Sciocchi di qui … sciocchi di là
Ne parliamo domenica 25 alle ore 16 al Museo
I racconti sugli “sciocchi” – le storie di paesi poco furbi che ne combinano di tutti i colori – occupano da secoli un posto stabile nel patrimonio narrativo europeo e italiano. Non sono semplici barzellette, ma un vero laboratorio simbolico in cui le comunità ragionano su identità, gerarchie e buon senso, ridendo degli altri e, indirettamente, di sé.
Che cosa sono i racconti degli sciocchi
Con “racconti degli sciocchi” si intendono quelle narrazioni in cui un intero paese, un gruppo o una famiglia è rappresentato come collettivamente tonto: gli abitanti applicano la logica alla rovescia, non capiscono i meccanismi più ovvi, fraintendono istruzioni semplici e, volendo “fare bene”, creano disastri comici.
- Spesso la storia ruota attorno a un problema banale (come portare un oggetto, spegnere un fuoco, costruire un ponte) che diventa insormontabile per la loro ottusità.
- Il bersaglio è di solito un paese vicino, un villaggio rivale o un’area considerata periferica; in altre tradizioni, un intero “popolo dei tonti” vive in un luogo immaginario.
Questi racconti funzionano come un genere popolare a sé, parallelo ma distinto dalla fiaba magica: non ci sono incantesimi, ma la “magia” del rovesciamento logico.
Funzioni sociali: ridere degli altri (e di sé)
Dal punto di vista demoetno‑antropologico, i racconti degli sciocchi svolgono diverse funzioni:
- Marcare confini: attribuire la “stupidità” a un altro paese serve a rafforzare l’identità del proprio. Il “noi” si definisce per contrasto: siamo furbi perché loro non lo sono.
- Sfogare tensioni locali: rivalità di campanile, conflitti storici, disparità economiche trovano uno sfogo simbolico nel ridicolo attribuito al vicino, invece che nello scontro diretto.
- Educare al buon senso: mostrando errori clamorosi, le storie insegnano implicitamente come non ci si deve comportare; la logica sbagliata degli sciocchi definisce, in negativo, la “giusta” maniera di agire.
In molte aree, circolano versioni speculari delle stesse storie: ciò che in un paese è raccontato sugli abitanti del villaggio accanto, in quest’ultimo viene ribaltato contro i primi. Questo gioco di specchi mostra come, in realtà, il bersaglio ultimo sia l’orgoglio locale: nessuno è davvero immune dall’essere, a turno, il “paese sciocco” di qualcun altro.
Spaesamento e logica capovolta
Dal punto di vista della forma narrativa, i racconti degli sciocchi si basano su meccanismi di straniamento: prendono situazioni quotidiane e le forzano in una logica paradossale, ma internamente coerente.
- Il comico nasce dal fatto che i personaggi applicano una “logica delle regole” rigida, senza tener conto del contesto, oppure imitano un gesto visto una volta trasformandolo in rito immutabile.
- L’ascoltatore riconosce subito ciò che è ovvio, mentre i protagonisti no: questo scarto rafforza il senso di competenza del pubblico e crea complicità nella risata.
Per gli studi demoetno‑antropologici, questo “capovolgimento razionale” permette di osservare, in negativo, ciò che una comunità considera intelligenza pratica, buon giudizio, esperienza di mestiere.
Sciocchi, astuti e potere
Accanto ai paesi sciocchi, molte tradizioni oppongono figure di furbi, imbroglioni, astuti che approfittano dell’ingenuità altrui. In questa polarità:
- lo sciocco rappresenta chi non capisce le regole non scritte del mondo sociale;
- l’astuto incarna l’adattamento, talvolta spregiudicato, a quelle stesse regole.
Il gioco narrativo fra sciocchi e furbi riflette così tensioni di classe, di competenza, di potere: chi domina il linguaggio, la legge, il denaro, appare intelligente; chi ne resta ai margini, ingenuo. Raccontare di paesi tonti significa allora anche metabolizzare, in forma comica, le asimmetrie di sapere e di prestigio all’interno di un’area culturale.
Oggi: dal racconto orale al cliché mediatico
Nelle società contemporanee, i racconti degli sciocchi sopravvivono nelle barzellette di gruppo (su regioni, città, gruppi etnici) e nei cliché mediatici che attribuiscono tratti di ingenuità o arretratezza a certi territori. Per la ricerca demoetno‑antropologica, questo pone una doppia questione:
- da un lato, riconoscere la continuità con antichi meccanismi di definizione del “noi” e del “loro”;
- dall’altro, interrogare criticamente quando e come il gioco tradizionale del “paese sciocco” scivola in stereotipo discriminatorio, perdendo la sua funzione ironica reciproca e diventando strumento di stigmatizzazione.
In questo senso, studiare i racconti degli sciocchi significa osservare da vicino come le comunità negoziano, ancora oggi, confini identitari, gerarchie di valore e idee di intelligenza, usando il riso come linguaggio privilegiato per parlare – senza dirlo apertamente – di chi è dentro e chi è fuori.
