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Folletto e sfera del basilisco

di Alberto Borghini

Folletto-rettile, folletto-uccello: alcuni spunti.

Piuttosto diffuso risulta un tipo di racconto/’esperienza’ (si tratta per la verità di un ‘racconto semplice’, tendenzialmente almeno a una sola sequenza) la cui ossatura narrativo-evenemenziale potrà essere, grosso modo, così riassunta: un illusionista cerca di mettere in atto il suo gioco, consistente – poniamo – nel mostrare un gallo o una gallina che trascinano un grosso pezzo di legno; da lì passa però una donna con un fascio d’erba (o simili), la quale smaschera l’effetto illusionistico; ciò sarà dovuto al fatto che (all’insaputa della donna stessa) nel fascio d’erba si trova un rettile.

Presento un solo esempio, proveniente da un’area alpina (il rettile è qui una vipera):

“Quando andavamo alla messa ad Antagnod, che era il capoluogo, e poi fuori c’era questi maghi, fuori, all’uscita dalla messa, che facevano ‘ste magie. E allora, facevano vedere le cose che non c’erano… Poi, c’era quello più debole che le vedeva, e invece quelli più forti non le vedevano. Allora, c’era una gallina che tirava un filino d’erba, e tutti vedevano un tronco, no, vedevano ‘sta gallina che tirava un tronco. Poi è arrivata una signora con la gerla, e la nonna raccontava che dentro la gerla aveva una vipera, nel fieno, senza che lei lo sapesse. E lei allora dice: “Ma cosa state tutti a guardare ‘sta gallina che ha un filino di fieno attaccato dietro!”, e tutti: “Oh, ma come?!”. E la nonna diceva che il motivo per cui lei non la vedeva era perché aveva questa vipera nella gerla che le toglieva via le visioni non giuste”. (1)

Se in altri casi compaiono elementi quali ‘serpe’, ovvero ‘lucertola’, o anche ‘rospo’/’rana’ (2), in una attestazione francese della zona di La Hague (Manica) il rettile in questione è rappresentato da una salamandra:

“On se récriait un jour en voyant un coq traîner une poutre; une femme qui portait un paquet d’herbe, qu’elle venait de couper, se moqua de l’émerveillement de ces braves gens qui s’amusaient à regarder un coq traînant un fétu. Le faiseur de tours regarde ce qu’elle avait dans son tablier. Dans l’herbe qu’elle avait ramassée, se trouvait un môron qu’elle n’avait pas remarqué. C’est ce qui avait détruit le charme”. (3)

Si tramanda in generale che:

“Cet animal (la salamandra cioè) a le pouvoir, pour celui qui le porte, de dissiper toutes les illusions. Les prétendus tours de force et d’adresse n’existaient pas, disaient autrefois nos paysans; les escamoteurs et autres gens de cette espèce avaient l’art de fasciner les yeux et de faire voir une foule de choses qui n’avaient pas d’existence réelle. Mais si on a sur soi un môron, l’illusion n’a plus d’effet sur vous”. (4)


Interessante allora rilevare come, in una attestazione di area Appennino parmense – Lunigiana (Cavallana), sia un folletto che scappa via dal fascio d’erba di una donna al cui sopraggiungere si era dileguato l’effetto illusionistico:

“Una volta mi ricordo, ero bambina, c’era tanta gente che si era fermata a guardare un uomo che riusciva a fare in modo che il suo gallo tirasse un trave. Erano tutti sorpresi e guardavano a bocca aperta. E’ passata di lì una donna con un fascio d’erba in mano e si è fermata a guardare anche lei; allora, all’improvviso, tutti hanno visto che in realtà il trave era solo un filo scuro, come se avessero avuto un’allucinazione. L’uomo del gallo, che era senz’altro uno stregone, ha mandato via la donna dicendole di tornare a casa e di guardare dentro al fascio d’erba che aveva raccolto, dentro avrebbe trovato qualcosa. La donna allora è ritornata a casa e appena ha slegato il fascio d’erba dicono che sia scappato via un folletto”. (5)

Ed il cerchio in qualche modo si chiude, anche riferendoci alla sola area appenninica suddetta, se si considera che nella medesima zona il folletto/Buffardello “si può trasformare in una salamandra”. Così ad Apella:

“Il Buffardello va nella stalla di notte; sta tutto il tempo a fare le trecce alle cavalle, finchè non viene giorno, e allora va via, ritorna nel bosco o chissà dove. Non l’hanno mai visto, è invisibile; però lascia i segni che sono le trecce nelle code dei cavalli, le corone di fieno e le corone di piume dentro i materassi. Quelle sono pericolose e vanno sciolte subito se no la persona che ci dorme sopra diventa matta. Il Buffardello, quando va vicino alla fontana e sente che arriva qualcuno, si può trasformare in una salamandra; comunque dopo la mezzanotte, non bisogna mai bere alle fontane perché entrano gli spiriti nel corpo”. (6)

Fuoriuscendo dall’area in questione, merita rilievo il particolare per cui in Friuli la salamandra viene – fra l’altro – denominata “mazaròc”: con un termine, cioè, che richiama proprio il folletto (nonché orco/diavolo) di area nord-orientale. (7)


La prospettiva concernente i rapporti tra folletto, da un lato, e campo dei rettili, dall’altro lato, risulta suscettibile di significativi ampliamenti, in grado altresì di aprire nuove vie per una collocazione ed una interpretazione di prospettiva simbolico-immaginaria di quelle figure del fantastico che sono i c.d. “folletti”. Ciò vorrà dire, in primo luogo, ricostruire delle strutture di grammaticalità – tracciati di corrispondenze e dinamiche di grammaticalità – in cui i predicati riguardanti i c.d. folletti (le loro forme metamorfiche, le loro azioni, le loro caratteristiche) vengano a situarsi e a riconoscersi linguisticamente: come emergenze cioè di una lingua, che è quella del simbolico stesso. Lungo una strada siffatta, ritengo che si possa gettare una qualche luce sulla ‘logica’ sottesa a diverse (e diffuse) tradizioni relative a questi prodotti dell’immaginario (preferisco però dire del simbolico-immaginario).

Torniamo ai rapporti tra ‘folletto’ e ‘rettili’, citando rapidamente qualche altro esempio.

A Forno di Massa (Alpi Apuane) il Linchetto si presenta “sotto forme diverse, anche come un serpente”. (8)

Ha la prerogativa di trasformarsi in una lucertola – e getta una lucertola in testa ad una bambina che passa vicino ad un muro – il Samburlet di Macello, non distante da Pinerolo, in provincia di Torino:

“(…) Ma come?! Non te lo ricordi più?… Ti faceva tanta paura perché era un mostriciattolo… il mostro del castello dove abitava Chiattone (famiglia di Macello cioè)…

Samburlet era piccolo, piccolo come uno scoiattolo, e aveva il pelo e la coda, e aveva gli stivali, ma quando aveva perso il calzino si vedeva che non aveva… le zampe… ma gli zoccoli… e faceva rumore quando camminava… e Samburlet viveva nel castello, e di giorno non si faceva vedere ma lasciava il calzino lungo il muro e faceva tic-tac con le zampe, che erano come quelle delle capre… Samburlet non si allontanava mai dal muro, ma qualche volta si arrampica su… sugli alberi del castello, e faceva cadere giù le ghiande, e mi ricordo che Chiattone si arrabbiava, e poi mi ricordo, tu forse te lo ricordi che un giorno ti avevo mandato a prendere il latte da Darò, dietro al castello, e tu eri partita con la bottiglia del latte… te lo ricordi eh… ma dopo pochi minuti eri tornata indietro, a casa, che urlavi che dicevi che Samburlet ti aveva buttato una lucertola in testa e non c’era più il calzino lungo il muro, e tu dicevi che si era trasformato in una lucertola… povera bambina, avevi proprio paura, infatti non sei mai più passata lì vicino al muro, quando eri piccola, perché dicevi che Samburlet era lì sugli alberi, e che era lì che ti guardava e che ti avrebbe preso”. (9)

A sua volta, è un “lucertolino” (o uno “scoiattolino”) il Sarvanot, “folletto dei boschi” della Val Maira, in provincia di Cuneo. (10)

D’altronde, come abbiamo già rimarcato, tanto l’elemento ‘serpente’ quanto l’elemento ‘lucertola’ intervengono in funzione antiillusionistica nel tipo di raccontino/’esperienza’ cui ci siamo sopra riferiti.


Possiamo tentare qualche ulteriore passo avanti. In una attestazione altogarfagnina della zona fra Livignano e Borsigliana, nel comune di Piazza al Serchio, è un serpente alato, di tutta evidenza il basilisco(/regolo), che neutralizza gli incantesimi di un “esorcista”:

“Si raccontava di un esorcista che chiamava tutti i serpenti della zona.

E questo lo faceva in quella chiesetta lì sotto Borsigliana, e tutti si ammassavano fuori della chiesa. Però dice che non aveva il potere sul serpente alato e allora a un certo punto viene questo serpente alato e tutto questo incantesimo è svanito. Io lo sentivo raccontare. Non so come chiamasse questi serpenti, so che usava delle parole magiche. E tutti i serpenti si raggruppavano intorno a lui”. (11)

In rapporto a quanto appena rilevato (effetti antiillusionistici del ‘serpente alato’/basilisco), si dovrà d’altronde riflettere circa il fatto che – oltre, naturalmente, al serpente – anche gli elementi ‘lucertola’ e ‘salamandra’ (ma non solo) entrano, per così dire, nella sfera compositiva che dà luogo all’immagine del basilisco.

