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Memorie di pietra e identità territoriale: le statue stele della Lunigiana nel museo del castello del Piagnaro

Introduzione: Il contenitore e il contenuto

A Pontremoli, porta settentrionale della Toscana e crocevia storico lungo la Via Francigena, sorge il Castello del Piagnaro. Questa fortezza medievale non è solo un monumento alla storia militare e strategica del territorio, ma funge oggi da scrigno per una delle collezioni preistoriche e protostoriche più affascinanti d’Europa: il Museo delle Statue Stele Lunigianesi. In un’ottica demoetnoantropologica, il museo non è un semplice deposito di antichità, ma uno spazio di rielaborazione identitaria dove la comunità contemporanea dialoga con i propri “antenati di pietra”. L’allestimento museale – curato originariamente dall’architetto Guido Canali e recentemente rinnovato – sfrutta la penombra e l’architettura nuda del castello per restituire alle sculture la loro aura sacrale e misterica, invitando a una lettura non solo archeologica, ma profondamente antropologica del reperto.

Le statue stele: marcatori di un paesaggio simbolico

Le statue stele della Lunigiana, databili tra l’Eneolitico (III millennio a.C.) e l’Età del Ferro (VI-II secolo a.C.), rappresentano un fenomeno megalitico di eccezionale portata per la comprensione delle dinamiche sociali e religiose delle antiche popolazioni apuane e liguri. Scolpite in pietra arenaria – la stessa materia che costituisce l’ossatura geologica e architettonica (le piagne) del territorio – queste figure antropomorfe costituiscono la prima forma di “scrittura” monumentale di una società agrafa.

Gli studiosi hanno classificato le stele in tre gruppi tipologici (A, B e C), che tracciano un’evoluzione stilistica e concettuale:

  • Gruppo A (Eneolitico): Le più arcaiche. Le forme sono fortemente stilizzate, il volto è definito solo da una linea a forma di “U”. Il corpo umano è suggerito più che rappresentato, indicando una concezione dell’identità ancora fortemente astratta e legata al simbolo puro.
  • Gruppo B (Età del Rame – Bronzo): Presentano una maggiore definizione anatomica. La distinzione di genere diventa marcata: le figure maschili sono dotate di armi (pugnali a lama triangolare, asce), mentre quelle femminili mostrano seni in rilievo e ornamenti (collari).
  • Gruppo C (Età del Ferro): Caratterizzate da un realismo molto più spinto, in cui l’influenza celtica, ligure ed etrusca si fa evidente. Le figure sono scolpite a tuttotondo, le armi sono dettagliate (spade ad antenne, giavellotti), e l’astrazione lascia il posto alla raffigurazione del guerriero.

Analisi antropologica: Il corpo, il genere e il potere

Da un punto di vista etnoantropologico, le statue stele operano come dispositivi di memoria e strumenti di antropopoiesi (la costruzione culturale dell’essere umano). Esse non sono semplici ritratti, ma archetipi sociali.

La netta divisione di genere degli attributi (le armi da una parte, i seni e i monili dall’altra) ci parla di una società in cui i ruoli e la divisione del lavoro erano rigidamente codificati e sacralizzati nella pietra. Il guerriero e la madre divengono, attraverso la stele, figure eroiche o divinizzate, forse antenati mitici posti a guardia di guadi, valichi e confini territoriali. La stele non rappresentava il confine, ma lo creava sacralizzandolo. La loro deposizione lungo le vie di comunicazione e le valli fluviali (in particolare la valle del Magra) indica un uso del paesaggio non solo economico, ma altamente rituale.

Il Museo come spazio di “Restituzione” etnografica

L’allestimento del Museo del Piagnaro compie una scelta museografica precisa: decontestualizzate dal loro paesaggio originario (spesso per salvarle dalla dispersione o dal riutilizzo come materiale da costruzione, fenomeno quest’ultimo che testimonia una complessa dinamica di oblio e riappropriazione popolare nei secoli), le stele vengono ricontestualizzate in uno spazio scenico che ne esalta la componente animistica.

Il visitatore si trova a compiere un percorso immersivo. Le luci radenti esaltano le scalfitture della pietra, restituendo materialità al simbolo. Il museo moderno assolve qui a una funzione fondamentale per l’antropologia contemporanea: trasforma l’oggetto archeologico in un patrimonio culturale vivo, in cui gli abitanti della Lunigiana di oggi riconoscono un marcatore identitario forte, un genius loci che resiste all’omologazione della modernità.

Le Statue Stele del Piagnaro sono ben più di reperti litici: sono testimoni silenziosi di un’epoca in cui l’uomo scolpiva la pietra per dominare l’angoscia del tempo e definire il proprio posto nel cosmo. Il Museo delle Statue Stele Lunigianesi di Pontremoli si configura dunque come un laboratorio etnografico essenziale. Qui, lo studio della cultura materiale del passato si salda con l’antropologia del presente, ricordandoci che il bisogno umano di lasciare un segno nel paesaggio, di onorare gli antenati e di raccontare chi siamo attraverso la materia, è una costante ineludibile della nostra specie.