Antonio salva una famiglia di carbonari

di Vincenzo Capodiferro

Caliuvo era una città di nani, nascosta nelle fitte boscaglie dell’Appennino Lucano, irraggiungibile ed invisibile all’occhio umano. Perciò qualcuno faceva derivare il nome da “kalypto” che significa nascondere, e “uios”, che significa figlio, perciò «figli del nascondiglio». I nani sapevano tutto, erano esperti di molte cose. E lì, in quelle sperdute selve il gigante Pipone, uno degli ultimi dei Titani antichi, raccontava ai nani le sue storielle. «Cosa ci racconti oggi?». Cinguettavano i piccoli. E Pipone cominciava le sue storie: oggi vi racconto come Sant’Antonio salvò una famiglia di carbonari. E cominciava: un padre, Capodaglio Giannandrea, aveva tredici figli, nella cittadella di Guastafeste, nella lontana Umbertide. La madre poverina era morta giovane, dopo aver fatto tanti figli. E il padre, per il dolore, cominciò ad ubriacarsi tutte le sere. Facevano i carbonari e vivevano ai confini del bosco. Quando li vedevi scorrere per le selve raccogliere legname per le pire di carbone, sembravano dei fantasmi. Lavoravano, poveri figli! Raccoglievano molto legname, preparavano le pire, le ricoprivano con terriccio, lasciando il pinnacolo libero per fumigare, e poi sfacevano le pire riempivano i canestri ed andavano a vendere i carboni in città. Ora quando venne la nafta, che era più economica della carbonella, tutti misero le stufe a petrolio. E così non vendevano più, o al massimo vendevano a qualche fabbro, alle fucine, ai fornai. E cominciarono a morire di fame; allora il più grande di loro, Cirino, prese in mano la situazione, perché il padre si ubriacava sempre e non ne voleva sapere più. E cominciarono a cuocere le pietre per fare la calce ed a cuocere i mattoni per l’edilizia. Subito qualcosa riuscirono a fare, ma non per molto, perché il progresso portava via tutto, e la malta non si usava più, e i mattoni erano troppo costosi da fare. Erano 13 figli e la miseria era grande. E bestemmiava tanto, Giannandrea … Ecco allora che un giorno comparve nel bosco, presso la povera casetta dei carbonari, tutta tinta di fumo, un giovane principe, ben vestito. Bussa alla porta: toc, toc!

  • Chi va là? – Urla Giannandrea, pensando tra sé: – chi è che può venire qua da noi? Non viene mai nessuno …
  • Sono Mefisto, un imprenditore!
  • E cosa vuoi?
  • Voglio offrirvi del lavoro …

Subito lo fecero entrare, si lavarono alla buona, approntarono una tavola, anche se tutta zozza, presero un po’ di pane, vino, companatico, dei buoni salumi, stesero la tovaglia e cominciarono a descare. Cominciò Cirino:

  • Signor Mefisto, cosa possiamo fare per voi? Noi produciamo un po’ di tutto, se volete: carbonella, mattoni, malta … E che ultimamente le cose non vanno bene, perché c’è il carbone minerale, che costa di meno, e il petrolio e il cemento … la scienza va avanti e noi rimaniamo indietro …
  • Beh! Caro giovane, non preoccuparti … Io sono un imprenditore per gente vip … Questi non vogliono il freddo cemento ma i mattoni antichi, ed hanno le stufe antiche e mi pagano bene, neh! …
  • Che bello, che bello! Urlano in coro i tredici figli … Siamo contenti! Siamo contenti!
  • Zitti! Zitti! Urla Giannandrea, mezzo sbronzo, visto che per l’occasione si era spillata una bottiglia d’epoca rimasta nella rada cantinella.
  • Ma sentite, io vi posso dare lavoro per molti anni. Mando i miei manovali a caricare la merce ogni tanto e voi non dovete manco muovervi, anzi vi posso dare molti soldi, così potete ingrandire la fabbrichetta e potete cominciare a produrre anche piastrelle e tante altre cose. Siete disposti ad accettare questa offerta di lavoro?
  • Sììììììì …. Urlarono tutti in coro. Va bene!
  • Però mi dovete fare un piacere – riprese Mefisto – eh! Qui le cose sono serie! Dovete firmarmi il contratto e questo è un contratto speciale …
  • Perché? Perché? Chiese titubante Cirino …
  • Io sono una persona seria, io vi do tutto e voi mi dovete dare tutto … perfino l’anima e lo dobbiamo mettere per iscritto tutto questo. E per onorare la serietà del lavoro che vi do, dovete firmarmelo con il sangue. Ebbe! Voi siete in miseria, non avete niente niente … e cosa voglio in cambio? Una piccola goccina di sangue con cui firmerete questo bel contratto che vi porterà tanti, tanti soldi …