E, d’altro lato, su un differente versante rappresentativo, una delle componenti del basilisco è costituita proprio dall’elemento ‘gallo’; più in generale dall’elemento ‘alato’. (12)

Una volta ridisegnato – sebbene per linee molto sommarie – il(/un) quadro tendenzialmente complessivo (né si dovranno per es. dimenticare i rapporti fra basilisco ed elemento ‘ligneo’ (13) ), ricorderei che, secondo una certa realizzazione narrativa, l’elemento ‘serpente’ dissolve gli effetti illusionistici ruotanti attorno ad un elemento ‘gallo’ e all’elemento ‘ligneo’; secondo una realizzazione diametralmente opposta (ma che ‘ripete’ la configurazione sintattico-proiettiva o geometrico-proiettiva già conosciuta (14): ‘serpente’/’gallo’/elemento ‘ligneo’, col predicato ‘vista efficace’ che la guida), per converso l’elemento ‘serpente’ è causa di consimili effetti illusionistici, ruotanti sempre attorno all’elemento ‘gallo’ e all’elemento ‘ligneo’.

Al proposito parlerei appunto, per le due realizzazioni predicativamente contrapposte (effetti antiillusionistici VS effetti illusionistici), di identità sintattico-geometrica della correlazione ‘serpente’/’gallo’/elemento ‘ligneo’ (che resta costante), ma di inversione analogica (o inversione differenziale) di un predicato-guida, quello della vista efficace (che agisce diametralmente, in direzione antiillusionistica oppure in direzione illusionistica), a partire da un medesimo nucleo semantico e significante. L’analogia (15), o differenza, consiste qui in una inversione della realizzazione predicativa, su uno sfondo sintattico-proiettivo (o geometrico-proiettivo) comune.

Ecco quel che si tramanda a Pariana di Massa:

“Mia nonna, a proposito dei serpenti, mi raccontava che si andavano a raccogliere le foglie e si mettevano in una cesta.

Un giorno in paese venne uno con una cesta piena di foglie e dentro questa cesta anche una pelle di serpente. E tutti andarono in paese a vedere perché quest’uomo faceva dei giochi, ma quando guardavano verso la cesta vedevano l’immagine di un grande trave trainato da un galletto. Era la pelle del serpente che faceva vedere quell’immagine”. (16)

Le produzioni antiillusionistiche o illusionistiche (differenza) avvengono, insomma, ‘dall’interno’ di un nucleo semantico al contempo unitario e complesso; si configurano come svolgibilità dall’interno (nomogenesi), e sulla base di un tratto caratterizzante a sua volta ‘interno’ (sguardo forte, vista efficace), a partire da un medesimo nucleo simbolico-immaginario: quello appunto del basilisco/regolo. (17)

Altrimenti detto, le (talune delle) componenti del mitico basilisco – mi sto riferendo ai versanti del ‘rettile’ e dell’ ‘alato’, ma non solo – sembrano sintatticamente (geometricamente) scomporsi e ricoordinarsi (correlazione proiettiva), secondo – d’altronde – ricadute narrativo-‘evenemenziali’ inverse (differenza); o, meglio, secondo ricadute diametralmente rovesciate di un medesimo predicato di base (vista efficace che dissolve o produce immagini illusorie). L’analogia narrativa (differenza narrativa) riguarda, in questo caso, le realizzazioni contrapposte di un predicato proveniente ‘dall’interno’ del nucleo significante; che si istituisce inoltre secondo un medesimo modello di proiezione sintattico geometrica: efficacia (antiillusionistica o illusionistica) dell’elemento ‘serpente’ in rapporto ad un ‘gallo’ e ad un ‘grosso legno’.

Se è dunque possibile restituire alla sfera del ‘basilisco’(/’regolo’) in quanto nucleo significante (in grado di significare) la realizzazione narrativa rappresentata – rappresentata anche – dal ‘rettile’ che dissolve effetti illusionistici ruotanti attorno ad un elemento ‘gallo’ e ad un grosso ‘legno’; se, come abbiamo constatato, in tale posizione viene per parte sua a trovarsi il folletto (Cavallana), che del resto può manifestarsi come rettile/salamandra (Apella); non dovrebbe a sua volta sorprendere più di tanto – dati i percorsi associativi sopra descritti – un altro tipo di associazione, quello per cui “un qualcosa che assomigliava ad un bambino in fasce” – altra immagine piuttosto diffusa e consolidata del basilisco/regolo (18) – possa essere interpretato o nella direzione del folletto o nella direzione del regolo. E’ quanto si verifica nella medesima area Appennino parmense – Lunigiana (Riana): (19)

“A me è successo che andavo a raccogliere le foglie appena sopra il paese, camminavo e, dopo poco, ho visto in mezzo al sentiero qualcosa che assomigliava ad un bambino in fasce, allora sono andata per raccoglierlo e, quando gli sono stata vicina ho sentito come una risata e quella cosa lì è scomparsa subito nel bosco. Sono corsa a casa che piangevo, mia madre mi ha detto che poteva essere il folletto ma anche il Règle”. (20)

Si tratta di un’alternanza cui presumibilmente risulterà soggiacente una identificazione/identificabilità: quantomeno un effetto di ‘ravvicinamento’, tra folletto e sfera del basilisco/regolo per l’appunto.

Siamo, d’altronde, di fronte a modalità associative (a ‘stili associativi’ se si preferisce) che sembrano propri di quel che potremmo chiamare il ‘pensiero folklorico’ (o ‘pensiero simbolico’ senz’altro?): la forma disgiuntiva, qualunque sia la sua ‘forza’ logico-retorica nonché espressiva, varrà ad ogni buon conto come ‘associazione’.

Una qualche conferma relativa ad un certo campo di convergenze tra ‘folletto’ e ‘basilisco/regolo’ giunge – mi pare – dalla non distante Lucchesia. Basterà raccordare un paio di attestazioni per avvicinarci ad una ipotesi associativa dello stesso genere.

Nella zona di Cascio di Molazzana (Garfagnana) il Buffardello avrebbe sembianze di “foionco”. (21) Orbene, stando ad una testimonianza raccolta abbastanza di recente nella zona di Viareggio, il “Foglionco” altro non sarebbe che “un serpente volante”:

“Io ho sempre sentito dire da mio padre, ma solo per presa in giro, di stare attenti al Foglionco.

Per esempio, se sentivi un rumore di foglie ti dicevano: “Stai attento, è il Foglionco, è il serpente che vola all’altezza del monco”. E era un serpente volante, ma si usava per prendere in giro, come quando si dice: “Guarda, un miccio che vola!”. Insomma, per i creduloni”. (22)

Ed un altro informatore, sempre viareggino, paragona il volo del Foglionco al volo delle galline: (23)

“(…) Poi io mi son divertito a raccontare ai miei nipoti le storie sul Foglionco, ma me le inventavo io; per esempio, quando si passava in un prato e vedevo una “fatta” (escrementi cioè), dicevo: “Ci deve essere il Foglionco!”, e gli raccontavo che era un animale grosso come una volpe ma più furbo della volpe, che cammina la notte ma che a volte vola anche, fa dei voli brevi come le galline. E che diventa aggressivo se si disturba e mangia le bacche ma a volte anche degli altri animali. E lo facevo per fargli paura, per divertimento”.

Sarebbe d’altronde inopportuno passare sotto silenzio il particolare per cui il folletto appenninico – oltre a trasformarsi in salamandra, oltre a rivestire su di sé funzione antiillusionistica rispetto all’immagine di un ‘gallo che tira una trave’, oltre ad entrare in ‘alternanza associativa’ con il regolo stesso rispetto ad un “qualcosa che assomigliava ad un bambino in fasce” – potrà essere paragonato proprio ad un gallo (Lago):

“Il folletto, di notte, viene a prendere i cavalli e li porta in giro; li fa correre e correre finchè sono stanchi morti, li porta nei suoi viaggi chissà dove. E poi, alla fine della notte, li porta a bere e al mattino, quando uno entra nella stalla, li trova ancora tutti sudati con le trecce nella criniera e nella coda. Mio padre l’ha visto il folletto, ha detto che è alto appena più di un gallo”. (24)

Non solo, ma si evocano, sempre per il folletto, immagini di alati quali il pipistrello nonché l’allocco o il barbagianni; ovvero si parla – restando sulle generali – di uccello notturno: tutti elementi che, se confrontati col folletto-rettile, appariranno inquadrabili nella combinazione/alternanza, nella composizione/scomposizione (che – lo sappiamo – è caratteristica saliente del basilisco) di ‘rettile’, per un verso, e ‘alato’, per un altro verso.

Le attestazioni sono piuttosto numerose:

“Il Buffardello è come un animaletto, un pipistrello, però rosso; gira di notte ed entra nelle case e nelle stalle. Fa la treccia nella coda delle mucche e non va sciolta altrimenti porta male” (Treschietto).

“Il Buffardello è come il locco (allocco cioè), un animale notturno, un uccello. Però ha le orecchie a punta del pipistrello; entra nella stalla e fa le trecce alla coda dei cavalli” (Caprio).

“Il Bafardéll è una bestia, come il locco o il barbagianni, vola, esce di notte e va dagli animali; però non ce ne sono quasi più” (Casarola).

“Il Bafardélo è come un uccello notturno, però non ce ne sono quasi più. Non è cattivo, va dalle bestie chiuse nelle stalle; è capace di governare le mucche e portare a bere le cavalle” (Comano).

