non aveva una buona amica o una buona cugina… E si diceva anche che era sfortunata”. (78)

VII) “Ah, la casa di una mia amica… appena sposata andò ad abitare in questa casa, e lei cominciò a stare male, non riusciva a mangiare, dormiva poco, aveva sempre paura. Non sapeva cosa fare, si rivolgeva ai medici e non sapevano cosa aveva. Pure lui, il marito, stava male, aveva delle bolle sulla pelle, un’allergia… cioè loro quando andavano a lavorare, quando andavano fuori casa, a casa dei genitori, fuori dalla casa, stavano bene, non avevano niente. Era la casa, diciamo… era a casa che stavano male… Comunque, teneva i mobili antichi e trovava sempre la polvere dei tarli, anche sul comò, la mattina, ma la sera non c’era niente… Lei lavorava, si alzava alle cinque, ma quando tornava non aveva tempo di fare le pulizie. Non c’era niente sui mobili, diciamo, della polvere. Trovava la polvere dei tarli, ma quando tornava a casa non c’era più, trovava pulito. Questa gli spolverava la casa. Poi nel corridoio aveva messo un mobile che si diceva che impediva il passaggio della padrona di casa e lo trovava tutto graffiato. Non sapeva cosa fare… quando chiamò… gli consigliarono di chiamare, parlandone con un’amica, di chiamare una signora che vedeva le ombre della casa. Come entrò, questa signora disse che c’era la padrona di casa che stava su una sedia a rotelle e non poteva passare, che lei la vedeva che stava su una sedia a rotelle, non poteva passare e gli rigava il mobile che stava nel corridoio, che gli stringeva il passaggio, e questa come passava lo rigava. Era la vecchia padrona di casa… niente…, lei allora si trasferì. Ora non so se la casa sia abitata, lei comunque si è trasferita subito e ora sta bene… si è sentita subito meglio… Da quando ha cambiato casa sta meglio”. (79)

VIII) “(…) Anche la nonna quando cambiò casa aveva una bambina neonata, e c’era quest’ombra di una donna che picchiava la bambina, quando era nella culla, quando dormiva. Non la poteva vedere. La vedeva (la madre cioè) sempre piangere, non capiva perché la bambina piangeva sempre. Poi venne a sapere… poi parlando con i vicini venne a sapere che c’era quest’ombra, che in quella casa c’era l’ombra… c’era quest’ombra… l’ombra di una donna che non aveva figli, non li poteva avere, forse… vai a capire… e per questo picchiava la bambina… però questa bambina poi morì… non lo so bene com’è la storia, poi morì questa bambina, morì piccola, non aveva neanche un anno… che poi la nonna Maddalena, diciamo la mamma, cadde nel fosso, diciamo, stava andando al cimitero a trovare… a salutare la bambina, e…, l’avevano messa nella terra, l’avevano seppellita nella terra, e quella notte aveva piovuto, quindi la mattina quando andò, scivolò e cadde nella buca che c’era a fianco della bambina… questa poi… la nonna si spaventò, dalla paura si spaventò, e mi pare si fece pure male ad un piede. E non andò più a trovarla, non andò più a trovare la bambina”. (80)

IX) “(…) Aspetta, devi dire che questa aveva le trecce, la signora che abitava nella casa aveva le trecce, lunghe, e l’ombra diceva che non le piacevano le trecce… gli diceva: “Non ti devi fare le trecce, te le devi tagliare”, a quella. E diceva: “Se non te le tagli, te le taglio io”, e un giorno questa si è svegliata, si svegliò, e le trecce non le aveva più… neanche nel letto… le trecce non c’erano proprio più… non se le è trovate”. (81)

X) “Davanti all’ospedale c’è una casa dove la padrona appare insieme con un bambino, con il figlio in braccio… che se lo tiene in braccio. E questa li faceva trovare tutti i vestiti tagliati negli armadi, gli faceva ‘ste cose… proprio… che poi la vedeva al… quest’ombra… e proprio litigavano…, la vecchia padrona di casa non la poteva vedere a questa che era andata ad abitare…, che non andavano d’accordo… anche quando lei voleva uscire di casa… voleva uscire… l’ombra gli faceva apparire un muro davanti alla porta, per non farla uscire… proprio litigavano brutto…”. (82)

XI) “(…) Quando mise la prima pietra della casa passarono due bambini, un maschio e una femmina, con in mano un mazzettino così di fiori (fa il gesto con le mani cioè), di margheritine, quelle gialle di campagna. E adesso, tuttora, sopra casa mia, la notte si sente passeggiare sul tetto, si sente “tic tic tic”… il primo che passa è il padrone della casa, quando misero la prima pietra passarono questi due bambini, e ora si sentono i passi… ma io non vedo niente, non fanno niente, solo si sentono camminare, di notte… però la casa mia è fortunata…”. (83)

XII) “(…) Al mio paese (Bitonto cioè) dicevano anche che quando si costruiva una casa si doveva subito fare il tetto, ma subito subito, in una giornata, il più presto possibile, perché altrimenti il primo che passava lasciava il suo spirito. Infatti dicevano che le case, una volta fatte le colonne, dovevano avere subito il tetto perché altrimenti c’erano questi spiriti, anime erranti, che potevano impossessarsi delle case”. (84)

***

Senza dilungarmi troppo, aggiungerei soltanto che le ultime due testimonianze (XI e XII) confermano appieno gli effetti simbolico-significanti di cui si connota il tetto della casa – ed il tetto nel ‘giro di tempo’ costituito dalla ‘fondazione’/costruzione della casa -: sullo sfondo, al solito, dei rapporti fra gli spiriti e la ‘fondazione’/costruzione, nonché l’eventuale presa di possesso della casa medesima da parte degli spiriti.

I primi che passano al momento/atto di fondazione di una casa, al gesto d’inizio della fondazione (“quando misero la prima pietra”: in quanto gesto d’inizio della fondazione, e proprio per questo atto di fondazione per eccellenza), diventano i “padroni della casa”; e si manifestano – o, più semplicemente, possono manifestarsi? – sul tetto della casa (attestazione XI).

Diventa il “padrone della casa” il primo che passa al momento della costruzione della casa, ma, per l’appunto, il primo che passa ‘prima’ del tetto: donde l’assoluta prescrizione-‘obbligo’ di fare il tetto “subito subito”, “il più presto possibile”; il tetto impedirà che uno spirito si impossessi della casa ancora in costruzione (attestazione XII). Il tetto fatto starà a significare la casa finita: ragion per cui “le case, una volta fatte le colonne, dovevano avere subito il tetto”.

Sembrerebbe derivarne una marcata pertinenza ed efficacia simboliche (quantomeno in senso ‘preventivo’) del ‘tempo di costruzione’, o ‘tempo di fondazione-costruzione’ che dir si voglia: quel tempo che sta fra la ‘prima pietra’ (attestazioni XI e IV) e il ‘tetto subito subito’ (immediatamente – lo abbiamo visto – “una volta fatte le colonne”); ‘periodo’ che tenderà a saldare temporalmente il gesto della ‘prima pietra’ col ‘tetto subito subito’.

A questo ‘tempo di fondazione-costruzione’ è in effetti assegnata un’unità: un certo modo di ‘realizzarsi’ dell’unità. Ovverosia, quella che è la durata dalla ‘prima pietra’ (dal gesto d’inizio della fondazione) al tetto (‘chiusura’ – simbolica – della costruzione) viene come ‘compressa’, strettamente raccordata ed intensamente ‘condensata’ al suo interno; per tale via trasposta come unità (“in una giornata”), quasi come ‘attimo senza durata’ (“subito subito”): diventa una sorta di momento unitario ed ‘unico’ (un solo ‘momento’). Vale a dire, il ‘tempo di fondazione-costruzione’ tenderà prescrittivamente ad imporsi secondo un versante aspettuale di tipo aoristico: “in una giornata” è l’unità di tempo dell’obbligo-regola, che parrebbe psico-logicamente configurarsi come ‘puntuale’ (‘puntuale’-e-‘minima’).

Con l’ ‘obbligo’ del ‘tetto subito subito’, con la ‘regola’ del “in una giornata”, un’aspettualità aoristica verrebbe dunque a caratterizzare, in qualche modo, il tempo di fondazione-costruzione.

È un argomento – che chiamerei delle ‘costruzioni aoristiche – sul quale varrebbe la pena tornare più diffusamente (si pensi anche alle costruzioni ‘in una notte’ di molti racconti).

Quel che più in particolare importerà in questa sede, dalla attestazione IV si evince che la “prima pietra” – quella del gesto di fondazione, quella del momento-incipit della fondazione – è proprio quella della soglia, “davanti al portone”: allora, il “padrone della casa”, vale a dire la “prima persona” che passa “quando viene messa la prima pietra”, altri non sarà che la prima persona che passa quando viene messa la pietra della soglia di casa, la pietra che si troverà “davanti al portone”.