E così quel demonio cacciò dalla tasca una lunga pergamena … Tutti i ragazzini cominciarono a tagliarsi le mani per far uscire gocce di sangue.

  • Subito, Signor Mefisto, ecco firmiamo tutto, col nostro sangue, noi siamo disposti a tutto, avete proprio ragione. Voi ci date tutto, voi meritate tanto, dobbiamo veramente ringraziarvi per tutto … Noi non abbiamo più niente, abbiamo perso proprio tutto … – balbettavano tutti in coro.

E così uno ad uno, a partire dal padre, cominciarono a firmare quel contratto. E cominciarono ad arrivare soldi in quantità, assegni. La fabbrichetta si ingrandì e Cirino cominciò a produrre un po’ di tutto: mattoni, ceramiche, legna, prodotti edili. Ed ebbe anche dei dipendenti. Tutti i giorni ringraziavano Mefisto per tutto il bene che aveva loro procurato. Dopo 13 anni un giorno passò di là Sant’Antonio, vestito da frate osservante.

– Salve, Signor Capodaglio, volete benedire tutto questo fabbricato, sa non si sa mai ….

Cirino che era il capo di tutta la ditta, sbraitò:

– Ma se ne vada, cosa vuole?

E Giannandrea e gli altri fratelli, tra cui Giuseppe, memori dell’antica povertà e quasi in aria di pentimento, rimbeccarono:

– Ma no, fatelo entrare … entrate pure, frate e benedite, benedite!

E Sant’Antonio entrò e si fermò da loro a mangiare e fece amicizia con tutti i fratellini…

– Potete farmi alloggiare tra di voi qualche giorno? Io sono un frate viandante, poi me ne andrò subito, non darò più fastidio.

– Va bene – ripeté infastidito Cirino. Però presto poi ve ne dovete andare, eh!

– Va bene, va bene …

La sera Antonio invitava i ragazzi a pregare:

– Volete dire il rosario con me?

– Ma cosa è il rosario? Noi non sappiamo niente!

– Va bene! Dite appresso a me: Ave Maria… Santa Maria …

– Ave Maria… Santa Maria …

– Ave Maria… Santa Maria …

– Ave Maria… Santa Maria …

Tre sere Antonio stette con loro a pregare, ma l’ultima sera il demonio lo seguiva da dietro la porta:

– E quando se ne va questo? E quando se ne va questo?

All’ultima posta di rosario, si alza Antonio con voce forte e grida:

– Ai tredici non c’è patto, l’angelo cresce e il diavolo schiatta … Ai tredici non c’è patto, l’angelo cresce e il diavolo schiatta …

E vedi un vento fortissimo che si alza nella sala e fuori tuoni e lampi e tempeste e tutti i diavoli fuggono. Così Antonio salva una famiglia di carbonari. E poi la fabbrichetta andò avanti e fece progressi, anche senza gli assegni di Mefistofele …

Dalle “Novie di Caliuvo”, inedito.

Vincenzo Capodiferro

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