“Il Bafardéll si nasconde dove vuole e diventa come vuole; noi lo vedevamo, delle volte, che era come un rotolo scuro che gira, come un vortice che va forte, fortissimo, lo vedevamo che ci attraversava la strada e si infilava nella stalla; oppure poteva diventare come un uccello notturno e anche sotto questa forma entrava nella stalla. Poi lì, di notte, prendeva l’aspetto che ha quando nessuno lo vede, come un omino piccolo, e cominciava a pettinare le cavalle” (Monchio delle Corti). (25)

Così in Garfagnana:

“A Minucciano alcuni sostengono anche (a proposito del Buffardello cioè) che si tratti di una specie di uccello notturno, con due corna sulla testa, che talvolta “si sente respirare” all’interno della torre del paese”. (26)

“(…) secondo alcuni (di Isola Santa cioè) esisterebbe tuttora (il Baffardello cioè), e sarebbe un animale selvatico, simile forse ad una volpe, che emette grida stridule nella notte, e che sugge il sangue agli animali domestici, uccidendoli. A Capanne di Careggine viene considerato come una specie di grosso uccello notturno (…)”. (27)

Degno di nota, forse, anche il particolare per cui, nelle due frazioni del comune di Careggine, si alternano i tratti ‘volpe’ e ‘alato’: gli stessi che nella zona di Viareggio ricorrono per il c.d. Foglionco, trattato altresì come “serpente volante”.


Un ulteriore inciso, utile – credo – nell’ottica assunta per il presente intervento. Sebbene io non intenda qui addentrarmi troppo nelle ipotesi di convergenza tra folletto e sfera del basilisco, preferendo raccogliere qualche ‘sintomo’, cui aggiungerne altri gradualmente (e il più possibile ordinatamente), rivolgiamoci di nuovo – rapidamente – al folklore di area nord-orientale, in modo da fornire qualche altro dato o ‘parallelo’. Se il “mazaròc” friulano dà il nome alla salamandra, per un altro verso il Mazzariol istriano ha “il corpo di un piccolo uomo, con la cresta di gallo, gli speroni ai piedi e il berretto rosso in testa”. (28)

Per un altro verso ancora, l’ “Orco Burlevole” dei monti Lessini, che si confonde appunto col “massarol”, “mazarol”, “massaruo” etc. (29), può nel compiere i suoi terribili scherzi assumere l’aspetto del basilisco. Racconta un informatore della zona di Velo Veronese (Valsguerza): (30)

“Ancor oggi i montanari dei Lessini raccolgono i polloni delle Sanguenèlle (Cornus sanguinea L.) che, per la loro flessibilità, usano per fabbricare le scope per pulire stalle e cortili.

Si racconta che un mattino di primavera due uomini di Azzarino andarono a cercare le Sanguenèlle nei boschi dei ripidi costoni della Valle di Giazza. Quando furono nel bosco si divisero per facilitare la ricerca di questo arbusto. Si erano da poco lasciati, quando uno udì l’altro che lo chiamava disperatamente dicendo di trovarsi in gran pericolo. L’invocato corse subito sul luogo da dove venivano le grida di aiuto ma non udì più la voce e, per quanto cercasse, non vide anima vivente. Temendo che il compagno fosse precipitato in un burrone, si rivolse a Dio con la preghiera. Non aveva ancora finito di dire un’Ave Maria, quando udì una voce dietro le spalle che diceva:
T’ò tolto in giro.
Si voltò allora di scatto e vide un’enorme testa di basalisco (= basilisco) che spuntava da una fenditura di una roccia. Il mostro, dopo essersi guardato intorno, uscì e volò in direzione di Campofontana. L’uomo si prese uno spavento tale da non riuscire più a fare un passo. In quel mentre arrivò un cacciatore che, vedendo l’uomo spaventato, senza proferire parola, prese il corno della polvere da sparo, ne versò un pizzico nell’acqua della sua boraccia e pregò l’uomo di berla.
Lo spaventato che aveva le mani tremanti, aiutato dal cacciatore, riuscì a berne qualche sorso riprendendosi subito.
Allora una nube avvolse il cacciatore e da questa il montanaro udì uscire una voce che diceva:
Staolta t’ò insegnà ‘na cosa bona.
Era l’Orco Burlevole che, colpito dal rimorso per aver spaventato il montanaro, aveva cercato di rimediare.
Da allora in poi i montanari usavano dare da bere acqua con un pizzico di polvere nera da schioppo a chi era colto dallo spavento. E questo non è una favola”.

I c.d. “basalischi” risultano correlati – per metonimia – con “orchi” e “fade” anche in altre tradizioni della zona:

“(…) località selvaggia che, oltre alle fade e agli orchi, si credeva popolata anche da basalischi, enormi rettili con le ali e con il capo sormontato da una cresta simile a quella di un gallo. (…)” (31)

Tutti questi esseri, insomma, ‘abiterebbero’ assieme, o comunque ‘vicino’.

Le metonimie che associano ‘localmente’ (e paesaggisticamente) questi esseri del fantastico (“orchi”, “fade”, “basalischi”) si attivano per la verità anche negli ‘eventi’ che li riguardano. Quantomeno, i loro interventi si intersecano:

“(…) Finalmente un giorno, dopo molti anni, un giovane decise di recarsi a trovarle (le “fade” cioè), avendo sentito raccontare che erano famose per la loro bellezza.
Egli perciò s’incamminò verso il Sentàl, ma non sapendo esattamente dove le fade abitavano, lo chiese ad un uomo che incontrò sul sentiero. Questi, che era un orco camuffato da uomo, gentilmente si offerse di accompagnarlo per un tratto. Arrivati che furono vicino ad una valletta, gli indicò una fenditura nelle rocce che li fronteggiavano, dicendogli: Eco, là gh’è le fade che ti te serchi.
Il giovane lo ringraziò, passò la valletta, ma, invece di arrivare ai piedi della roccia, si trovò davanti ad un’altra valletta. Passò anche questa, pensando di aver calcolato male la distanza, e così altre due, finchè, stanco e insospettito, si fermò col proposito di rinunciare.
Allora l’orco, resosi conto che il giovane si era accorto di essere stato preso in giro, assunse le sue vere sembianze per un attimo, scomparendo poi in una nube giallastra che puzzava di zolfo, esclamando: Te l’ho fata!
Il giovane capì così di essere stato beffato dall’orco burlevole.
Ancora sbalordito si accinse a far ritorno, quando vide avanzare verso di lui una bellissima ragazza. Colto da sorpresa e timidezza insieme, il giovane si nascose con prontezza dietro un cespuglio.
Mentre ne aspettava il passaggio, sentì che essa chiamava qualcuno pregandolo di uccidere qoela bruta bestia sconta (= nascosta). Avendo compreso l’equivoco in cui era caduta la fanciulla, il giovane uscì spaventato dal suo nascondiglio per chiarire il mistero.
La fanciulla che era una fada, vedendolo abbagliato dalla propria bellezza, lo invitò ad accompagnarla alla sua abitazione. Arrivati là, gli disse che avrebbe potuto entrare solo in cambio di un giuramento di fedeltà a lei e al diavolo; per contraccambio avrebbe avuto ogni sorta di cose avesse desiderato, mentre avrebbe potuto riacquistare la libertà se ella non fosse stata in grado di soddisfare un suo desiderio.
Il giovane che era povero e doveva lavorare molto per vivere, si lasciò tentare pensando che, una volta stanco, avrebbe chiesto cose impossibili, ottenendo così la libertà.
Appena ebbe prestato giuramento apparvero due basalischi che, contorcendosi abilmente, incominciarono a strappare le rocce attorno al piccolo imbocco della fenditura, finchè fu sufficientemente allargato da permettere il passaggio al giovane.
Entrato, fu un tutt’uno vedere i basalischi rinchiudere l’apertura e la fanciulla trasformarsi in una vecchia dall’aspetto orribile, poiché solo quando ella poteva uscire diventava bella.
Gli apparvero, disposti con ordine su delle mensole, dei teschi umani fosforescenti, poi notò la bruttezza dell’antro, sporco e schifoso. Allora fu pronto a chiedere che tutto il locale diventasse bello e accogliente. Come d’incanto, subito le pareti diventarono d’oro con ogni sorta di oggetti e cose meravigliose. Dopo essersi riavuto da questa sorpresa, sentendosi sempre a disagio e insoddisfatto, pensò ai soldi e richiese molte casse colme di monete d’oro. Fu subito accontentato: gli apparve un omino che lo guidò in una stanza, ai lati della quale stavano allineate un gran numero di casse colme di monete d’oro. Dopo un’iniziale soddisfazione, si rese conto che quell’immensa ricchezza non gli serviva, allora la sua attenzione si rivolse ai cibi più prelibati, a cose svariate e fino allora sentite solo nominare, sempre ottenendo tutto. (…)”. (32)

Inutile sottolinearlo, il particolare costituito dai due “basalischi” e dalla fenditura nella roccia richiama immediatamente l’ “enorme testa di basalisco (…) che spuntava da una fenditura di una roccia” del racconto in cui è lo stesso “Orco Burlevole” che si manifesta come “basalisco”, nonché (poi) come uomo. (33) Le corrispondenze risultano chiare, ed eloquenti.

Del resto, a proposito di una “grande dolina di natura carsica denominata la Busa de l’Orco”, a nord della contrada Kunech di Camposilvano, raccontavano i vecchi che “in una fessura delle rocce che formano le pareti della dolina vivevano due orchi che avevano in comune l’entrata per accedere al loro antro”. (34)

Ancora, l’ “omino” che, nell’antro della “fada”, mostra al giovane il “gran numero di casse colme di monete d’oro” (35) è presumibilmente un “orco”. (36)


Di nuovo occupiamoci, ad ogni buon conto, di tradizioni di area Appennino parmense – Lunigiana.

Nel medesimo quadro interpretativo – quello del ravvicinamento tra folletto e sfera del basilisco/regolo – altri particolari potrebbero risultare pertinenti. Cito a titolo di esempio il motivo degli “occhi luminosi” – ovverosia “brillanti” – del folletto, paragonati anche a “carboni accesi”:

“(…) Io ne ho sentito parlare da tanti, c’era anche qualcuno che diceva di averlo visto il folletto, rosso, e con gli occhi luminosi da spirito” (Mossale).