Non sarà troppo azzardato dedurne che l’anima-“padrone della casa” (la “padrona”-lucertola) possa essere specificamente collegata con la ‘pietra della soglia’, con la pietra “davanti al portone” (sotto la quale ci saranno – e a partire dal momento-incipit, istitutivo della fondazione stessa – i soldi “per buon auspicio”). (85)

Siamo presumibilmente – ancora una volta? – di fronte alla correlazione fra anima-“padrone della casa” e soglia, fra “padrone della casa” e pietra “davanti al portone”. (86)

E d’altronde, come si è potuto constatare, soglia e fondazione – il tempo-olim, ed anzi il momento iniziale ed istitutivo della fondazione – vengono in un certo senso a convergere: il “padrone della casa” (la “padrona”-lucertola dell’attestazione n. IV) potrà rinviare tanto alla soglia/pietra “davanti al portone” quanto al tempo e al momento-incipit della fondazione, ‘connotativamente’ presenti a loro volta nella soglia stessa.

NOTE

1  Per siffatte problematiche si consultino i miei Semiosi nel folklore II. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio (LU), Centro di documentazione della tradizione orale 2001 e Semiosi nel folklore III. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio (LU), Centro di documentazione della tradizione orale 2003.

2  Per queste ed altre denominazioni (come ad es. “Donni di notti” o “Belli donni”) si potrà consultare G. Pitrè, Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. IV, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, vol. XVII, Palermo 1870-1913, rist. Palermo, “Il Vespro” 1978, VII Le Donne di fuora , pp. 153 sgg., in part. p. 153; recentemente E. Guggino, Nota a G. Henningsen, Le “donne di fuori”: un modello arcaico del sabba, in “Archivio Antropologico Mediterraneo”, I, 1998, 0, pp. 35 sgg., in part. p. 37, prima colonna; anche Guggino, Del mutevole essere delle donne, in AA.VV., Le parole dei giorni. Scritti per Nino Buttitta, a cura di M. C. Ruta, Palermo, Sellerio 2005, vol. II, pp. 1380 sgg., in part. p. 1382.

3  Sembrerebbero essere sia femmine che maschi. Cfr. Henningsen, Le “donne di fuori”… , cit., pp. 45 sgg., 3. Fate e streghe, pp. 46 sgg., in part. p. 46, seconda colonna. Così Elsa Guggino: “Ho declinato al femminile ogni figura della categoria donne poiché, quand’anche in alcune narrazioni sia contemplata la presenza maschile (…)” (Del mutevole essere…, cit., p. 1383). Per i “patruneddi” in quanto “donne e uomini”, ovvero “bambini” (si tratterà comunque sempre di morti: cfr. anche oltre), ancora Guggino, Nota, cit., p. 38, prima col. (Partinico).

4  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, in part. p. 161.

5  “Signuri” o “Belli Signuri” sono modi – sempre – per riferirsi alle “Donni di fuora/”Donni di locu” etc.: Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 153. Cfr. anche nota 2.

6  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, in part. p. 163. Prosegue il folklorista siciliano: “E non solo questo di essere ubbidite, ma esigono anche di avere indovinati i desiderî, di averli soddisfatti. Amano ad esser colme di gentilezze e di cortesie, circondate di rispetto, guardate con riverenza” (Usi…, cit., vol. IV, p. 163).

7  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, in part. p. 176.

8  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, in part. pp. 168 sg..

9  Cfr. Guggino, Nota, cit., p. 38, seconda col.: “Quando si entra in casa o si esce, si salutano i patruneddi : “Buon giorno (o buona sera) a tutta la compagnia”. Quest’ultima è un’usanza osservata diffusamente, per lo più da anziane signore, anche in ambito borghese (…)”. Si veda, inoltre, nota successiva.

10  In area pugliese (prov. Foggia), “Il popolo di Cerignola sente la presenza di un’ombra, di una persona che veglia e che custodisce la propria casa e che chiama “la patròne de la cheise”. Si ha una pallida idea dell’antico Lare in questa donna di mezza età, che si lascia vedere soltanto di notte e quando non la si saluta. La terrazzana sente un profondo rispetto per questa donna, che guarda come l’augurio della casa. Essa la saluta tutte le volte con queste parole: “Bon ggiorne a la patròne de la cheise, u mmaile ca esse e u bbeine ca treise”. Generalmente si crede che la “patròne de la cheise” sia lo spirito di colui o di colei che si trovò a passare quando si mise la prima pietra del fabbricato. Ritenuto questo, essa può essere uomo o donna, giovane o vecchia” (M. Conte, Tradizioni popolari di Cerignola, Cerignola, Tip. “Scienza e Diletto”1910, Spiriti, pp. 129 sgg., in part. pp. 134 sg.; cfr. G. Bonomo, Caccia alle streghe. La credenza nelle streghe dal secolo XI II al XIX con particolare riferimento all’Italia, Palermo, Palumbo 1959, cap. 3, in part. p. 70). Sebbene non sia il caso, almeno per ora, di entrare nello specifico delle variazioni narrative che si possono riscontrare (e che articolano e complessificano il quadro generale), colgo ad ogni buon conto l’occasione per sottolineare – fin da subito – come questa “ombra”, questa “persona” che custodisce la casa sia correlata con il momento per così dire ‘originario’: con la fondazione stessa – con il gesto stesso di fondazione – del “fabbricato” (“quando si mise la prima pietra”). Altre attestazioni pugliesi che di tutta evidenza rientrano nel medesimo ambito tematico (anche concernenti il motivo della ‘prima pietra’, ed un suo preciso valore di senso) si possono leggere in Appendice; inoltre nota 48.

Per analoghe tradizioni siciliane relative ai “padroni del luogo” si veda più avanti, nel corso del presente intervento (informatori di Scoglitti, com. di Vittoria, prov. di Ragusa).

Bonomo accosta alle siciliane “donne di fuori” le “gianas” della Sardegna (Caccia alle streghe…, cit., nota 17 al cap. 3, pp. 484 sg., in part. p. 485).

Prescindendo almeno in questa sede dal possibile collegamento delle “gianas” o “giannèddas” con lat. Diana (cfr. G. Bottiglioni, Leggende e tradizioni di Sardegna, Genève, Olschki 1922, rist. Roma, Meltemi 1997, introd. di E. Delitala, Elementi e caratteri generali della leggenda sarda, p. 5), non mi pare si possa del tutto escludere un rapporto con il campo semantico della ‘porta’: sardo iann/ianna (Bottiglioni, Leggende…, cit., n. XXIX, p. 62), yanna (M. L. Wagner, Dizionario etimologico sardo, Heidelberg, Winter 1961, vol. I, s. v., p. 707); lat. ianua. Su quest’ultimo punto mi sono consultato con gli amici dialettologi Giovanni Ronco e Matteo Rivoira (Istituto dell’Atlante Linguistico Italiano, presso l’Università di Torino) che mi hanno confortato – con le loro specifiche competenze – circa la plausibilità dell’ipotesi da me avanzata; a loro il mio doveroso ringraziamento.

Per il tema ‘porta’ si veda oltre (anche Appendice, attestazione Bitonto n. IV: “davanti al portone (…) sotto la pietra”). Sempre sul tema ‘padrona della casa’ (o simili), pertinente ricordare – suppongo – anche la “Bella Mariana”(sic)/”Bella Imbriana” della zona di Napoli. Riferisce, assai di recente, una informatrice di Torre Annunziata: “(…) Poi quando uno torna a casa c’è un’altra usanza a Torre Annunziata, in pratica si saluta la “Bella Mariana” che sarebbe uno spirito della casa… è meglio non lamentarsi mai dentro le mura di casa altrimenti questo spirito si arrabbia…” (Cristina, 58 anni circa, intervistata durante il novembre 2007 da Sara Porello nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio). Così D. Spada: “È la Fata benefica di Napoli, amica dei bimbi e delle fanciulle in giovane età. Una volta, entrando in casa, le giovinette solevano dire prima di ogni altra cosa “bona sera bella ‘mbriana” per propiziarsi la fata domestica. / (…)” (Gnomi, fate, folletti e altri esseri fatati in Italia, Milano, SugarCo 1989, s. v. Bella ‘Mbriana, pp. 45 e 47). Anche C. Lapucci, Dizionario delle figure fantastiche, Milano, Garzanti 1991, s. v. La Bella Imbriana, p. 66. Annotava a suo tempo N. Borrelli: “(…) la Bella ‘Mbriana – altro domestico e benefico genio dei Napoletani – si aggira, per mostrarsi talvolta, su per gli abbaini e i cornicioni (…)” (L’origine ed il fondamento storico di un’antica credenza popolare, in “Il Folklore Italiano”, X, 1935, I-II, pp. 77 sgg., in part. p. 78, nota 4).

11  Informatrice Rosalba Re, ora di 68 anni circa, intervistata durante il 2003 da Michail Sarris, mio allievo presso il Politecnico di Torino, nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune zone dell’Italia. L’informatrice non è riuscita a ricordare la località della Sicilia cui si riferisce la ‘storia’.

Al prop., cfr. il mio Le mappe del simbolico-immaginario fra località esistenziale e globalità predicativa. Il luogo-icona: specificità deittica e funzione deittica; specificità locale e funzione locale, in Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio (Lucca), a cura di, Rappresentazioni e mappe del simbolico-immaginario: Minucciano in Garfagnana, Lucca, Pacini Fazzi 2008, parte I, in part. nota 124, pp. 156 sgg..

