Terra pronessa 2

«Viva l’America dove si mangia se si vanga»: la Garfagnana e il lungo addio

C’è una frase che vale più di qualunque statistica. La scrisse un emigrante garfagnino in una lettera alla famiglia rimasta in valle, qualcosa come: viva l’America dove si mangia se si vanga. La raccolse Paolo Cresci, fotografo fiorentino che dagli anni Settanta in poi trasformò la propria ossessione per la documentazione migratoria in quello che sarebbe diventato il più grande archivio italiano sull’emigrazione, oggi Museo Cresci nel Palazzo Ducale di Lucca. Quella frase — ironica, disperata, forse orgogliosa — sintetizza secoli di storia di una terra che ha sempre dovuto fare i conti con l’eccesso di braccia e la penuria di terra coltivabile.

Il 4 giugno al Museo Italiano dell’Immaginario Folklorico di Piazza al Serchio verrà presentato l’ultimo volume di Oscar Guidi, La Terra Promessa. La Garfagnana alle porte del Terzo Millennio, quarto e conclusivo atto di una tetralogia che attraversa quasi un secolo di storia locale, dai gironi del fascismo fino alla soglia del Duemila. Guidi — ricercatore sul territorio da oltre quarant’anni, laureato in Storia, Scienze Politiche e Giurisprudenza — chiude con questo volume un percorso iniziato nel 2004, quando uscì Dal fascismo alla Resistenza. È un’occasione per tornare a guardare la Garfagnana come si guarda una persona cara che si conosce da sempre: con affetto, ma senza indulgenza.

Una terra che parte prima degli altri

L’emigrazione dalla Garfagnana non nasce con la grande crisi agraria di fine Ottocento: è più antica, radicata nei ritmi stessi del territorio appenninico. Già dai primi decenni dell’Ottocento la Valle del Serchio — insieme alla Lunigiana — alimentava flussi stagionali di manodopera verso le pianure e le città. Calzolai, sarti, mugnai: mestieri in movimento, persone che tornavano e ripartivano seguendo il calendario dei lavori. Edmondo De Amicis, nel suo Sull’Oceano del 1889, li incontrò a bordo dei piroscafi diretti in America.

Quando la Grande Emigrazione esplose — e la periodizzazione ufficiale la fa cominciare dal 1876, anno in cui l’Italia iniziò a raccogliere statistiche sistematiche sugli espatri — la Garfagnana era già pronta. Secondo i dati raccolti dagli studi sull’emigrazione toscana, il circondario di Castelnuovo Garfagnana era, a fine Ottocento, il primo territorio del centro Italia per volume di emigranti diretti verso il Brasile. Non il Meridione, non le grandi pianure del Nord: questa striscia di montagna tra Lucca e l’Appennino.

Il prefetto di Lucca lo scrisse senza giri di parole in un rapporto al ministero dell’Interno dell’epoca: «l’emigrazione in questa provincia è una tradizione che risale ai più remoti tempi, tanto è vero che poche sono le famiglie che non abbiano o non abbiano avuto qualche suo membro all’Estero. Così il figlio ribatte la strada percorsa dal padre, il nipote quella del nonno, certi quasi sempre di trovare del lavoro, anzi di continuare quello iniziato dagli avi». Una catena umana che si tramandava come si tramandava un mestiere o un campo.

Quattordici milioni di partenze

Il quadro nazionale era, del resto, di proporzioni difficili da immaginare. Tra il 1876 e il 1914 lasciarono l’Italia circa quattordici milioni di persone. In totale, tra il 1861 e il 1940, gli espatri superarono i venti milioni — in un paese che nel 1901 contava trentatré milioni di abitanti. La prima ondata, tra il 1876 e il 1900, coinvolse prevalentemente il Nord Italia e si diresse verso l’America Latina e l’Europa. La seconda, nei primi anni del Novecento, incluse anche il Meridione e puntò in massa verso gli Stati Uniti. La provincia di Lucca — che all’epoca non comprendeva ancora la Garfagnana, aggregata a Massa — registrò 3.357 partenze già nel 1876, con punte di oltre diecimila espatri l’anno nel 1906 e nel 1907.

Il 2026 è, non a caso, il centocinquantesimo anniversario dell’avvio di quelle rilevazioni statistiche. La Fondazione Paolo Cresci ha costruito attorno a questa data un ricco calendario di iniziative, confermando il ruolo di Lucca come capitale italiana della memoria migratoria.

La terra promessa e quella lasciata

Il titolo scelto da Oscar Guidi per la sua tetralogia non è casuale. La Terra Promessa è un’espressione che appartiene tanto alla tradizione biblica quanto all’immaginario dell’emigrante: quella destinazione lontana e luminosa che giustifica il distacco, il freddo del porto, l’umiliazione del controllo sanitario a Ellis Island o al porto di Santos. Ma nel contesto garfagnino il titolo funziona anche al rovescio: la terra promessa è anche quella lasciata, il paesaggio che si porta con sé e che si cerca di ricostruire ovunque si arrivi.

Il quarto volume di Guidi si occupa del periodo 1970-2000, quello più difficile da storicizzare perché ancora troppo vicino. Sono gli anni in cui l’emigrazione fisica verso l’estero rallenta ma non si ferma, mentre cresce quella interna verso i poli industriali del Nord. Sono anche gli anni in cui la Garfagnana affronta il problema speculare: lo spopolamento. I paesi svuotati, le scuole chiuse, le strade che si fanno silenziose. Una terra promessa che fatica a mantenere le sue promesse.

Guidi non è uno storico da cattedra: lavora sul campo da decenni, con le fonti primarie, con i documenti locali, con la cautela di chi sa che il passato recente brucia ancora. Ed è forse questa prossimità al territorio — lo stesso territorio in cui dirige l’ISI Garfagnana, le scuole superiori di Castelnuovo — a rendere il suo lavoro qualcosa di più di una ricerca accademica. È un atto di cura per una comunità che sta ancora cercando di capire cosa le è successo.

La presentazione del 4 giugno al Museo di Piazza al Serchio  (con la possibilità di seguirla anche online)  è aperta a tutti. Come tutte le storie di partenza, appartiene a chiunque.