“(…) L’ha visto una notte, aveva sentito come dei rumori in cucina ed era andata a vedere perché mia mamma era una donna coraggiosa, aveva preso un ferro ed era andata piano piano a vedere. Ha aperto la porta della cucina e, vicino alla stufa, ha visto al Linchetto, sarà stato alto quaranta centimetri, con le orecchie a punta e gli occhi brillanti come carboni accesi, l’ha visto per un attimo perché poi il Linchetto si è subito accorto di essere spiato e allora è scappato via veloce dalla finestra, è passato dalla fessura da dove s’infila l’aria. Dopo, mia mamma aveva paura che le potesse fare del male, perché l’aveva guardato, e allora ha chiamato il prete a benedire e ha messo un panno rosso vicino alla finestra” (Rigoso). (37)

Orbene, la ‘combinazione’ tra occhi luminosi e color rosso (non di rado quest’ultima caratterizzazione è appuntata anche per il folletto sulla zona della testa, sebbene non solo (38) ) ricorre per il regolo/basilisco. Nella medesima area appenninica, in Val Bratica:

“(…) si potevano vedere serpenti volanti, con una luce rossa sulla testa, che partivano dalla zona del castello di Grammatica e scomparivano giù, nel burrone sotto Casarola”. (39)

E se gli “occhi brillanti” del Linchetto di Rigoso vengono paragonati a “carboni accesi”, proprio un paragone di tal genere (“oculi (…) lucent valde quasi carbones ignis”) è d’altronde presente nella tradizione relativa al basilisco/regolo.

Così in Alberto Magno (De anim. XXV 2, 1, 9):

“(…) In ordine autem primo est serpens vocatus regulus qui Graece basiliscus quod regulum sonat, vocatur: et serpens qui vocatur yrundo eo quod color eius similis hirundini. Regulus enim visu et auditu sui sibili interficit. Hyrundinis autem longitudo est quasi cubiti unius et interficit ante duas horas. Ei eiusdem ordinis est serpens dictus aspis sicca propter vehementiam siccitatis suae cutis, et est in quantitate longitudinis suae a tribus cubitis usque ad quinque et color eius est declinans ad cinereitatem, et oculi eius lucent valde quasi carbones ignis et interficit a duabus horis usque ad tres. De eodem etiam ordine est serpens qui vocatur exspuens eo quod interficit per sputum suum quod constrictis dentibus exspuit super ea quae sibi appropinquant: et odor sputi eius est interficiens: et huius longitudo est usque ad duos cubitos et color eius est similiter declinans ad cinereitatem, et interficit illum quem mordet et in eum spuit antequam serpens redeat ad antrum”. (40)

Per parte sua, un ‘essere’ quale la Cocadrille/basilisco di area folklorica francese (in cui compaiono gli elementi ‘salamandra’ e ‘serpente’, e il cui sguardo dà la morte) avrebbe sulla fronte, “pour diadème”, “une brillante escarboucle”. (41)

Nè si dovrà dimenticare – in rapporto a siffatti percorsi – che, se il Buffardello della zona di Apella “si può trasformare in una salamandra”, il Linchetto delle Apuane (Forno di Massa) può manifestarsi sotto forma di serpente.

Inoltre, sembra – a sua volta – connotarsi di pericolosità lo sguardo del folletto appenninico:

“(…) Io lo sentivo tutte le notti, sentivo gli zoccoli del cavallo che andava alla fontana, però non mi affacciavo perché è meglio non farsi vedere dal folletto, se incroci i suoi occhi non si sa cosa possa succedere” (Tavernelle). (42)

E il ‘tener sott’occhio’ – secondo un’espressione usata in Lunigiana -, da parte del folletto/Baffardello, può, ad es., fare all’improvviso dimagrire una mucca, impedendole di dare latte. Se non si tratta di malocchio, proprio al malocchio la cosa assomiglia; e proprio al malocchio fa pensare:

“Il Bafardélo non è cattivo però se gli diventa antipatica una mucca per lei è finita. Quando una mucca comincia a dimagrire o non dà più latte, si dice che la tiene sott’occhio il Bafardélo. Io ne avevo una bella, la più grassa del paese e dava tanto di quel latte che me la invidiavano. Poi, ha cominciato a dimagrire all’improvviso, e non dava più latte. Sarà il malocchio, ho pensato, e sono andata dalla guaritrice a fare il piatto. Lei, se vedeva che c’era malocchio, segnava con la vera d’argento, faceva tre volte tre croci, diceva le parole e poi pater e gloria. Ma prima doveva fare il piatto per vedere se le tre gocce d’olio nell’acqua facessero i serpenti. Ha fatto il piatto e niente, l’olio restava sempre intatto. Non c’è malocchio, ha detto, vedrai che è il Bafardélo che l’ha presa male. (…)” (Comano). (43)

Si torna ad ogni buon conto al tema dello ‘sguardo forte’/’sguardo efficace’; lo stesso – parrebbe di capire – in grado altresì di render conto di effetti antiillusionistici, per i quali anche il “folletto” viene – a sua volta – esplicitamente chiamato in causa (Cavallana).


Pur avendo a disposizione altri dati, e l’opportunità – ritengo – di suggerire altri percorsi (44), per il momento mi arresto qui, in modo da rendere volta a volta ‘semplici’ (il più possibile semplici), e al contempo documentati, i processi argomentativi. Accenno soltanto al fatto che, per una via quale è quella prospettata nel presente intervento (convergenze tra ‘folletto’ e ‘sfera del basilisco’) si potranno forse ‘spiegare’ – secondo un quadro di coerenze simbolico-significanti anche diacronicamente ricostruibili – i nessi, ben conosciuti, intercorrenti fra ‘conquista’ del berretto (rosso) del folletto e ‘conquista’ della ricchezza.

Note

(1)Informatore anonimo, 50 anni circa, di Torre Balfredo, in provincia di Torino, intervistato durante la primavera 2005 da Letizia Cossavella, mia allieva presso il Politecnico di Torino, nell’ambito di un lavoro di tesi, da me progettato e diretto, sul folklore di alcune località di area alpina; la storia giunge da Cuneay, fraz. di Champoluc, in Val d’Aosta). Il fascicolo relativo è consultabile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio (prov. Lucca).
Per un certo arco di variazioni si consulti il mio A proposito di un racconto di Silva (San Martino Canavese): l’ “uccellino in tasca”, in corso di stampa su “Storia, antropologia e scienze del linguaggio”, 2006.
Su ‘rettili’ e ‘vista’ già il mio Folklore nelle Alpi Apuane: l’uomo di Vinca , in “Il nuovo Laboratorio. Rivista di arte e cultura internazionale” (Flash Edizioni di Bologna), III, 18-19, ottobre-novembre 1984, pp. 16 sgg..

(2)Cfr. nota precedente.

(3)Cfr. E. Rolland, Faune populaire de la France, Paris, Maisonneuve 1881, vol. III, s. v. Salamandra maculosa, n. II 14, p. 81.

(4)Cfr. Rolland, Faune populaire…, cit., vol. III, s. v. Salamandra maculosa, n. II 14, p. 80.

(5)In M. Ferraguti, La Magia dei Folletti Nell’Appennino parmense e in Lunigiana, La Spezia, Luna Editore, dicembre 2003, p. 84.

(6)In Ferraguti, La Magia…, cit., p. 95.

(7)V. Ostermann, La vita in Friuli, 2a ed., riordinata, riveduta e annotata da G. Vidossi, Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche 1940, vol. I, p. 213 (“Mandràule, Mazaròc = Salamandra maculosa Laur. “). Per quanto concerne i nomi friulani del folletto (“mazzarot”, “maciarot”, “maciaroz”, “massariòl” etc.), nonché per la “confusione tra mazzarot e orcul “, cfr. L. D’Orlandi – N. Cantarutti, Esseri mitici nelle tradizioni friulane, in Enciclopedia monografica del Friuli-Venezia Giulia, 1980, vol. III, parte terza, pp. 1403 sgg., s. v. Mazzarot di bosc, pp. 1408 sg.; A. Nicoloso Ciceri, Tradizioni popolari in Friuli, Reana del Rojale (Udine), Chiandetti 1983, 2a ed., vol. I, Credenze, n. 6, pp. 437 sgg.; G. Tavoschi, Racconti Popolari Friulani. Carnia, IV, con lettere di L. Gortani, a cura di A. Ciceri, Società Filologica Friulana (1969), Tavagnacco (Udine), Arti Grafiche Friulane 1998, Il Mazzarot, pp. 353 sg.. Anche più in basso (relativamente al Veneto).

