Oltre la soglia: la figura della nasca nel folklore piemontese
Tra marginalità sociale, eredità sciamaniche e costruzione del magico
Nelle pieghe della cultura contadina piemontese, tra le colline delle Langhe e le valli alpine, la figura della masca non rappresenta semplicemente la versione locale della strega, ma incarna un complesso archetipo antropologico legato alla gestione del sovrumano e alla regolazione delle tensioni comunitarie.
1. Etimologia e radici: l’antichità di un termine
Il termine masca vanta radici antichissime, già attestate nel Editto di Rotari (643 d.C.), dove viene utilizzato per indicare una creatura antropofaga o un’anima vagante. A differenza della “strega” dell’inquisizione urbana, la masca è una figura tellurica, legata alla terra e alla memoria ancestrale del territorio piemontese.
2. L’identità della masca: una marginalità integrata
Nella società rurale dei secoli scorsi, la masca era quasi sempre un membro riconosciuto della comunità. Spesso si trattava di una donna anziana, sola, che viveva ai margini fisici o sociali del villaggio.
- Il Potere: La masca possiede la fisica (il libro del comando), un grimorio che le permette di comandare gli elementi o di compiere “dispetti” (fassinas).
- La Funzione Sociale: La sua presenza serviva a spiegare l’inspiegabile: la malattia improvvisa del bestiame, la grandine che distrugge il raccolto o il malessere del neonato. In un mondo pre-scientifico, la masca era il capro espiatorio necessario per dare un nome alla sventura.
3. La trasmissione del dono
Un aspetto centrale nell’analisi demoetno-antropologica è il passaggio del potere. La masca non può morire finché non ha trasmesso il suo “carico” a un altro essere vivente. Questo passaggio avviene solitamente attraverso il tocco di un oggetto o della mano in punto di morte, spesso a una giovane della famiglia, garantendo così una continuità del sacro (o del magico) tra le generazioni.
4. Tipologie di intervento: il dono e il danno
Sebbene temuta, la masca non era esclusivamente una figura malevola. Esiste una sottile ambivalenza:
- Le Masche del Male: Responsabili di malocchi e metamorfosi (spesso in gatti, capre o rotoli di fieno).
- Le Masche “Buone”: Conoscitrici di erbe officinali e formule per segnare il fuoco o le malattie cutanee (il fuoco di Sant’Antonio).
“La masca è lo specchio di una società che non dimentica il suo legame con il selvatico e che cerca, attraverso il rito e la paura, di addomesticare l’ignoto.”
La masca oggi
Oggi, persa la funzione di regolatore sociale, la masca sopravvive come memoria storica e turistica. Tuttavia, nelle valli più chiuse, il racconto della masca rimane un potente strumento di identità culturale, un residuo di quel “mondo magico” analizzato da Ernesto de Martino, dove la protezione dal negativo passava per la codificazione rigorosa del soprannaturale locale.
