I piedi del diavolo – Dal nostro archivio – Dimmi che piedi hai e ti dirò chi sei!
I “piedi diabolici” – zoccoli, impronte di dita mostruose, piedi capovolti – sono un segno corporeo che permette di riconoscere l’irruzione del male o del sovrannaturale nello spazio umano, soprattutto nei racconti montani e contadini del Piemonte e delle Alpi occidentali. Attraverso zoccoli impressi nella pietra, mignoli che si accendono come candele, piedi bestiali di masche e diavoli, la comunità traduce in immagini concrete paure cosmologiche, tensioni morali e conflitti di vicinato
Impronte del diavolo nella pietra
Nelle leggende piemontesi il diavolo spesso “firma” il paesaggio con un segno del piede, in particolare lo zoccolo caprino, che diventa garanzia narrativa dell’accaduto.
- Al ponte del Roch (ponte del diavolo di Lanzo) il diavolo, infuriato perché le fate vogliono rovinarne l’opera posando un enorme masso sul ponte, batte il piede tra fiamme e bestemmie, lasciando l’impronta dello zoccolo sul selciato.
- La roccia chiamata pera Cagna, detta anche pera del diau, sopra Groscavallo, porta i segni delle “corna e degli artigli” del diavolo che tenta invano di spingere un macigno d’oro verso una borgata peccatrice; graffi e buche sul sasso sono letti come impronte della sua furia.
Queste impronte trasformano luoghi concreti – un ponte, un masso, un passo di valle – in reliquie negative, punti liminali dove il mondo umano ha sfiorato l’infernale. Dal punto di vista antropologico fungono da:
- prova materiale del racconto (“si vede ancora la pedata”);
- segnale di pericolo (luoghi dove “porta male” toccare o passare);
- strumento catechetico: il diavolo viene sconfitto (dal santo, dall’eremita, dalle fate), ma lascia il marchio del peccato sul territorio.
Dito mignolo, luce e processioni notturne
Accanto allo zoccolo, un altro motivo è il “pirdrdi capta”: il dito mignolo che si accende come un lume nelle processioni notturne di masche o anime dei morti.
- Nelle colline tra Piverone e Bollengo si racconta di una “transumanza delle masche”, una processione notturna con il “dito mignolo acceso” che attraversa il bosco verso un grande masso con coppelle, luogo di raduno delle streghe.
- In alta Val Chisone un’informatrice ricorda che nella notte dei Santi i morti salivano in processione dal cimitero di Pragelato a Oulx, ognuno con un lumino; ma “da vicino” il lumino sarebbe in realtà il mignolo stesso, acceso come candela.
- In un’altra variante, un viandante chiede di cambiare la candela a una fila di donne misteriose; solo l’ultima gliela dà, ma al mattino scopre che la candela è un dito mignolo umano, che la donna-spectre si riprende la notte dopo, riattaccandolo e accendendolo.
Il mignolo luminoso è un frammento di corpo che diventa strumento:
- sostituisce il cero liturgico, invertendo il registro cristiano (dito invece di cera benedetta);
- condensa il tema della parte per il tutto: basta un piccolo segmento del corpo per indicare che l’essere intero appartiene al mondo dei morti o delle masche.481-Da-pagina-1-a-pagina-44-completo-21-30.pdf+1
Queste processioni con dita-lume servono a:
- delimitare temporalmente il pericolo (notte di Ognissanti, notti senza luna);
- disciplinare i comportamenti: “non si deve uscire”, “se li incontri devi seguirli”, con sottintesa minaccia di morte o follia.
Piedi animali, zoccoli e metamorfosi delle masche
Nel sistema delle masche piemontesi la trasformazione in animale è centrale: insieme al cane, al gatto, al maiale e al cavallo, ciò che cambia sono innanzitutto le estremità – zampe, unghie, zoccoli – cioè la parte che tocca il suolo.
- Le masche descritte nei racconti dell’alto Canavese e delle Valli di Lanzo si trasformano in grossi cani, quadrupedi indistinti, cinghiali o maiali giganteschi che sbarrano la strada al viandante o impediscono il passaggio in certi guadi e ponti.
- Colpire la zampa o la gamba dell’animale significa colpire la masca: una bastonata alla “mano” che ruba galline o salami si traduce il giorno dopo nella strega con braccio ingessato o monco.