Per taluni complessi associativi che riguardano la salamandra si consulti il mio “Mandràule”, la salamandra , in Borghini, Varia Historia. Narrazione, territorio, paesaggio: il folklore come mitologia , Roma, Aracne 2005, cap. 16, pp. 217 sgg.. Segnalo come la frigida vis della salamandra (cfr. inoltre Plin. n. h. X 188 …non alio modo quam glacies), anche con riferimento alla saliva dell’animale (Plin. n. h. XXIX 75), nonché la sua associazione con le acque sembrerebbero a loro volta ‘tornare’ a proposito del folletto (in quanto appunto folletto-basilisco e/o più specificamente in quanto folletto-salamandra?): quantomeno in area Appennino parmense – Lunigiana. E’ uno dei filoni sui quali sto lavorando in altra sede. Per es. (Rigoso): “(…) al mattino quando andavano dai cavalli, li trovavano tutti sudati, come se avessero avuto addosso della brina. Era il Baferdèll, fa così, va solo dai cavalli (…)” (in Ferraguti, La Magia…, cit., p. 108; corsivo mio). E a Marra come ad Aneta (ma non solo) si fa esplicitamente riferimento alla saliva del folletto: “(…) Il Folletto fa le trecce ai cavalli, le fa alla criniera e alla coda, soprattutto alle cavalle in amore, però sono trecce che non si possono sciogliere se no lui di notte si mette a picchiare l’animale e lo picchia tanto che quando uno entra nella stalla lo trova tutto sudato . Dicevano che per le trecce, per farle stare ancora più insieme e legate, il folletto adoperi la sua saliva , che è come una colla (…)” (in Ferraguti, La Magia…, cit., p. 46; corsivi miei); “(…) Di solito (…) quando entra nella stalla si mette (il “Baferdèll” cioè) a fare le trecce alla coda delle mucche e ai cavalli, gli piacciono soprattutto le cavalle quando sono in amore, riempie la loro criniera di trecce, le fa con la saliva (…)” (in Ferraguti, La Magia…, cit., p. 109; corsivo mio).
Del resto, i colpi delle sassate che il folletto nottetempo tirava sul tetto davano l’idea della grandine (Ballone): “Il folletto tirava le pietre sul tetto, di notte, si sentivano dei colpi e non si capiva cosa fosse, sembrava la grandine, ma più grossa; invece era il folletto che non lasciava dormire e ti faceva restare sveglio con gli occhi aperti a cercare di capire cosa stesse succedendo. Mio padre usciva a urlargli di smettere e allora non si sentiva più niente, si sentiva però come una risata e poi ricominciava con i sassi” (in Ferraguti, La Magia…, cit., p. 131; corsivo mio; per quanto concerne – invece – il motivo del ‘tirar pietre’ etc. rinvio al mio Il filo del gomitolo, la filatrice, la pietra. Condensazioni analogiche e percorsi dell’identità, in Borghini, Semiosi nel folklore III. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio, Centro di documentazione della tradizione orale 2003, pp. 417 sgg.).

Lungo questa stessa linea – o anche lungo questa linea – si possono leggere le ‘correlazioni narrativo-evenemenziali’ del folletto con le acque (come accennavo sopra) nonchè col cattivo tempo. Qualche esempio dall’area Appennino parmense – Lunigiana (in Ferraguti, La Magia…, cit., pp. 85 e 34): “Qui c’era una casa infestata dal folletto. Ci abitava una famiglia e, un giorno, dalla bacinella nell’acquaio hanno visto l’acqua che schizzava come se ci fossero due mani piccole che ci battessero dentro (…)” (Vignolo; corsivo mio); “I folletti sono quelle luci che si vedono quando fa molto caldo, le luci che si alzano, come degli spiriti, a volte si alzano dall’acqua oppure dalla terra, volano in cielo e si vedono la notte, quelli sono i folletti” (Corniglio; corsivo mio). Interessante, nella stessa ottica, il tipo di localizzazione di un diabolico folletto lunigianese: “(…) in Lunigiana si crede all’esistenza di un folletto diabolico vestito di nero, con il cilindro, che vive vicino ai lavatoi e ai pozzi” (Ferraguti, La Magia…, cit., nota 154, p. 130, che però non riporta specifiche attestazioni; corsivo mio).

A sua volta il “Massarolo” veneto, fra gli altri dispetti che loro rivolge, bagna le donne “con l’acqua dei fossi”: M. Milani, Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto oggi, Padova, Editoriale Programma 1990, 3a ed., 2.4. I folletti, in part. p. 163. Così un’informatrice della zona di Venezia: “Na volta ghe iera i massarioli, el iera el diavolo. El massariolo se fea vedar so l’aqua, dentro e fora, dentro e fora de sta aqua” (intervista effettuata nel gennaio 1980; in Milani, Streghe, morti…, cit., 2.4.3. Il massariolo, in part. p. 175). E’ andando a rane per i fossi che due uomini della zona di Montebelluna, in provincia di Treviso, si imbattono in un fazzoletto rosso: “Na volta me popà e un so amigo i iera ‘ndati a rane pai fos de Carean, onde che no ghe iera casa e tu vedea altro che siese. Caminando i ha vist destirà par tera un fassoet ros e me popà el ghe ha dita a quel’altro: “Varda no ‘ndarghe de sora!”, ‘l ha dit. Quel’altro invesse, satu ti cossa, el ghe é ‘ndat proprio de sora co i pié. Eora come éa stata come no éa stata, ‘l ha pers dal dito al fato ‘a tramontana, e co quea che no ‘l conossea pi me popà, ‘l ha scumissià a girar pa ‘a campagna lu sol fin che ‘l é rivà su ‘a val de Cornuda. (…)” (intervista effettuata nel gennaio 1980; in Milani, Streghe, morti…, cit., 2.4.3., pp. 180 sg., in part. p. 180).

Qualche ulteriore indizio, dal Friuli: “Maiuscolo era nato grazie a una strega; cresceva in un mese quanto si cresce di solito in un anno ed era diventato un gigante. Andò a ballare a Frisanco e incontrò una vecchia che gli domandò di portarla al di là dell’acqua. Lui non volle portarla. “Te ne accorgerai...” disse la vecchia di nome Milila. / Da quel giorno Maiuscolo diminuì quanto era cresciuto in un anno e si ridusse a tre spanne” (cfr. A. Del Fabro, Leggende di Streghe Friulane , Bussolengo (VR), La libreria di Demetra 1995, Maiuscolo , p. 81; il primo corsivo è mio); “L’Orco è un (…) essere strano, ora gigantesco tanto che sorpassa le creste dei monti, ora piccino, piccino quanto un gomitolo. / La leggenda lo immagina ritto su altissimi edifici. Metteva un piede sulla torre del castello di Gemona, l’altro sul campanile di Artegna (…) a Cividale, uno sulla torre del Duomo, l’altro su quella di S. Francesco. E da Cividale, piegatosi a lavarsi le mani nel Natisone, con un solo passo saliva a Castel del Monte. / Altre volte l’Orco si diverte a farsi piccino, piccino, tanto da passare per la toppa della chiave; e così entra nelle stalle dove le donne sono in file, va ad arruffare loro le matasse, e, burlone com’è, si fa rotondo in modo che le filatrici, scambiatolo per un gomitolo, lo raccolgono e se lo mettono in tasca. Guai ad esse se con quello uscissero in strada!” (Ostermann, La vita…, cit., vol. II, pp. 442 sg.; il secondo corsivo è mio). Per altri aspetti (tema del ‘molto grande e molto piccolo’) cfr. il mio A proposito di un ‘personaggio’ della tradizione friulana (Navarons), in A.A.V.V., Perchè riviva la gente nostra. Scritti in memoria di Don Luigi Bonacoscia, a cura di L. Celi, R. Gaido (Centro Culturale Apuano di Massa) e Cr. Pettenuzzo (Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio), Carrara, Società Editrice Apuana 2004, pp. 110 sgg.; anche il mio Momenti del folklore ligure: il “Donde” e il “bazuotto”. Una linea di contestualizzazione, in “Le Apuane”, XXIV, 48, 2004, pp. 47 sgg..

Per converso, faccio solo notare – del tutto di passaggio – che a sua volta la “magne” o “magna” del Friuli (denominazione del basilisco) sarebbe “dappertutto, specie quando cambia il tempo (…)” (informatrice anonima, all’epoca 70 anni circa, Cesclans, 1951, in D’Orlandi – Cantarutti, Esseri mitici…, cit., s. v. Magne, pp. 1409 sgg., in part. p. 1410, 3a colonna; corsivo mio).

(8)A. Cerboncini, a cura di, Forno: immagini e narrativa popolare, Massa (MS), Assessorato alla Cultura del Comune (Type Service) 1991, p. 69, nota 1; corsivo mio.

(9)Informatrice Giuseppina Castagno, 74 anni circa, intervistata in data 1 novembre 2005 da Elisa Bertone, mia allieva presso il Politecnico di Torino, nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località del Piemonte; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio. Cfr. anche il mio Le mappe del simbolico-immaginario fra località esistenziale e globalità predicativa. Il luogo-icona: specificità deittica e funzione deittica; specificità locale e funzione locale, in Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio (LU), a cura di Umberto Bertolini, Rappresentazioni e mappe del simbolico-immaginario: Minucciano in Garfagnana, Lucca, Pacini Fazzi 2006, in part. nota 124.