Degno di rilievo il motivo dei ‘giganti che si chiudono nel muro’ di una palazzina da loro abitata, quale si riscontra nell’ambito di una fiaba calabrese, di cui riproduco le sequenze iniziali: “Una volta c’era un re e una regina che avevano un solo figlio. Quando questo figlio arrivò all’età di dodici anni, la madre piangeva ogni giorno e il figlio si disperava di vederla  piangere, e non c’era mezzo per capire cosa avesse. Ma un giorno tanto il figlio supplicò la madre, che questa gli disse:

/ “Sai perché piango? Perché tuo padre mi diede tempo un anno per fare un altro figlio. Pena la vita. E domani scade il tempo e perciò mi ammazza”. / “E noi stanotte partiamo” le disse il figlio. / Infatti quella notte partirono. Camminando camminando, s’introducono in un bosco; guardano in lontananza e vedono una palazzina. Quando arrivano là vicino, videro il portone aperto e chiamarono: / “Padrone di casa! Padrone di casa!”. / Nessuno rispondeva: non c’era anima viva. Videro i letti aggiustati, ma non videro cristiani. / Dissero: / “Noi stiamo qua. Se viene qualcuno gli paghiamo l’alloggio”.

/ Allo scendere della notte, sentirono un rumore di passi. Il figlio disse alla madre di non aver paura. / A un tratto spunta e spunta un grande gigante. Appena entrò disse: / “Ah, figlio di re, tu qua sei?! Ora ti ammazzo”. / “Me ammazzi?!!” disse il figlio del re. “Ora combattiamo”. / Cominciarono a combattere e il figlio del re ammazzò il gigante. Lo fece in due pezzi e lo buttò fuori dalla finestra. / Dopo un poco comparve un altro gigante. Il figlio del re ammazzò anche questo gigante. A buoni conti, ammazzò undici giganti. Poi lui e sua madre andarono a coricarsi, perché erano sicuri che non c’erano altri giganti. Ma dopo che s’erano coricati, sentirono in cucina una voce terribile che diceva: / “Ah, assassino! Ammazzasti tutti gli undici, ma ora ci sono io e faccio vendetta per tutti”. / Il figlio del re che non desiderava sentire altro, si alza dal letto ed entra in cucina. Come vide il gigante, gli disse: “Ah, tu qua sei?! Ora ti ammazzo”, e gli diede una sciabolata al collo, ma non glielo tagliò del tutto. Lo prende e lo butta dalla finestra su un monte di letame d’asino. / La mattina se ne andò a caccia. La madre scese nell’orto e, mentre passeggiava, sentì un gemito. Stette ad ascoltare e udì che la voce diceva per tre volte: / “Moglie di re, vieni qua!”. / Lei non voleva andarci, perché aveva paura, ma la terza volta si avvicinò. Come fu vicina, vide quel gigante per terra e gli disse: / “Che vuoi?”. / “Voglio “ le disse lui “che mi lavate il collo, che me lo cucite e che me l’ungete con quell’unguento che si trova nello stipo in cucina”. / “Te lo cucirei, il collo” gli disse la regina “ma poi tu mi ammazzi il figlio”. / Tanto le disse il gigante, che alla fine gli lavò il collo, glielo cucì e glielo unse con l’unguento. Così tornò in vita. Appena tornò in vita, salì su e si chiuse in un muro. Passò un poco di tempo e si stancò di fare quella vita e un giorno le disse: / “Senti, io ho pensato di levarci dai piedi tuo figlio, perché questa non è vita che io posso fare”. / “E come facciamo?” domandò lei. / “Tu gli dici che sei malata e gli dici che hai bisogno dell’acqua della Dea Serena per sanare”. / Infatti quando il figlio rincasò, la madre gli disse: / “Figlio, io mi sento assai male e per sanare dovrei avere l’acqua della Dea Serena”. / Il figlio le disse: / “Per così poco! Ora vado e ve la porto”. / Partì. Cammina cammina, arrivò a una palazzina dove viveva un padre con una figlia che era fatata. Salì su, gli fecero tante buone accoglienze e gli domandarono dove doveva andare. Lui disse dov’era diretto e loro gli dissero: / “Vai va’, torna indietro, perché non è vero niente! Tua madre si sta godendo col gigante e col gigantello che il giorno stanno con lei e la notte si chiudono nel muro. Ora vogliono levarti dai piedi e ti mandano dalla Dea Serena. Hai da sapere che se tu vai là, non tornerai più”. (…)” (L. M. Lombardi Satriani – S. Strati, a cura di, Fiabe calabresi e lucane, Milano, Mondadori 1982, I dodici giganti, pp. 147 sgg., in part. pp. 147-149). Anche p. 151 (“(…) uscì il gigante dal muro (…)”). Alla fine è la madre traditrice che viene murata in una parete del palazzo reale: “(…) Come arrivarono, salirono su, presero il gigante e il gigantello e li ammazzarono. Poi presero la madre e lui (il figlio cioè) le disse: / “Ora ti porto da mio padre e faccia lui quello che vuole fare di te”. / Partirono. Quando arrivarono al palazzo reale, salirono sopra e il figlio raccontò tutto al padre. / “Prendetela e muratela in una parete con la testa di fuori in modo che chi passa le sputi addosso, e ogni giorno abbia soltanto una fetta di pane e un bicchiere d’acqua” disse il re. / Il figlio del re e sua moglie vissero felici e contenti nel palazzo reale, e noi siamo qua senza niente” (p. 152). Non si potrà, fra l’altro, non rimarcare il particolare per cui, giungendo alla palazzina dei ‘giganti nel muro’, il figlio e la madre chiamino: “Padrone di casa! Padrone di casa!” (aggiungendo altresì di essere disposti a ‘pagare l’alloggio’); con un modo, cioè, dell’allocuzione che corrisponde appunto ad una delle denominazioni (“Padroni del luogo”/”Padroni di casa”) attribuite alle entità siciliane (e non solo alle entità siciliane: vedi nota precedente e Appendice); entità che si manifestano, per es., a chi prende in affitto una casa. È una questione che meriterà di essere approfondita, in più direzioni.

Riguardo alla fiaba calabrese nonché al sèma ‘muro’ più in generale rinvio ai miei: Il coltello conficcato nel muro e un motivo fiabesco. Nota di folklore, in Borghini, Semiosi nel folklore III. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio (LU), Centro di documentazione della tradizione orale 2003, pp. 375 sgg.; Il taglio del cavolo, la testa, l’orecchio, in Borghini,. Varia Historia. Narrazione, territorio, paesaggio: il folklore come mitologia, Roma, Aracne 2005, cap. 6, pp. 103 sgg. (testo e più in part. nota 12, pp. 110 sgg.); Gino Gorza e lo spazio, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 36, pp. 453 sgg.; di nuovo il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit.. Sempre a proposito delle correlazioni fra entità dell’immaginario e sèma ‘muro’/’muri’ propongo ora quest’altra attestazione siciliana, proveniente da Canicattì, in provincia di Agrigento: “A Canicattì c’è una strada dove succedevano cose strane… me l’aveva raccontato una volta un amico mio che veniva di lì… che c’è una strada, loro la chiamano “la strada degli incantesimi” dove le persone che passavano… alle persone che passavano… rubavano tutto!… E queste persone venivano rubate… le cose… da delle ombre dei muri… sui muri. E queste ombre erano nere. E sembravano incappucciate. E di notte quando le persone passavano nel centro del paese… e… è qui che c’erano ‘ste alte mura, no… gli toglievano tutto, persino i vestiti” (informatore Angelo Cassaro, 65 anni circa, intervistato durante l’ottobre 2007 da Sonia Ciulla nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; effetti di ‘convergenza’ e di ‘interscambio’ fra briganti o simili ed entità del negativo risultano non infrequenti: rinvio al mio Le streghe sopra le piante. A proposito di alcuni ‘rimedi’ piemontesi, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 5, pp. 89 sgg., nonché al mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., e in part. nota 50).

Circa i rapporti fra ‘letame’ e dimensione della morte nonché del negativo (“[…] lo butta dalla finestra su un monte di letame d’asino”) si vedano i miei: La taverna, il letame ed altro: percorsi simbolici della morte, in R. Raffaelli, a cura di, Rappresentazioni della morte, Urbino, QuattroVenti 1987; Letame e riconoscimento di una strega nella Valle Intrasca. Nota di folklore, in Borghini, Semiosi nel folklore II. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio (LU), Centro di documentazione della tradizione orale 2001, pp. 491 sgg.; La bambina sul letame in un racconto delle Langhe. Effetti di analogia, in Borghini, Zonodrakontis. Momenti di una mitologia, Roma, Meltemi 2003, pp. 11 sgg.; …ad stelas facere. Un passo di Petronio ed alcune tradizioni folkloriche, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 523 sgg.. Per quanto concerne il tratto ‘asino’ si potrà consultare il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in part. nota 53 (attestazioni anche calabresi).

I fascicoli relativi alle ricerche M. Sarris e S. Ciulla sono disponibili presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio, impegnato alla costruzione di un archivio folklorico nazionale.

12  Per il ‘complesso’ delle correlazioni che intercorrono tra siffatte entità e i bambini nonché la ricchezza, si tenga presente anche quest’altra interessante attestazione, raccolta a Licata: “I patrunedda i casa si pigliaru a figlia [fecero morire la bambina; letteralmente: “si presero la figlia”], e gli diedero una gran quantità di denaro” (in Guggino, Nota, cit., p. 37, seconda col.; Del mutevole essere…, cit., p. 1388).

13  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 169.