- Nei racconti di trasformazione (preti-fisici che diventano orsi, uomini che si mutano in cavalli o gatti neri) il piede/zampa è il punto di contatto tra il corpo umano e la nuova forma bestiale, sede del nesso magico tra identità e metamorfosi.
Lo zoccolo, in particolare, richiama il caprone demoniaco della tradizione cristiana e dotta: quando è attribuito al diavolo o ai suoi alleati segnala un’alterità radicale rispetto al piede umano, che diventa “norma implicita”. In molti racconti la prova che un animale è in realtà una masca sta proprio nel dettaglio del piede ferito che riappare sul corpo umano.
Piedi, misura e limite: passaggi, servitù, confini
Le storie di piedi diavoleschi non sono solo cosmologiche; affrontano concretamente il tema del passaggio: chi può attraversare un terreno, un ponte, un canale, una riva.
- In molte testimonianze la masca o il folletto blocca strade di campagna, passerelle sui canali, ponticelli dei mulini, assumendo forme animali (cane, enorme maiale, masso coperto di stoffa) che inseguono e avvolgono le gambe del viandante.
- Il corpo ostacolato è sempre un corpo in cammino: la paura si concentra sull’atto del muovere i piedi, sulla possibilità di inciampare, scivolare, cadere nell’acqua o nella scarpata.
- Dietro le immagini si intravedono conflitti giuridici sulle servitù di passaggio: il ricorso alla masca o al diavolo permette di esternalizzare il conflitto (“è la masca che non ti lascia passare”) dando forma fantastica alle tensioni tra vicini.
Il piede – umano, animale o pietrificato – diventa allora metafora del diritto di transito:
- la pedata demoniaca sul ponte sancisce un patto (anima in cambio dell’opera) e la sua rottura;
- il cane nero o il maiale diabolico che sbarrano il sentiero codificano divieti comunitari, specie per giovani che vanno “a trovare la morosa” fuori orario o fuori paese.
Corpo diabolico e pedagogia della paura
Nel complesso, piedi, dita, zoccoli e impronte costituiscono un piccolo “atlante del corpo diabolico” che ha funzioni pedagogiche e regolative.
- Educativa: attraverso immagini forti (bambini succhiati fino a restare senza sangue, processioni di anime col mignolo-lume, zoccoli che fanno bollire “marmitte” infernali) si insegnano ai bambini obbedienza, prudenza, rispetto di certi tempi (notti dei Santi, novilunio) e spazi (cimiteri, torbiere, ripide rive).
- Morale: il piede diavolesco calca luoghi legati a colpa e avidità (la borgata “senza timore di Dio”, il traghettatore che si lascia sedurre dalle pietre preziose, le comunità che tentano il diavolo col patto per il ponte).
- Identitaria: la toponomastica fantastica (pera Cagna, ponte del diavolo, pian dle Fate, paese delle masche) e le micro-storie legate a una certa pedata o a un certo dito acceso contribuiscono a dare forma alla memoria locale e a marcare differenze tra paesi.
In questa costellazione simbolica il piede diabolico è insieme marchio e soglia: marchio di appartenenza al mondo altro (diavolo, masca, morto), soglia tra sicurezza domestica e rischio esterno, tra norma sociale e trasgressione. Proprio perché “sta in basso” – dove si tocca terra, dove si inciampa, dove si lascia traccia – esso è il punto privilegiato in cui l’invisibile diventa visibile e l’inquietudine cosmica si cristallizza in un segno minuscolo ma indelebile
Bernini, V. (2009). 481. Figure della paura nel Piemonte nord‑occidentale. Ricerca per il corso di Antropologia culturale, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura. Docente: prof.Alberto Borghini
Conan Doyle, A., L’ultimo saluto di Sherlock Holmes (disponibile in varie edizioni, come Mondadori o Newton Compton).
Conan Doyle, A., Il piede del diavolo, Polillo Editore (se cerchi un’edizione che isoli e valorizzi questa specifica avventura).
Dante Alighieri, Divina Commedia – Inferno (Canto XXXIV). Si consigliano le edizioni commentate da N. Sapegno (La Nuova Italia), V. Sermonti (Rizzoli) o A.M. Chiavacci Leonardi (Mondadori).
Per questo filone, la ricerca va indirizzata verso testi di storia e tradizioni locali, come saggi sulla toponomastica regionale (es. Il bosco nella storia del territorio, a cura di O. Franzoni e G. C. Sgabussi, per l’area bresciana) o raccolte di leggende siciliane (es. scritti di Giuseppe Pitrè).