Da sottolineare – fra l’altro – che se il folletto di Macello ha un muro (o anche un muro) come propria ‘sede’, per parte sua “dans les murs lézardés” può localizzarsi, secondo tradizioni francesi, la c.d. Cocadrille/basilisco, nel suo aspetto di serpente o salamandra: Laisnel de la Salle, Le Berry. Croyances et légendes, rist. Paris, Maisonneuve et Larose 1968, vol. I, cap. VI, pp. 239 sgg., in part. p. 243 (cfr., anche per altre localizzazioni della Cocadrille in quanto serpente o salamandra, il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., e nota 21). A sua volta, in area altogarfagnina (prov. Lucca), il serpente/basilisco della zona di Bergiola-Pieve San Lorenzo, nel comune di Minucciano, il c.d. “Devasto”, trova la/una sua localizzazione “sulle mura al sole”, “davanti alla chiesetta” (di Bergiola, mi pare): “La leggenda (del “Devasto” cioè) è cominciata prima della guerra, prima del 1940, diciamo dieci anni dopo che Bergiola è stata abbandonata, dopo il terremoto nel 1920, è venuto il terremoto, tutti gli abitanti l’hanno abbandonata e dopo qualche anno in questa selva quassù, hanno cominciato ad avvistare questi serpenti, anche grossi, che nel paese abbandonato avevano trovato rifugio per vivere tranquilli e sicuri, forse più di uno, tre potrebbero esserci benissimo. / Il primo è stato mio nonno (…) che gli ha dato il soprannome, uno l’ha visto al cimitero, era un serpente grossissimo, un altro a Bergiola, di giorno andava a dormire a Bergiola e di notte veniva giù al cimitero per mangiare i morti. Infatti c’erano delle buche nel cimitero a quel tempo lì, che si aprivano per andare giù e per metterci i morti. / Da quel tempo lì hanno cominciato: il primo è stato (…) che ha detto: “Voglio vedere questo serpente se posso prenderlo”. E’ andato su con il fucile a pallettoni doppio zero, come erano una volta, e infatti l’ha visto sulle mura al sole, lui era a sette, otto metri di distanza, davanti alla chiesetta che ora abbiamo restaurato, gli ha sparato prima un colpo e allora questo serpente si è alzato su di un mezzo metro ed ha detto che era una cosa enorme e quando era in piedi, così alto, circa sessanta cm. gli ha sparato un altro colpo e si è alzato anche di più per vedere e si avviava per scendere giù dal muro e lui è venuto a casa e il serpente l’ha lasciato lì. Questo è stato quello che ha detto lui a me prima di morire e poi l’ha detto anche ai suoi figlioli. / Nel dopoguerra è stato avvistato prima da (…); gli si è fermato un asino carico che non voleva andare per niente avanti, anzi voleva andare indietro, a quel punto lì è andato a vedere e c’era questo serpente in mezzo alla strada, l’asino è scappato e ha detto che il serpente era grosso più della sua gamba tanto era grosso. / Dopo invece nel ’65, quello di prima era nel ’40 ’42, è stato visto da (…), un po’ più distante da Bergiola, a un chilometro e mezzo, lui aveva tagliato degli alberi, faceva il boscaiolo, aveva tagliato quattro piante di cerro, dei tronchi grossi almeno venti cm., poi si è messo a mangiare insieme a suo cognato lì a pochi metri, poi va là per cominciare a lavorare e in mezzo a questi tronchi, per terra, c’era un serpente grosso come loro, più grosso dei tronchi, il serpente quando l’ha visto l’ha guardato, si è girato ed è partito in discesa che muoveva dei sassi grossi, che c’era tutta una pietraia lì e spostava quei sassi che rotolavano insieme a lui da tutte le parti fino al canale, poi è tornato indietro insieme a lui a vedere ma se ne era già andato” (informatore Dino Traggiai, intervistato a Bergiola da Valeria Martini, nel periodo 2002-3; in U. Bertolini – I. Giannotti (Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio), a cura di, “La paura è una beretta / che si leva e che si metta”. Luoghi, storie e figure della paura in Garfagnana, Lucca, Pacini Fazzi 2004, pp. 90 sg., n. 95). Per il basilisco/regolo si veda qui di seguito; circa il ‘confronto’ con l’elemento ligneo rinvio alle indicazioni bibliografiche di nota 13.

Anche nota 39 (“Devasto” come ‘serpente-gatto’).

Su ‘muro’ e folletti si consulti – di nuovo – il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in part. nota 124.
Pertinente potrebbe risultare, altresì, il fatto che, nell’attestazione di Macello, la bambina stia andando a prendere il latte.

(10)Cfr. il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in part. nota 124.

(11)Informatore Giuseppe Landucci (all’epoca 71 anni circa), intervistato in data 19 agosto 1998 da Cristiana Pettenuzzo e da me; le ricerche altogarfagnine di Cr. Pettenuzzo e A. Borghini sono disponibili presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio (LU). Riguardo alla localizzazione “chiesetta”(/”chiesetta lì sotto Borsigliana”) rinvio al mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit..

(12)Cfr. il mio La pietra del gallo e la pietra del serpente: correlazioni significanti e sostituzioni simboliche nel folklore (a proposito di Basile IV 1), in A.A.V.V., Crisi e costruzione delle conoscenze, atti del convegno interdisciplinare (Massa Carrara 1985), a cura di R. Raimondi, G. Agrimi, P. Rondine e A. De Angeli, Massa, Comunità Montana delle Apuane (Type Service) 1989, vol. II, pp. 424 sgg..
Tornando al raccontino sopra detto in quanto tipo narrativo, di nuovo si veda, per ulteriori soluzioni antiillusionistiche, il mio A proposito di un racconto di Silva…, cit..

(13)Cfr. il mio “Ciocco di legno” e “randello”: a proposito di un serpente nella tradizione di Livignano (com. di Piazza al Serchio). Ipotesi di convergenze, in Borghini, Semiosi nel folklore II. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’, Piazza al Serchio (LU), Centro di documentazione della tradizione orale 2001, pp. 145 sgg.; nonché il mio Il bastone e il serpente in un racconto di Paroldo (prov. Cuneo), di prossima pubblicazione. Anche il mio La serpe che succhia latte da una vacca in un racconto friulano. Tratti del contesto, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 11, pp. 161 sgg., in part. nota 13, pp. 170 sg. (“re di bis” grosso come un trave, in una tradizione di Alagna Valsesia, etc.); nonché il mio A proposito di una figura della paura della Valsesia. Linee di contestualizzazione, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 28, pp. 385 sgg., nota 4, pp. 387 sgg., in part. p. 388, 1a colonna (“tronchetto” e ‘serpente-gatto’ in una attestazione di Pietralunga, in provincia di Perugia; per il ‘serpente-gatto’ nota 39).

(14)Per questa nozione faccio riferimento al lavoro sia teorico che applicativo di Mauro Luca De Bernardi nonché agli scambi di punti di vista, assai proficui, fra noi intercorsi lungo tutto il 2005.

(15)Cfr. il mio Semiosi nel folklore II…,cit..

(16)Maria Stella Zaccagna (all’epoca 60 anni circa), intervistata in data 4 luglio 1998 da Silvia Cantarelli nell’ambito di un lavoro di tesi, da me progettato e diretto (Semiotica – Univ. di Pisa), sul folklore di alcune località della provincia di Massa Carrara; il fascicolo relativo è consultabile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio.
Su ‘foglie’ e ‘bambino in fasce’ in quanto “Règle” (o folletto) cfr. più in basso.

(17)Già il mio Il serpente e le visioni illusionistiche. Effetti morfogenetici ed effetti di identità, in Borghini, Semiosi nel folklore. Prospettive tipologiche e analisi ‘locali’ (Toscana, Liguria, Piemonte), Piazza al Serchio, Centro di documentazione della tradizione orale 1998, pp. 127 sgg.; “Ciocco di legno” e “randello”…, cit., in Borghini, Semiosi nel folklore II…, cit., pp. 145 sgg.; da ultimo il mio A proposito di un racconto di Silva…, cit..

(18)Rinvio ad alcuni miei interventi: Il “biscio bimbin” di Gorfigliano (prov. Lucca) e la Vaina ossolana; il “fuoco fasciato” di Ala e Mezzenile (Valli di Lanzo). Trattamenti paralleli, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 495 sgg.; Il bimbo-serpente in una tradizione torinese (Cavour). Nota supplementare, in “L’EcoApuano”, 15, 5, 2004, pp. 29 sg.; Folklore attuale e mitologia antica: il bambino-serpente; un racconto relativo a Erittonio, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 17, pp. 229 sgg.; Serpente con la cresta e “bambino fasciato”. Segnalazione dal folklore veneto (Asiago), in “Le Colline di Pavese”, 29, 109, 2006, pp. 17 sgg..
Per la zona di Reggio Emilia ho già avuto occasione, oramai diversi anni orsono, nel corso di incontri preparatori in vista di un ampio convegno interdisciplinare dal titolo “Crisi e costruzione delle conoscenze”, tenuto a Massa Carrara nel 1985, di segnalare l’effetto di ‘ravvicinamento’ per cui il basilisco – a motivo della sua grossezza – viene paragonato ad un “ragazzol” (“gross com’un ragazzol” ): cfr. il mio La pietra del gallo…, cit., negli atti del convegno, vol. II, in part. p. 476 (con riferimento a Siliprandi).
Su ‘serpente’ e ‘bambino’ anche il mio Il tema del serpente in una favola di Straparola (Le piacevoli notti III 3): tipologia e contesto folklorico , in “Storia, antropologia e scienze del linguaggio”, XI, 1-2, gennaio-agosto 1996, pp. 97 sgg. (con diversi riferimenti alla cultura antica).

(19)In Ferraguti, La Magia…, cit., pp. 126 sg. (al quale il nesso di possibile convergenza tra ‘folletto’ e ‘regolo’ sfugge totalmente).

(20)Su foglie ed emergenze del negativo (nonché per il Foglionco/serpente volante della Lucchesia) cfr. più in basso; e nota 22.
Con questa attestazione di Riana si può per certi versi confrontare una testimonianza raccolta a Piazza al Serchio (prov. Lucca), relativa alla predilezione del folletto/Buffardello per un bambino nonché alla “cuccetta” del Buffardello medesimo, sul letto, accanto al bambino: “Un uomo di Piazza al Serchio sostiene di aver sentito i passi del Buffardello lungo le scale che portano alla camera del figlio, al quale lo strano essere “voleva bene”; tanto grande era anzi la simpatia del Buffardello per il bimbo che, dice la moglie, andava a dormire vicino a lui; al mattino, infatti, trovava la sua “cuccetta” sul letto” (O. Guidi, Magia e folletti in Garfagnana, Lucca, Pacini Fazzi 1988, p. 37; la correlazione tra folletto e bambino è qui di metonimia). Nota è d’altronde l’assimilazione del folletto a un bambino; proprio a Piazza al Serchio il folletto viene trattato – o trattato anche – alla stregua di un “bambolotto”: “Molti parlano del Buffardello come di un ”bambolotto piccolo e rosso”, che sta seduto sugli alberi” (Guidi, Magia…, cit., p. 37).