14  Riferisce in data assai recente una informatrice originaria di Nicosia, in provincia di Enna (il termine definitorio è in questo caso “Fimmini di notte”): “Le “Fimmini di notte”, io mi ricordo che quando dormivo dalla nonna a Nicosia, allora poi la mattina quando… magari ti ritrovavi dei pizzicotti, delle bolle nere, allora mi dicevano: “Ma questi qui sono i “Fimmini di notti”…”, che magari ti sentivano come una persona estranea in quel posto. / Poteva essere in fin di bene o magari non ti volevano in quel posto. / Potevano dare i pizzicotti anche col fine di bene, come un segno di affetto, oppure: “In quel posto che ci fai?”. / Succedevano non a casa mia ma a casa della nonna. Succedeva soprattutto a mia sorella” (Rosa Maimone, 47 anni circa, ora residente a Catania, da me intervistata in data 18 agosto 2007; i fascicoli relativi alle ricerche Borghini e Borghini-Pettenuzzo sono disponibili presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio). “Fimmini di notti” è, di tutta evidenza, semplice variazione rispetto – poniamo – a “Donni di notti” (altro termine definitorio sempre per le medesime entità: cfr., più in alto, nota 2).

15  Giuseppe Migliore, 73 anni circa, di Scoglitti, nel comune di Vittoria, in provincia di Ragusa, da me intervistato in data 23 settembre 2007. Cfr. anche più in basso, nel corso del presente intervento (“Padroni del luogo” come antenati).

16  Per quanto concerne il motivo che potremmo chiamare delle ‘sedie’ si veda anche più in basso, nel corso del presente intervento (attestazione eoliana raccolta a Quattropani, fraz. di Lipari: n. 63 Maffei).

17  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 162; corsivi miei.

18  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 160. Cfr., più in basso, nota 58 (esseri e vento).

19  Per quanto concerne uno spirito sotto forma di salamandra cfr. più in basso (attestazione eoliana di Quattropani, fraz. di Lipari: n. 63 Maffei).

20  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 156; corsivi miei.

21  Anche in area ligure il rospo è la “reincarnazione delle persone morte” e, più in particolare, del “padrone di casa”. Così C. Gabrielli Rosi a proposito di talune tradizioni di Bolano, in provincia di La Spezia: “Per molti bolanesi i rospi sono la reincarnazione delle persone morte. Tutti lo sussurrano a mezza voce e nessuno farebbe loro del male. Sempre a Bolano si usa dire anche che il padrone di casa ritorna, sotto forma di un grosso rospo, nel luogo dove è vissuto; quelli più piccini, che lo circondano, sono i suoi familiari morti dopo di lui. / “La zia Milietta, una volta, ha visto un grosso rospo nell’aia, me l’ha indicato e mi ha detto: “Quello lì è Piè: nonno Pietro. / Da allora, ogni volta che, nelle sere di pioggia, quel grosso animale appare nell’aia, dapprima provo una naturale sensazione di ripulsa ma, poi, mentre lui si ferma e sembra fissarmi, un senso di tenerezza mi invade e mi sembra di udire la voce del nonno quando nel canto del fuoco mi narrava le novelle e le leggende” (Leggende e luoghi della paura tra Liguria e Toscana, vol. I. La Spezia, introd. di A. C. Ambrosi, Pisa, Pacini 1991, n. XII, La reincarnazione, p. 13). Cfr. anche Gabrielli Rosi, Leggende e luoghi…, cit., vol. II. Massa Carrara e provincia, introd. di A. Borghini, Pisa, Pacini 1993, n. CXXVI, Il rospo sugli scalini, pp. 114 sg.: rospo “sulla soglia” della porta di casa in quanto “reincarnazione” della moglie morta (Forno di Massa).

Circa il raccordo fra anime dei morti e uscio di casa si veda, più in basso, nota 67.

Riferisce, a sua volta, una giovane informatrice sarda: “Molto importante è la rana (…) però guai se lo (sic: il rospo o la rana cioè) uccidevi, perché era stato paragonato al Signore, e poi perché poteva esserci dentro l’anima di un uomo morto che stava facendo penitenza (…)” (Francesca Pilloni, 27 anni circa, di Cagliari, intervistata durante l’estate 2007 da Andrea Casula nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località della Sardegna; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio).

22  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 154.

23  Cfr. qui di seguito.

24  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 154.

25  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, pp. 154 sg..

26  Cfr. Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 155.

27  Informatore anonimo, nato nel 1954, di Mazara del Vallo, intervistato durante l’estate 2007 da Arturo Sciacca nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; nutro tuttavia l’impressione che l’attestazione provenga da una qualche pubblicazione locale a me sconosciuta.

28  In Guggino, Nota, cit., p. 37, seconda col..

29  In Guggino, Nota, cit., p. 37, seconda col.. Cfr. anche oltre: racconto di Scoglitti (com. Vittoria) relativo al cavallo e alla stalla col “chiavistello chiuso di dentro”.

30  In Guggino, Nota, cit., p. 38, seconda col..

31  In Guggino, Nota, cit., p. 38, seconda col.. Cfr. Guggino, Nota, cit., p. 38, prima col. (“Si dice diffusamente che siano anime di trapassati”); p. 40, prima col. (per le “donni di fora” in quanto “ricorre il termine spirdi”). Più in alto, nota 3 del presente intervento.

32  Informatore Maurizio, 45 anni circa, intervistato da Francesca Sorrentino nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio. Cfr. anche il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio (LU), a cura di, Rappresentazioni e mappe…, cit., prima parte, in part. nota 124.

33  In Guggino, Nota, cit., p. 39, seconda col.. Si tratta della torre di “Piazzetta Sette Fate”.

34  Circa il tetto della casa – nonché per i “cocci di tegoli” con cui “si riparano” i rospi-Donne di fuora – cfr. più in alto.

35  Maffei, I confini irreali delle Eolie. Spiriti e diavoli nella tradizione orale, Palermo, Flaccovio 2002, testimonianza n. 62 (Lipari), pp. 172 sgg.. Com’è immediatamente chiaro, i corsivi stanno a segnalare gli interventi dell’intervistatrice.

36  Riguardo alle sedie – e alla loro dislocazione notturna – cfr. più in alto (attestazione di Scoglitti, inf. Giuseppe Migliore).

37  Maffei, I confini irreali…, cit., cit., testimonianza n. 63 (Quattropani, Lipari), pp. 176 sgg..

38  Maffei, I confini irreali…, cit., testimonianza n. 64 (Pollara, Malfa), pp. 180 sgg..

39  Maffei, I confini irreali…, cit., testimonianza n. 64 (Pollara, Malfa), p. 182.

40  Maffei, I confini irreali…, cit., testimonianza n. 64 (Pollara, Malfa), p. 182.

41  Maffei, I confini irreali…, cit., testimonianza n. 66 (Lipari), pp. 186 sgg.. Si tengano presenti, della Maffei, le considerazioni di p. 12 (Introd.).

Rientra – mi pare – nel medesimo alveo simbolico-immaginario anche un’attezione come questa, dovuta ad un informatore di Aciplatani, fraz. di Acireale, in provincia di Catania: “Era… ci veniva alla notte alla mamma… non lo voleva in quella casa… “Tu”, dice, “devi andare via di qua, se tu non vai via ti ammazziamo il bambino”, aveva un bambino di qualche tre o quattro anni lei… e sempre ogni notte gli si presentava…, alla fine gli hanno ammazzato il bambino davvero, gliel’hanno strozzato… a una signora… aveva un bambino ed alla notte gli si presentavano questi… gli dicevano: “Tu di qua devi andare via”… non la volevano in quella casa… “Tu devi andare via”… lei… “Ma scherzano… fanno… sogno…”. E, oh, alla fine gli hanno ammazzato il bambino per davvero, bambino di qualche tre o quattro anni, all’indomani era proprio secco… ma, eh, certe volte dico… vah, sembrano… ‘Ste qua le raccontava la nonna (madre dell’informatore cioè) (…)” (Antonino Sciuto, 76 anni circa, intervistato durante il dicembre 2007 da Roberto Sciuto nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località della Sicilia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio). Per ‘segnali’ concernenti quella che – senza entrare troppo nel dettaglio – chiamerei ambiguità di atteggiamento/rapporto da parte di queste entità nei confronti dei bambini (ma il “padrone del luogo” può anche essere un bambino) si considerino altri punti del presente intervento: ad es., più in alto, il racconto della bambina che scompare in un “angolo di mura”; nonché nota 12 (attestazione di Licata).

42  Informatrice Giovanna Migliore, 87 anni circa, di Scoglitti, fraz. di Vittoria (prov. Ragusa), da me intervistata in data 17 agosto 2007.

43  Giuseppe Migliore (cit.) e la moglie Rosaria, 67 anni circa, da me intervistati in data 23 settembre 2007.

44  Circa il ‘bambino nel posto della legna’ in quanto effetto del negativo rinvio ad un mio intervento dal titolo La bambina nella legnaia in un racconto pugliese. Luogo dell’identità negativa e inquadramenti sintattico-analogici, in “Le Apuane”, XXV, 50, 2005, pp. 25 sgg..