(21)Cfr. Guidi, Magia…, cit., p. 35.

(22)Informatore Marco Spagnoli, nato nel 1965, intervistato in data 4 febbraio 2005 da Laura Rosi nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta (Semiotica – Univ. di Pisa), sul folklore di alcune località della provincia di Lucca.

Per quanto concerne la correlazione tra “rumore di foglie” e Foglionco/serpente che vola, da rimarcare che, a sua volta, “in mezzo al fogliame” (ovvero nei “posti dove c’erano molta erba, rovi e tutto”) sta il basilisco, in una attestazione piemontese raccolta nella zona di Castelnuovo Nigra, (prov. Torino): “A Malpasso, vicino a Castelnuovo Nigra, si vedeva sovente… la gente diceva, racconta ancora adesso, che vedevano un serpente con la cresta, molto grosso, che si chiamava… lo chiamavano basilisco. Questo serpente ogni tanto si faceva vedere in mezzo al fogliame, stava sempre… preferiva i posti dove c’erano molta erba, rovi e tutto, e arrivava la gente, e se riusciva lui a vedere per primo la gente, la gente non scappava, quindi lo guardava fisso negli occhi e la gente sveniva oppure dicono che addirittura morisse… Allora avevano paura tutti di incontrare questo serpente e addirittura non… in modo che lui non vedesse per primo loro… aggirarlo. Allora si riunì tutta la gente, di questo paese, per decidere che cosa fare… pensarono di chiamare una signora del posto che aveva una chioccia con tanti pulcini, allora pensarono di portare questa chioccia con tutti i pulcini nel posto dove in genere questo serpente brutto si faceva vedere. Allora cosa fecero?… Portarono questa chioccia, e con i pulcini… in mezzo ce n’era uno più brutto, nero, brutto, e tutti i pulcini lo stuzzicavano e anche la chioccia, lo spingevano via. Questo pulcino cosa fece?… Scappò via e si allontanò e andò verso il posto dove in genere si faceva vedere il serpente. Cosa fece?… Il serpente non vide che arrivava questo pulcino brutto e così fu il pulcino per primo che guardò negli occhi il basilisco… questo serpente… e il serpente scappò, si sentì un urlo altissimo, e da quel momento scappò da quella zona il serpente, poi si seppe che nelle zone un po’ più lontane saltò di nuovo fuori, però lì a Moncalvo niente” (informatrice Albina Mora, 56 anni circa, intervistata durante il marzo 2004 da Elena Ferrari, mia allieva presso il Politecnico di Torino, nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località del Piemonte). Per talune linee di contestualizzazione cfr. il mio “tutta sotto a delle foglie delle piante”: a proposito di un racconto ossolano, in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 34, pp. 411 sgg. (in part. p. 430; e note relative, p. 444). Del resto, abbiamo qui sopra visto come in una attestazione di Riana il “qualcosa che assomigliava ad un bambino in fasce” e che “poteva essere (…) il Règle” (o il folletto) comparisse – sul sentiero – ad una donna che andava a raccogliere foglie. In modo consimile, nel tipo di racconto relativo all’efficacia antiillusionistica del ‘rettile’ (cfr. più in alto), il rettile stesso verrà a trovarsi nascosto in un fascio d’erba, o qualcosa del genere, che una donna aveva da poco raccolto.
I fascicoli relativi alle ricerche L. Rosi ed E. Ferrari sono disponibili presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio.

(23)Onorato, nato nel 1938, intervistato in data 15 marzo 2005 da L. Rosi, cit.; cfr. nota precedente.

(24)In Ferraguti, La Magia…, cit., p. 42.

(25)In Ferraguti, La Magia…, cit., pp. 89, 82, 124, 104 e 119.

(26)Guidi, Magia… , cit., p. 35 (Comune di Minucciano).

(27)Guidi, Magia… , cit., p. 27 (Comune di Careggine). Anche p. 39 (Vibbiana e San Romano); p. 41 (Campolemisi di Vergemoli), p. 42 (Pianacci di Villa Collemandina). Si parla di un “uccello grosso, come un’anatra”, che nottetempo opprime (configurandosi appunto come incubo), e che vola via attraverso la finestra chiusa, in un’attestazione proveniente dal circondario di Piazza al Serchio: “Il Buffardello era un uccello grosso, come un’anatra, ti montava addosso e ti toglieva il respiro. / Una volta mio cognato disse che una sera si sentì affogare e quando si svegliò vide un grosso uccello volar via dalla finestra chiusa” (in Bertolini – Giannotti (Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio), a cura di, “La paura è una beretta…, cit., p. 30, n. 68).

(28)R. Mazzoni, I Folletti nelle tradizioni popolari italiane. Credenze e Leggende, Viareggio (LU), Baroni 2002, p. 92.

(29)Cfr. G. Bastanzi, Le superstizioni delle Alpi Venete con una lettera aperta al Prof. Paolo Mantegazza, Treviso 1888, rist. Sala Bolognese, Forni 1979, Le superstizioni delle provincie di Treviso e di Belluno, pp. 28 sgg. (Il Diavolo delle Alpi Venete – El Massarol).

(30)Cfr. A. Benetti, I racconti dei “Filò” dei monti Lessini, Vago di Lavagno (Verona), “La Grafica” 1983 (per conto del Museo di Camposilvano e del Museo di Boscochiesanuova), L’orco basilisco, pp. 91 sg..

(31)Benetti, I racconti…, cit., p. 55.

(32)Benetti, I racconti…, cit., Le “fade” del Monte Sabbionara, pp. 42 sgg., in part. pp. 43 sgg.. Questo racconto può essere – fra l’altro – confrontato anche con quello di pp. 25 sg. (Il montanaro prigioniero delle “fade”).

(33)Per quanto concerne – d’altronde – il tema della “fada” come serpente, anzi come “grosso serpente”, si può proporre questa sezione di racconto (Benetti, I racconti…, cit., La fada dei Tureri, pp. 60 sgg., in part. p. 63): “(…) Improvvisamente si formò una nube sul corpo della donna (della donna-“fada” cioè) che scomparve subito come quella sera in cui era stata cacciata dal filò. / Il giorno dopo, come al solito, il marito (della donna-“fada” cioè) andò a lavorare nel campo e quando fece ritorno trovò con sua grande sorpresa i bambini vestiti e pettinati, il cibo sulla tavola e la casa in ordine, anche se la moglie non si vedeva. Così anche alla sera ed i giorni seguenti, tanto che ormai si era rassegnato a non vederla più. / Un giorno che pioveva egli rimase in casa e potè così vedere che tutti i lavori venivano fatti da una specie di nuvoletta nera. / A mezzogiorno la nuvoletta uscì di casa ed egli, incuriosito, la seguì e si trovò ad un tratto davanti al cespuglio fiorito ed in questo la vide entrare e sparire. / Corse allora nel suo campo a prendere la zappa e con questa tentò di sradicare il cespuglio, ma dopo alcuni colpi, vide uscire da questo un grosso serpente che tentava di fuggire. Con un sol colpo egli lo uccise e poi lo gettò in una spiuga (= voragine). / Da quel giorno l’uomo non trovò più il cibo preparato, i figli e la casa in ordine e dovette così arrangiarsi da solo”.
Nell’elemento ‘serpente’ convergono dunque metamorficamente tanto la “fada” quanto l’ “orco”.

(34)Benetti, I racconti…, cit., L’orco della Busa, pp. 85 sg., in part. p. 85.

(35)Cfr., sopra, Benetti, I racconti…, cit., Le “fade”… , cit., in part. p. 45.

(36)Basterà per es. comparare queste sequenze con Benetti, I racconti…, cit., La storia dei sette orchi , pp. 71 sgg., in part. pp. 71 sg. (a proposito dell’ “abitazione sotterranea” della regina delle “fade”): “(…) la regina era circondata da numerosi orchi servitori scelti tra i più forti e fedeli”. Anche Il montanaro prigioniero…, cit., pp. 25 sg., in part. p. 26: “(…) Si aprì poi una porta (siamo nella caverna delle “fade” cioè) dalla quale entrarono numerosi orchi e fade (…)”. Per altri aspetti di quest’ultimo racconto cfr. il mio Le “fade” dei monti Lessini ed alcuni tratti di ‘iconografia mitologica’ antica, in Borghini, Semiosi nel folklore III…, cit., pp. 515 sgg..

(37)In Ferraguti, La Magia…, cit., pp. 55 e 107 sg.. Si parla di “occhi spiritati” (oltre che di “orecchie appuntite”) del folletto nella zona di Lago (p. 39) e di Cozzanello/Montale (p. 115).
Cfr. D. Spada, Gnomi, fate, folletti e altri esseri fatati in Italia , Milano, SugarCo 1989, s. v. Linchetti, pp. 193 sg., in part. p. 193: “Sono alti all’incirca 40-50 cm, hanno le orecchie lunghe e appuntite, gli occhi somigliano a due piccoli carboni accesi fosforescenti nel buio della notte; vestono con una mantellina scura e sul capo portano il classico berretino rosso (…)” (corsivo mio). Occhi e mani di fuoco ha il “Marrauchicchio” di Cassano Jonio: “(…) è alto due palmi, ha gli occhi e le mani di fuoco, e porta un berretto rosso. Può essere amico e benefattore degli uomini o avere in sé una malvagità demoniaca, compiacendosi nel recar danno ad essi ed agli animali” (M. Savi-Lopez, Nani e folletti, rist. Palermo, Sellerio 2002, introd. di A. Buttitta, p. 337).