Sempre sulla ‘legnaia’ come luogo dell’identità negativa – secondo differenti realizzazioni sintattico-proiettive – segnalo ora una fiaba siciliana in cui si tratta di una “vecchia” (che è una “draga”) la quale, morta o quasi-morta, viene messa dall’ ‘eroe’ in mezzo alla legna: “(…) Mentre cucinava (l’ ‘eroe’ cioè) arrivò la vecchia: / – Mi fate la carità, che ho due bambinetti morti di fame? / – Signorsì, madre mia, signorsì: avvicinatevi e pigliate voi stessa tutto quello che volete. / La vecchia si avvicinò alla pentola ma in quel momento Peppi (l’ ‘eroe’ cioè) le scaricò una buona mazzata e la stese a terra; prese il coltello e le tagliò la testa. La testa tagliata si mise a ruzzolare sola sola per terra, c’era un buco e ci si infilò. Peppi la guardava senza dir niente, poi pigliò il corpo della vecchia e lo fasciò in mezzo al mazzo di legna e lo mise in un canto della grotta (…)” (Pitrè, O mangi questa minestra… Fiabe e racconti popolari siciliani sul cibo per la prima volta tradotti in italiano, a cura di C. Codignola, Milano, Savelli 1979, Il disgraziato, pp. 105 sgg., in part. p. 111; narrata da Nina Fedele a Salomone Marino, Borgetto).

Di “tanto male… qualcosa di maligno (…) nella legnaia” racconta un informatore toscano di Piombino (prov. Livorno): “Una volta… un bel po’ di tempo fa, no… aveva… ha bussato alla porta una vecchina, no… una vecchina… era tanto vecchia… tutta vestita di cenci… e ‘sta vecchina dice di aver fame… tanta fame, e io… io allora… faceva tanta pena… allora l’ho fatta entrare perché a quel tempo sai… ti potevi fidare… ci si fidava, però… ah, ecco… nei giorni dopo la mi’ povera moglie… che stava male… è… è morta… sì, è morta… e… e tutta la casa è diventata vuota e… e tanto triste… comunque quella vecchina… perché l’ho fatta entrare… ci aveva fatto una fattura, no… sulla casa… me lo diceva il parroco, il prete, no… che aveva fatto… che era venuto… alla casa, no… la domenica di Pasqua, e dice che sentiva… tanto male… qualcosa di maligno nella… nella legnaia… allora abbiamo dato fuoco lì… con la paglia… e poi il parroco… il parroco c’ha buttato un po’ di acqua santa per il male… e la… come si chiama… la maledizione è andata via… ha lasciato la casa… Comunque, meglio non fidarsi… guarda, eh, sì sì” (Franco Giacopini, 58 anni circa, intervistato in data 5 agosto 2007 da Davide Sedici nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia).

Si racconta in area versiliese: “Il Concialana era uno spirito, un folletto cattivo, che stava rimpiattato dietro la legnaia e usciva per le strade a notte fonda; ecco perché si diceva ai bimbi di non andare fuori per la strada. Là il Concialana li avrebbe presi e portati nella sua tana” (cfr. P. Fantozzi, Storie e leggende della Versilia, Firenze, Le Lettere 2005, Il Concialana, p. 189; attestazione raccolta a Terrinca nel 2005). Riguardo al “Concialana” si veda anche il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio (LU), a cura di, Rappresentazioni e mappe…, cit., parte I, p. 28.

Per converso, di “montagne di fascine” e di “fisica” del prete (effetti magico-illusionistici assai spesso messi in atto proprio dal prete) riferisce un informatore di Arola, in provincia di Verbania: “(…) Ma mia zia Carmen… diceva che ce n’era una che era una sua amica che stava su per… adesso non mi ricordo più se… su per Barchetta, o dove… e il prete le diceva: “Ma come mai lei non viene mai a messa?… e qui e là e su e giù…”. E questa qui gli fa: “Ma guarda, io non c’ho tempo, c’ho i miei lavori da fare, e poi io se voglio pregare prego anche a casa… e…”… “No, ma devi venire a messa, e qua e là…”, e poi alla sera… “istu!”… va via per andare dentro nella cascina… non poteva mica andare dentro che c’erano montagne di fascine davanti… vedeva fascine…: “ “Istu!”… Ma cos’è?”…, e a un certo punto spariva tutto… e una volta e due e tre, e una bella sera è arrivata via, ha preso il trent… il tridente, la forca… ha picchiato dentro tre forcate… sparito tutto… e il giorno dopo… il prete… han sentito che il prete era nel letto… La raccontava la mia povera zia… che facevano la “fisica” “ (Giuseppe Boscaro, 41 anni circa, intervistato durante il dicembre 2007 da Angelica Rossetti nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località del Piemonte). Non di rado il prete è, in siffatti racconti, trattato alla stregua di un ‘operatore del negativo’.

La nozione di ‘proiezione’, cui da qualche tempo faccio ricorso in un’accezione eminentemente sintattica (sintattico-analogica), è in una certa misura avvicinabile (credo) a quella di matrice geometrico-formale quale viene impiegata dall’architetto Mauro Luca De Bernardi: un confronto teorico più meditato ed approfondito fra i nostri due punti di vista, provenienti da discipline diverse, potrebbe non risultare infruttuoso.

I fascicoli relativi alle ricerche D. Sedici e A. Rossetti sono disponibili presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio.

45  Informatrice Rosaria, cit., moglie di Giuseppe Migliore, da me intervistata in data 17 agosto 2007.

 46  L’intervistata (cfr. nota successiva) più volte mi dà esplicita conferma circa il fatto che si trattava degli antenati, che sentiva pronunciare proprio la parola “antenati”, aggiungendo altresì che “in dialetto dicevano i Padroni ‘o luoco”.

47  Informatrice anonima, 72 anni circa, di Chiaramonte, in provincia di Ragusa, da me intervistata in data 23 settembre 2007.

48  Informatrice Rosaria, cit., moglie di Giuseppe Migliore, intervistata da Cristiana Pettenuzzo e da me in data 23 settembre 2007.

Un’attestazione per vari aspetti simile giunge da Vieste, in provincia di Foggia: “Questa è una storia che è capitata a mia sorella quando era, diciamo, ragazzina, in Puglia. Praticamente… noi abitavamo in una casa, diciamo, antica, nel borgo antico di Vieste, e praticamente mia sorella, cioè di notte, s’era alzata perché aveva voglia di mangiarsi un frutto, di nascosto diciamo dai nostri genitori. E niente, così facendo, mangiando ‘sto frutto…, e poi non sapeva dove buttare la buccia per non essere scoperta poi dai miei genitori. E mentre cercava un posto dove buttare questa buccia di frutta gli è capitato appunto di incontrare, diciamo, un bambino, un fantasma poi, praticamente, vestito, lei l’ha descritto, vestito con abiti d’epoca… e lei là per là è rimasta pietrificata davanti questo fantasma di questo bambino, là per là non aveva la forza di reagire… dopo un po’ è riuscita ad urlare, e lei diceva che urlando lui è sparito in un lampo di luce gialla e così i miei genitori sentendo questo grido, ovviamente sono stati allarmati, e avevano trovato mia sorella di là, e le avevano chiesto cos’era successo, e lei gli aveva raccontato cosa aveva visto, e tutto. Poi parlando con i vicini di casa più anziani, loro dicevano sì, che in effetti questo bambino era mancato tanti anni prima ed era mancato proprio in questa abitazione dove noi abitavamo” (informatrice Lina Colella, 37 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da Roberto Mitolo nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio). Anche in questo caso si tratta di un bambino che “era mancato tanti anni prima” in questa “casa (…) antica, nel borgo antico”; e compare, in effetti, “vestito con abiti d’epoca”. Per i “padroni della casa” di area pugliese cfr. Appendice (Bitonto) e, più in alto, nota 10 (Cerignola).

49  Si tratta di un racconto dai risvolti complessi, sul quale conterei di tornare specificatamente in altra sede.

50  Informatori Rosaria e Giuseppe Migliore, cit., intervistati da Cr. Pettenuzzo e da me in data 23 settembre 2007. Cfr., più in alto, nota 10 (tradizioni pugliesi di Cerignola).

51  Opportunamente si è parlato di “preesistenze che vi dimorano”: “(…) sono concepite (…) come le vere proprietarie, per priorità di diritto, dell’abitazione. Chi ha acquistato o preso in affitto quest’ultima, tutto sommato è un ospite che può risultare più o meno gradito alle preesistenze che vi dimorano” (Guggino, Del mutevole essere… , cit., p. 1383).

52  In Guggino, Nota, cit. p. 37, prima col..

53  In Guggino, Nota, cit., p. 37, prima col.. Cfr. ultima nota.

54  Cfr. Anche Phot. Lex. s. v. Tritopator.

55  Cfr. Anche Hesych. Lex. s. v. Tripatreis.

56  Su anemos e animus(/anima) si consulti A. Ernout – A. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris, Klincksieck 1967, s. v. anima e animus, p. 34; P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Paris, Klincksieck 1968, s. v. anemos, p. 86.

Cfr. anche il mio Neonati morti a bocca spalancata, di prossima pubblicazione.

 57  Cfr., di nuovo, Phot. Lex. s. v. Tritopatores. Si consulti E. Rohde, Psiche. Culto delle anime e fede nell’immortalità presso i Greci, trad. it. Bari, Laterza 1970, pref. di G. Pugliese Carratelli, vol. I, pp. 249-51 (e note relative); anche vol. II., p. 453, nota 3.

Cfr. W. H. Roscher, Ausfuehrliches Lexikon der griechischen und roemischen Mythologie, Leipzig 1916-24, rist. Hildesheim – New York, Olms 1977, vol. V, s. v. Tritopatores oder Tritopatreis, coll. 1208 sgg..

58  Cfr. Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 160 (addirittura – lo abbiamo visto – portano via i tegoli e scoperchiano le case); inoltre Guggino, Nota, cit., p. 38, prima col. (“improvviso soffio di vento”); testimonianza, in Henningsen, Le “donne di fuori”…, cit., p. 48, prima col. (“entravano nelle case in forma di vento”).

Riguardo all’anima di un morto come soffio di vento si potrà – a titolo di (ulteriore) esempio – tener presente Maffei, Capelli di serpe. Cunti e credenze delle isole Eolie, Roma, Meltemi 1995, n. XXVII, pp. 37 sg., in part. p. 38 (= I confini irreali…, cit., testimonianza n. 2, da Quattropani di Lipari, pp. 46 sg., in part. p. 46): “(…) l’anima restò là. E allora, stava legando la legna per venirsene via, va un soffio di vento, sparpaglia tutta la legna, gli spande tutta la legna e butta lui in terra. Lo fece cadere in terra (…)” (si tratta di un soffio di vento anche in questo caso piuttosto violento).

L’associazione di ‘vento’/’arie’ e ‘anime dei morti’/’spiriti’ (nonché più in generale esseri del negativo o comunque del fantastico) risulta largamente e diffusamente attestata: rinvio al mio Il “biscio bimbin” di Gorfigliano (prov. Lucca) e la Vaina ossolana; il “fuoco fasciato” di Ala e Mezzenile (Valli di Lanzo). Trattamenti paralleli, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 495 sgg., in part. nota 27, pp. 504 sgg. (per un caso siciliano di Casteltermini, in provincia di Agrigento, p. 510; per una attestazione relativa al “folletto”, in quanto “anima vagante” che arriva quando ci sono “quelle giornate di vento”, raccolta nella zona di Randazzo, in provincia di Catania, pp. 508 sg.). Anche Lapucci, Dizionario…, cit., p. 358, s.v. Il Vento dei Morti e s. v. Vento di Calvino.

Giunge dalla provincia di Massa Carrara l’attestazione che segue (“soffio” e lumino dal camposanto, che “veniva a fare il giro intorno al ciliegio”): “(…) Un’altra invece… io questa te la racconto anche… e quello era il nonno di mia mamma sempre… sempre sull’Appennino Toscano… C’era in questo… in queste borgate c’era… c’era un signore che aveva una… una pianta di ciliegio che era bellissima ed era quella che faceva le ciliegie più belle di tutta la borgata… quindi lui era molto orgoglioso di questa pianta, nessun antro (altro cioè) le aveva belle… belle così. Un bel giorno qualcuno gliel’ha incisa, questa pianta, alla base, e gliel’ha fatta morire. Quindi lui ha lanciato una maledizione che chi aveva fatto quel gesto, tutte le sere, da dopo morto, doveva tornare, tornare lì e fare il giro attorno al ciliegio e poi tornarsene nella sua tomba. Poco tempo dopo è morto proprio uno che era… era sospettato di aver fatto questa cosa e… il nonno di mia mamma, anche lui tornava dal paese vicino verso la borgata e… ed è arrivato con… con i denti chiusi che non… non riuscivano più a… aprirglieli… han dovuto aprirglieli con una forchetta, no, proprio perché inchiodato dalla paura. Quando è riuscito a parlare, lui dice che venendo per la strada ha sentito come un soffio, no, si è girato e ha visto un lumino che camm… che era sulla strada, che lo ha sorpassato, e praticamente questo era un lumino che molti altri vedevano partire da… dal camposanto, e veniva a fare il giro intorno al ciliegio e poi se ne tornava via. E il nonno di mia mamma era tornato a casa con i denti stretti perché aveva visto questa cosa qua” (informatrice anonima, 61 anni circa, di Montereggio, intervistata durante l’autunno 2007 da Antonella Sarli nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia). Riguardo al ‘ciliegio’(/’ciliegie’) si consultino i miei Il pugnale e la pianta degli streghi nel sistema delle varianti. Un ‘errore d’identità’ e un’ipotesi interpretativa, in Borghini, Semiosi nel folklore II…, cit., pp. 291 sgg.; Gli stregoni che diventano vino e il figlio della masca nella bottiglia. Linee di inquadramento semiotico, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 357 sgg. (e nota 3, p. 372); …ad stelas facere. Un passo di Petronio ed alcune tradizioni folkloriche, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 523 sgg., nota 8, pp. 532 sgg. (in part. p. 534: “foglie delle ciliegie” in area veneta); inoltre, Fr. de Carlo, Ciliegie, ciliegi ed esseri del negativo, Atti del X Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana per le Scienze Etno Antropologiche (A.I.S.E.A.), Roma luglio 2006, Roma 2007, pp. 95 sgg.. Dell’argomento mi sto ulteriormente occupando, con la collaborazione di Francesca de Carlo.

Ha a che vedere con gli spiriti il c.d. “Feuillat”, “folata di vento”, di cui ci dice un informatore valdostano di Quart: “C’era quella del Feuillat, che poi in italiano è la folata di vento. Nelle stalle dov’era crollato il tetto, nei fienili dove non c’erano le pareti, quando c’erano le giornate di vento forte c’erano i mulinelli. Gli anziani dicevano che c’erano gli spiriti… erano gli spiriti che facevano quel lavoro lì” (Severino Lamotte, nato nel 1937, intervistato in data 11 dicembre 2007 da Lorenzo Bona, mio allievo presso il Politecnico di Torino, nell’ambito di un lavoro di tesi, diretto da me e da P. Tosoni, sul folklore di alcune località della Val d’Aosta).

Riferisce una informatrice originaria di San Giorgio di Pietragalla, in provincia di Potenza: “Quando c’era vento forte c’erano gli spiritelli che portavano via le malattie… Quando veniva il vento da una parte… dove… aspetta… ah, da ovest, portava le malattie… quando veniva da est questi spiritelli portavano via le malattie” (Donatella Samela, 54 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da Marika Garbo nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia).

Colgo l’occasione per segnalare quest’altra a sua volta piuttosto interessante attestazione, proveniente da Lacedonia, in provincia di Avellino: “Quando ero piccola al mio paese… a mezzogiorno girava sempre un’aria a cerchio… una specie di spirito… era un’aria tutta attorcigliata… e non la vedevano tutti… solo una persona per volta… e si vedeva solo in certi punti… e dicevano che era lo spirito di un morto che passava… si chiamava “Mulicello”… o “Vdscigl”… ma cosa vuol dire “Vdscigl”… era il dialetto di giù… non lo so tradurre… comunque sempre vento… qualcosa del genere… però era un morto che appariva e spariva immediatamente… e solo nei giorni d’estate” (informatrice Donatella Pignatiello, intervistata durante l’ottobre-novembre 2007 da Giulia Pignatiello nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia). Evidente l’effetto di ‘convergenza’-‘identificazione’ di questa “aria a cerchio”(/”spirito”), di questa “aria tutta attorcigliata”, con il tipo del folletto-mulinello; e del resto “Vdscigl” è nella zona qui in oggetto termine che designa il folletto (me lo conferma esplicitamente l’intervistatrice, G. Pignatiello). Cfr., per altre zone dell’Italia, O. Guidi, Magia e folletti in Garfagnana, Lucca, Pacini Fazzi 1988; così – poniamo – nelle frazioni di Castelnuovo Garfagnana: “(…) il carattere che (…) gli (al “Buffardello” cioè) viene più costantemente attribuito è quello di un forte vento vorticoso che porta in alto foglie, grano, disfa covoni di fieno (“c’è entrato il Bufardello”, dicono a Croce di Stazzana). A Cerretoli questo vortice è chiamato vento incrociato. A Palleroso si ritiene che il vortice possa essere arrestato piantando in terra un pennato o un altro oggetto di ferro” (p. 28). Anche a Verrucolette, nel comune di Minucciano, “Il vento che fa il mulinello come l’acqua è il Pappardello” (informatrice Elide Romei, nata nel 1931, intervistata durante il 1998 da Cr. Pettenuzzo e da me; cfr. Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio, a cura di, Rappresentazioni e mappe…, cit., parte II, p. 212 e p. 227). Per l’area Appennino parmense – Lunigiana, M. Ferraguti, La Magia dei Folletti Nell’Appennino parmense e in Lunigiana, La Spezia, Luna Editore 2003. Si legga ad es.: “Io l’ho visto tante volte il folletto. Adesso meno, adesso non si vede quasi più ma prima, quando lavoravo nei campi lo vedevo e mi faceva paura. Io ero lì, nel campo a lavorare e, all’improvviso, si formava davanti a me come un vortice, un gomitolo attorcigliato di vento, di foglie e di rami; prima piccolo, poi sempre più grande e più veloce, l’ho visto tante di quelle volte, e poi urla e grida, fa come delle voci dentro il vortice” (pp. 49 sg., attestazione raccolta a Marra); “Il folletto abita nel vento, nei “nodi” che fa il vento, si nasconde lì. Ma non in tutti i venti, però se passa un vento folletto allora comincia a portare par aria tutto, cominciano i mulinelli. E mia nonna mi diceva che i mulinelli girano intorno perché c’è il folletto che ci balla dentro” (p. 129, attestazione raccolta a Montebello); “Noi andavamo a tagliare l’erba in alto, sui monti, era un’erba corta e la mettevamo dentro a delle gabbie che arrivavano a pesare anche cento chili. Però quando si alzava il folletto era un disastro. Di solito arrivava quando c’era tutto calmo e tranquillo, nelle ore più calde; si formava prima come un mulinello e poi un vortice forte che cominciava a portare in aria tutto il fieno e poi diventava sempre più violento, fino a portare in aria anche le gabbie e farle girare e girare per poi lasciarle cadere nel bosco dove non si potevano recuperare. Il folletto è così, è molto dispettoso” (p. 129, attestazione raccolta a Montebello); etc.. Circa il Mazzemarèlle abruzzese “in forma di vortice” G. Finamore, Tradizioni popolari abruzzesi , in Curiosità popolari tradizionali, a cura di G. Pitrè, vol. XIII, Torino – Palermo, Clausen 1894, rist. Bologna, Forni 1974, Mondo Fantastico, n. 1, p. 111 (Ortona a mare). Si consulti A. Calvetti, Comportamenti ed attribuzioni del folletto attraverso l’etimo degli appellativi, in “Lares”, XLIX, 4, 1983, pp. 621 sgg.; Lapucci, Dizionario…, cit., s. v. Folletti, pp. 147 sgg. (per i folletti in quanto “anime di bambini defunti” p. 147); R. Mazzoni, I Folletti nelle tradizioni popolari italiane. Credenze e leggende, Viareggio – Lucca, Baroni 2002. Inoltre, G. L. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Torino, Einaudi 1995 (venti ed esseri del fantastico).