(38)Com’è noto, spesso si fa riferimento al copricapo rosso del folletto (cfr., per es., nota precedente); così anche nell’area Appennino parmense – Lunigiana. In una attestazione della zona di Bosco/Cirone si parla dei “capelli rossi rossi” (oltre che delle “orecchie a punta” etc.) del folletto: in Ferraguti, La Magia…, cit., p. 58. Cfr. inoltre p. 83: “(…) quando c’è qualcuno dai capelli rossi gli si dice ancora, Sembri il folèto“. Ancora, si consulti, per il Friuli, D’Orlandi – Cantarutti, Esseri mitici…, cit., in Enciclopedia monografica…, cit., vol. III, parte terza, s. v. Mazzarot di bosc, in part. p. 1408, 3a colonna: “(…) Era tutto vestito di rosso (il “maciaroul” cioè), con un berrettino rosso in capo, e ancora si dice ad uno che porta il fazzoletto rosso in testa: Tu mi semèi il maciaroul“ (informatrice M. Roman Ros, Pofabro, 1949). Meritano attenzione le tradizioni relative al “cappello di rame a punta” del “pamarindo” della zona di Gemona (“colle scarpe pure di rame”): “Tra i folletti va messo anche il pamarindo, strano spirito maligno del quale trovai cenno solo fra i contadini di Gemona. Il pamarindo ritrae un po’ dell’orco, un po’ dei servants (…). E’ raffigurato come un omiciattolo basso, basso, grossissimo, obeso, vestito con un cappello di rame a punta e colle scarpe pure di rame. Sebbene di statura di molto inferiore ad un metro, corre rapidissimo, e può diventare tanto largo da occupare tutta la strada. A gettargli contro un sasso, con un semplice cenno della mano egli lo svia e lo rimanda indietro a colpire giusto chi glielo ha lanciato. Si diverte a mandare acutissimi fischi, attirandosi dietro greggi di vacche, di pecore e capre; se il giuoco riesce, si mette a correre sfrenatamente e, giunto sul limite di un precipizio, vi si getta a capofitto, rotolando giù come un fastello di paglia: le povere bestie gli tengono dietro e finiscono morte in fondo all’abisso, dove il pamarindo si diverte poi la notte a ridersela sgangheratamente, seduto sopra le carogne che si divora” (Ostermann, La vita…, cit., vol. II, p. 442; cfr. Spada, Gnomi…, cit., s. v. Pamarindi, pp. 246 sg. nonchè Lapucci, Dizionario…, cit., s. v. Pamarindo, p. 264). Su ‘paglia’ (“(…) rotolando giù come un fastello di paglia”) ed effetti del negativo rinvio al mio Il “primo nodo del mattino”: la scopa, la paglia. La “sposa di fieno” e l’astuta “servetta” di Quart. Verso il modello analogico, negli Atti del convegno “Immaginario, Territorio, Paesaggio”, Piazza al Serchio (LU), Centro di documentazione della tradizione orale, 9 dicembre 2000, in “Tradizioni Popolari”, I, 1, giugno 2002 (Experiences Verlag/Koeln e Tipolito 2000/Lucca), pp. 35 sgg.. Circa il tratto ‘rotolare’/’ruzzolare’ si consulti il mio Il rotolo di spine. Un’ ‘esperienza’ in Alta Garfagnana, in Borghini, Semiosi nel folklore II…, cit., pp. 233 sgg..
Rivolgendoci al versante ‘serpente’ (o, meglio, ‘serpente/basilisco’), di un nastrino rosso sulla testa e sul collo di un ‘serpente-gatto’ si racconta in area calabrese: cfr. nota successiva.

(39)Ferraguti, La Magia…, cit., p. 31, nota 48.
Una informatrice calabrese della zona di Ciminà (prov. Reggio Calabria) racconta di un ‘serpente-gatto’ con un nastrino rosso “sopra la testa (…) e sul collo”: “Un giorno sono andata a tirare l’acqua nel pozzo a Maccaria, era il giorno di San Pietro, perché in quel giorno si svegliano i serpenti e scendono giù dalla montagna e si trovano nelle campagne e le persone si trovano davanti a questi serpenti. Un giorno sono andata a tirare l’acqua e sopra il pozzo trovai un serpente con una testa di gatto e aveva sopra la testa un nastrino rosso e sul collo, e una coda sottile che batteva. Ho liberato il secchio gridando e sono scappata” (anonima, 58 anni circa, intervistata durante l’agosto 2004 da Francesco Mangiaratti, mio allievo presso il Politecnico di Torino, nell’ambito di una ricerca, da me organizzata e diretta, sul folklore di alcune località dell’Italia; il fascicolo relativo è disponibile presso il Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio). Ma il ‘serpente-gatto’ altro non è, a sua volta, che un’ulteriore variante realizzativa del basilisco/regolo. Al proposito – e per una serie di attestazioni nonché di correlazioni – rinvio ad alcuni miei interventi: Il “biscio bimbin” di Gorfigliano… , cit., in Borghini, Semiosi nel folklore III… , cit., pp. 495 sgg., in part. note 23, p. 503, e 22, p. 502 (anche a proposito del “Devasto” della zona di Bergiola-Pieve San Lorenzo, nel comune di Minucciano, in Alta Garfagnana); La bambina sul letame in un racconto delle Langhe. Effetti di analogia , in Borghini, Zonodrakontis. Momenti di una mitologia , Roma, Meltemi 2003, cap. 1, pp. 11 sgg., in part. nota 2, pp. 26 sg. (p. 27); Il serpente con “una testa grande quanto quella di un gatto”, in “Almanacco Storico Ossolano”, 2005 (Domodossola, Grossi 2004), pp. 157 sgg. (con riferimenti a tradizioni toscane); Serpente-gatto e basilisco: una tradizione delle Valli di Lanzo e una fiorentina (Cerbaia), di prossima pubblicazione. Si veda inoltre il mio A proposito di una figura…, cit., in Borghini, Varia Historia…, cit., cap. 28, pp. 385 sgg.; e nota 4, in part. p. 388: il ‘segno in testa’ del basilisco(/serpente-gatto) sarebbe, nella tradizione di Ciminà di Reggio Calabria, rappresentato appunto dal nastrino rosso.

(40)Cfr. anche De anim. XXV, 2, 13, 18: “oculi eius sunt rubei”.
Oltre alla vista (etc.), anche l’odor sputi – nel quadro di questo tipo di serpenti – sarebbe in grado di uccidere. Per quanto riguarda l’odore del basilisco (ma non solo) si consulti il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in part. nota 82.
Rispetto al tema ‘occhi del basilisco’ si potrà ricordare l’ovidiano Igne micant oculi del serpente ucciso da Cadmo: “(…) ubi conditus antro / Martius anguis erat, cristis praesignis et auro. / Igne micant oculi (…)” (Met. III 31 sgg.).
Ancora un’ ‘estensione’, del tutto marginale, con un’ulteriore linea di ipotesi. Il serpente del racconto tebano avrebbe la sua sede in un antro a forma di basso arco, nel mezzo di un’antica selva (etc.): “Silva vetus stabat nulla violata securi, / et specus in media, virgis ac vimine densus / efficiens humilem lapidum compagibus arcum, / uberibus fecundus aquis; ubi conditus antro (…)” (Met. III 28 sgg.). Quantomeno nel folklore ‘attuale’, l’arco/volta si configura come forma (e luogo) del negativo: cfr. il mio L’ “arco dell’omo” di Limite sull’Arno, il “ponte del Grexino” di Varese Ligure e un colle abruzzese (Roccacasale di Sulmona). Direzioni di lettura, in Borghini, Zonodrakontis…, cit., cap. 5, pp. 85 sgg.; nonché il mio Luoghi-racconto, forme semantiche, percorsi grammaticali, in Bertolini – Giannotti (Centro di documentazione della tradizione orale di Piazza al Serchio), a cura di, “La paura è una beretta…, cit., pp. 7 sgg. (introd.), in part. pp. 15 sg.. Anche il mio Le mappe del simbolico-immaginario…, cit., in part. nota 63; inoltre nota 55 (ipotesi di ‘contrasto’ fra arco/volta da un lato e tema che chiamerei della domus angulosa dall’altro lato). Segnalo allora – facendo per l’appunto riferimento alla ‘volta’ in quanto luogo della paura – una tradizione, sempre di area Appennino parmense – Lunigiana, relativa al c. d. “Ometto” di Cozzanello, nella zona di Montale: “(…) a Cozzanello, in paese nei posti bui, dove ci sono i voltoni e nelle strettoie, c’era l’Ometto. L’Ometto era un folletto che faceva paura, come un uomo piccolo e scuro con gli occhi da spirito. Poteva fare tutti i versi che voleva, quello di tutti gli animali ma anche quello di una frana, di un albero che cadeva e del vento. Comunque l’Ometto si nascondeva in paese, di notte. (…)” (in Ferraguti, La Magia…, cit., p. 115). Circa gli “occhi da spirito” dell’ “Ometto” si veda più in alto (e nota 37).

(41)Di nuovo si consulti il mio La pietra del gallo…, cit..

(42)In Ferraguti, La Magia…, cit., p. 100.

(43)In Ferraguti, La Magia…, cit., p. 103.

(44)Non è escluso che anche temi – poniamo – come quello del ‘folletto che succhia latte alle mucche’ (cfr. per es. Bertolini – Giannotti (Centro di documentazione dell tradizione orale di Piazza al Serchio), a cura di, “La paura è una beretta…, cit., p. 29, n. 157), o come quello del folletto in qualche modo assimilato ad un gatto, possano rientrare nel medesimo ambito di convergenze: tra folletto e sfera del basilisco.

Prima pubblicazione: 26-02-2006

Alberto Borghini