Riguardo poi alle forme circolari, a spirale, nonché alla ‘curva’, e a loro possibili valori di senso, rinvio ai miei: La masca-cappello. Contributo al folklore piemontese, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 91 sgg., in part. nota 8, pp. 120 sgg.; I bambini “in una curva in mezzo a un bosco” , in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 31, pp. 399 sgg.; Un modo dell’aggressione demoniaca, la danza del sabba, la curva. Uno schema interpretativo, in Borghini, Semiosi nel folklore II…, cit., pp. 501 sgg.; L’ “arco dell’omo” di Limite sull’Arno, il “ponte del Grexino” di Varese Ligure e un colle abruzzese (Rocca- casale di Sulmona). Direzioni di lettura, in Borghini, Zonodrakontis…, cit., cap. 5. pp. 85 sgg..

A sua volta, un’immagine quale è quella del ‘gomitolo’ (“gomitolo attorcigliato di vento, di foglie e di rami”) potrebbe risultare dotata di una sua specifica rilevanza: si veda il mio Il gomitolo e l’eredità della strega in una tradizione biellese, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 187 sgg.. Su altri aspetti conterei di tornare in altra sede.

Si tramanda in area sarda: “Di cose strane me ne ricordo tante, e noi ci credevamo… io ci credo ancora… molto… credo agli spiriti… Mi ricordo anche che cosa dovevo dire quando ne incontravo uno… quando si andava in campagna poteva capitare che si incontrasse uno spirito… girando. / Infatti da quando eravamo piccoli ci dicevano che se incontravamo in una strada di campagna fuglittoi (un vortice d’aria cioè) bisognava mettersi subito da una parte, precisamente a destra, e fuori dalla strada. Quando succedeva così voleva dire che era uno spirito di uno che si era suicidato o di uno “morto di mala morte” (morto di morte violenta cioè). Appena lo sentivamo che muoveva l’aria dovevamo dire: “Se sei anima buona vai in ora buona, se anima mala vai in ora mala”. Era facile da dire perché bisognava ricordarselo tutti e poi dirlo quando ti succedeva che avevi paura… noi ce lo imparavano anche da bambini, e lo imparavamo subito, che era facile e faceva rima… Altre cose non me ne ricordo… sono vecchia…” (informatrice Efisina, 87 anni circa, di Gonnosnò, in provincia di Oristano, intervistata durante l’estate 2007 da A. Casula, cit.; cfr. nota 21). E così a proposito del fischio del vento: “Le anime dei neonati che morivano senza battesimo non potevano andare in Paradiso… Di notte se uno sentiva fischiare erano proprio quei neonati… e dicevano che fischiavano perché non sapevano parlare quando erano morti. Dicevano che fischiavano perché non potevano andare in Paradiso, e a volte entravano dentro le case e la gente aveva paura… si sentivano molto quando c’era vento… si confondeva il fischio del vento con quello di queste anime” (informatrice Malvina Murroni, 65 anni circa, di Zeppara, fraz. di Ales, in provincia di Oristano, intervistata durante l’estate 2007 da A. Casula, cit.; cfr. nota 21). Le anime dei bambini morti senza battesimo si chiamano “luxisceddasa” (o qualcosa del genere), letteralmente “piccole luci”: notizia dovuta ad A. Casula (cfr. ricerca).

Una correlazione tra ‘vento’/’ventaccio che si alza’, per un verso, e ‘arrivo delle streghe’ (che “cominciano a parlare, urlare, girare”), per un altro verso, ricorre in – anche in – questo racconto piemontese sentito – assai di recente – a Campo, in provincia di Torino: “Allora un tempo, mi raccontava mia nonna, a Muriaglio c’era un vecchio che aveva tre figli, e però aveva un mulino piccolo, alla fine muore, i figli si devono arrangiare, e dopo la sepoltura decidono che si spartiscono le cose. Il più vecchio ha preso un mulino (sic) perché aveva due figli, e il secondo ha preso l’asino, e il Nino era da sposare (celibe cioè)… e dice: “Tu sei un po’ un imbroglio adesso qua, e dovresti andare a cercare fortuna da un’altra parte…”. “Eh, me ne vado”…, e il Nino parte, decide di partire e ma… “Per la famiglia voglio il gatto”…, allora lui si prende ‘sto gatto e parte con il suo gatto che si è messo dentro le cose, e lì nella strada… ha cominciato lì nella strada fra Campo e Muriaglio e si è arrampicato su per le colline… e insomma il gatto si è messo a parlare, e si è quasi sentito male (l’ ‘eroe’ cioè) a vederlo così parlare, no… Poi, sì, parla e dice: “Fidati di me! C’è un casotto dove possiamo dormire”… Vanno lì, insomma, e poi dopo un po’ si alza un vento, e allora ascolta il gatto e… “Ce la caviamo”… e trovano ‘sto posto, sì… “ ‘Sto posto ce l’abbiamo”, e si fermano lì, e il gatto gli porta due pernici da mangiare, e accendono il fuoco… lì accampato… E si… si alza il vento… ma stanno lì… anche era proprio un ventaccio, e Nino ha sempre più paura, e poi arrivano le masche e cominciano a parlare, urlare, girare… Non capisce più niente (Nino cioè)… e Nino si nasconde… e erano tredici masche nere… e poi una dice: “Cosa succede al paese?”, e l’altra dice: “Una disgrazia al prevosto! Non c’ha più le viti!”… e ridono ridono, perché l’hanno fatto loro questo servizio, hanno fatto morire tutte le viti per dispetto, e hanno usato cinquanta teschi… aspetta che ti spiego… uno cioè, un teschio per ogni vite… sotto terra gli hanno messi, e in testa ai filari proprio. Nino va allora dal prete e toglie i teschi perché lui è bravo…, ma non ci crede il prevosto… e invece rinascono… e così dà (il prevosto cioè) tutto quello che ha a Nino, ma non può rimanere lì perché va a Cevin e… così allora è di nuovo in mezzo alle masche, e capisce che il gatto è una masca e vuole andare da lì, vuole scappare a casa… Quando arriva sono tutti in rovina, perché da quando se ne era andato erano capitate solo disgrazie in quella casa… e il gatto aveva forse anche trasformato Nino in una masca” (informatrice Esterina, 76 anni circa, intervistata durante il novembre-dicembre 2007 da Sabrina Fiorina nell’ambito di una tesina-ricerca, da me progettata e diretta, sul folklore di alcune località del Piemonte). Sempre “come vento” svaniscono “nell’aria” le streghe di questa attestazione, da riferire alla zona di Almese (prov. Torino): “(…) Ne so un’altra… questa me l’aveva raccontata mia mamma (di Almese cioè)… ma è molto breve… So che c’era un pastore che era bravo a suonare il violino… ma molto bravo… e che una notte viene svegliato da delle donne… ma che non conosceva… così nella notte… e lo portano via… ad una festa, dove… dove deve suonare… visto che lui è un violinista… ma si accorge di avere intorno solo streghe… e allora si prende paura… ma tanta… sai, lui era solo un pastore… non sapeva che fare… e praticamente queste streghe mentre ballano… come pazze… gli lanciano monete d’oro… lui suona e suona, e poi… a notte fonda… la festa finisce… le streghe vanno via… ma non le vede da dove vanno via… improvvisamente svaniscono nell’aria… sai, come vento… e lui solo… va alla ricerca delle monete d’oro… quelle che gli avevano lanciato… le cerca in giro, ma niente… trova solo sterco di capra… ovunque… poverino, non erano più monete…” (informatrice Ersilia Pevato, 56 anni circa, intervistata durante il gennaio 2008 da Claudia Nardi nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia).

I fascicoli relativi alle ricerche A. Sarli, M. Garbo, G. Pignatiello e Cl. Nardi, alla tesi di laurea L. Bona nonchè alla tesina S. Fiorina (seconda ricerca) sono disponibili presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio.

59  Pitrè, Usi…, vol. IV, p. 172.

60  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, pp. 169 e 171.

61  In Guggino, Nota, cit., p. 38, prima e seconda col. (le parentesi quadre sono dell’Autrice); Del mutevole essere…, cit., p. 1388. Ben rimarcato, nei lavori di E. Guggino, il rapporto di queste entità con i bambini; cfr., inoltre, Maffei, I confini irreali…, cit., introd., p. 13. Anche Henningsen, Le “donne di fuori”…, cit., p. 50, prima col..

62  Informatrice Francesca Rodriquez, 77 anni circa, intervistata durante il novembre 2007 da Alessia Daniela Accardi nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio.

63  Riferendosi ai documenti dell’Inquisizione spagnola relativi ai processi siciliani, ci informa Henningsen: “(…) Vi è un resoconto sul modo in cui le fate e le donne che le accompagnavano andarono a incontrare una puerpera che “aveva dato alla luce un bambino bello e molto ben fatto; e loro lo coprirono di benedizioni per farlo diventare ricco” (libro 900, f. 519r)” (Le “donne di fuori”…, cit., p. 50, prima col.).

64  Si tratta, secondo la spiegazione fornita dall’informatrice stessa (cfr. nota 62), di una formula di scongiuro.

65  Pitrè, Usi…, cit., vol. IV, p. 173.

66  Si consulti, se mai ve ne fosse bisogno, Ernout – Meillet, Dictionnaire…, cit., s. v. fores e foris, pp. 246 sgg.; Chantraine, Dictionnaire…, cit., s. v. thyra, pp. 446 sg.

Cfr. anche Ernout – Meillet, Dictionnaire…, cit., s. v. forum: il quale «a dû désigner à l’origine l’enclos qui entoure la maison» (p. 250, prima col.).

67  Il motivo che potremmo definire del raccordo fra anime dei morti – più specificatamente “anime dei nonni” – e “usci delle case” emerge in maniera perspicua nel quadro di quest’altra attestazione siciliana, proveniente dalla provincia di Catania, concernente le ritualità della festa dei morti: “Nel mio paese la sera del due di novembre, il giorno della commemorazione dei defunti, i bambini e gli adulti non uscivano di casa perché il detto era che, come si faceva buio, per le vie del paese si potevano incontrare le fiammelle sospese nell’aria che girovagavano in cerca degli usci delle case. / Davanti all’uscio depositavano dei dolcini o frutta se vi abitavano dei bambini, e qualche giocattolino. Queste cose erano dovute alle anime dei nonni, o parenti, comunque persone defunte. Si diceva che era un modo per ringraziare delle preghiere che dicevano per loro. Ma in realtà erano dei doni che si scambiavano tra vicini di casa” (informatrice Giusy Scozzarelli, 57 anni circa, di Marabella di Baccardi, intervistata durante l’ottobre-novembre 2007 da Roberto Polesel nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio).

Per quanto concerne il morto come rospo che compare nell’aia o sugli scalini davanti alla porta di casa cfr., più in alto, nota 21.

68  Trad. a cura di G. Ricciardelli, Rocca San Casciano (FO), Mondadori, Fondazione Valla 2000, p. 15. Della Ricciardelli si vedano anche le note di commento, pp. 238 sgg.: Prothyraia, “quella dinanzi alla porta”, “epiteto di Ecate, di Ilitia e di Artemide”, sarebbe la “dea custode della casa” (p. 238 e p. 240 al v. 5). Cfr. Hoefer, in Roscher, Ausfuehrliches Lexikon…, cit., vol. III. 2, rist. 1978, s. v. Prothyraios, coll. 3180 sg.; anche s. v. Prothyridia, col. 3181.

69  A proposito di un termine quale “lysizonos”, attribuito ad Artemide Ilitia, si veda la nota di commento della Ricciardelli (cit., p. 240). Si consulti il mio Strutture del simbolico. Sul significato sessuale del cinto femminile: contributi supplementari, in “Nativa”, III, 4, 1988. Già il mio La donnola e la femminilità ‘impossibile’: alcuni aspetti dell’antico racconto di Galinzia (Ant. Lib. Met. XXIX), in “Lares”, LII, 3, 1986.

Circa il sogno – per es. – di Artemide in quanto “Protettrice dei parti” (Locheia) cfr. Artem. Onir. II 35 (trad. a cura di D. Del Corno, Milano, Adelphi 1975, p. 135).

70  A loro volta, saranno suscettibili – credo – di entrare nel suddetto quadro di corrispondenze caratterizzazioni quali l’ ‘amabilità’ (“aganophron”, v. 3) ovvero il ‘gioire dei conviti’ (“thaliais te gegethas”, v. 6), sempre riferite all’antica dea. Per quanto concerne le entità siciliane si veda (ad es.) Guggino, Nota, cit., p. 36, seconda col. (“appaiono ricche di doni e di promesse, amano le mense imbandite, le feste”); p. 37, seconda col. (“organizzano feste”), etc..

71  Si tenga inoltre presente un nesso del tipo “theois patroois kai prothyraiois euchen” di un’iscrizione di Pinara, in Licia (Apollo ed Artemide/Ecate): cfr. Hoefer, in Roscher, Ausfuehrliches Lexikon…, vol. III.2, cit., s. v. Prothyraios, col. 3180 (n. 1).

72  Cfr. di nuovo Henningsen, Le “donne di fuori”…, cit., p. 46, seconda col.; anche p. 56 (Tavola 2).

Riguardo alle “donne” in quanto “tutte portavano le acconciature avvolte intorno alla faccia al modo delle donne greche”, ancora Henningsen, Le “donne di fuori”…, cit., p. 50, prima col., con riferimento – sempre – agli atti processuali dell’Inquisizione spagnola in Sicilia (libro 900, ff. 409v-410r).

In generale, circa la “società di Diana”, si consulti Bonomo, Caccia alle streghe… , cit..

Concludo questa parte con un’impressione ‘di base’, ovviamente da approfondire e da valutare con molta attenzione: non sembrerebbe da escludere, a ben guardare, che una qualche ‘struttura di pertinenza’, rispetto a quel che suol definirsi “il sabba”, sia rintracciabile – con una non disprezzabile precisione di elementi e di ‘configurazioni nucleari’, o ‘costellazioni nucleari’ che dir si voglia – già nei complessi percorsi della tradizione antica. Si considerino, in questa medesima ottica di fondo, i versanti cui ho avuto occasione di accennare nel mio …agallomenen elaphoisi. Racconti alpini e tradizioni antiche, in P. Grimaldi, a cura di, Bestie Santi Divinità. Maschere animali dell’Europa tradizionale, Torino, Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi”, Club Alpino Italiano, Sezione di Torino 2003, pp. 180 sgg..

73  Informatrice Raffaella Marinelli, 61 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da R. Mitolo, cit.; cfr. nota 48.

74  Informatrice R. Marinelli, cit.; cfr. nota 73.

75  Informatrice Mariella Carnicella, 28 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da R. Mitolo, cit.; cfr. nota 48.

76  Informatrice R. Marinelli, cit.; cfr. nota 73.

77  Informatrice Maddalena Robles, 41 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da R. Mitolo, cit; cfr. nota 48.

78  Informatrice Angela Maiorano, 57 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da R. Mitolo, cit.; cfr. nota 48.

79  Informatrice M. Robles, cit.; cfr. nota 77.

80  Informatrice Maria Marinelli, 53 anni circa, intervistata durante il dicembre 2007 da R. Mitolo, cit.; cfr. nota 48.

81  Informatrice M. Marinelli, cit.; cfr. nota precedente.

82  Informatrice R. Marinelli, cit.; cfr. nota 73. Quantomeno questa informatrice parla, ‘analogicamente’, riferendosi al reiterarsi delle apparizioni di un cane in una certa strada, di “padrone della strada”: “La mattina presto a lavorare nei campi… una volta un uomo vide un cane nero, grosso, e questo si spaventò… un cane grande tutto nero… Questo contadino… quest’uomo comunque passò, andò avanti e quando si voltò per vedere se… per controllare se il cane lo seguiva, gli faceva qualcosa, il cane non c’era più. Questo era come il padrone della strada, appariva sempre questo cane a quelli che passavano da quella strada” (cfr. nota 73).

83  Informatrice A. Maiorano, cit.; cfr. nota 78.

84  Informatrice Mariella Pazienza, 55 anni circa, intervistata in data 17 gennaio 2008 da Maria Grazia Belci nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio.

85  Note sono le correlazioni fra lucertola e denaro/fortuna; ma i risvolti – a mio avviso piuttosto variegati e persino ‘inattesi’ – sono da analizzare attentamente, alla luce anche di una più ricca documentazione. Si consulti, per es., il mio Gioco del lotto e immaginario: il basilisco, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 12, pp. 173 sgg..

86  Il che potrebbe funzionare alla stregua di una conferma, per quanto indiretta, della proposta etimologica ed interpretativa circa le siciliane “donne di fuori” avanzata nel presente intervento.

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