La gallina nelle fiabe europee
Incontro al Museo domenica 26 aprile ore 16 – Galline dal monte e dal piano ovvero la transumanza
1. Introduzione: il problema terminologico e classificatorio
Nel vasto panorama della narrativa popolare europea, alcune figure resistono a una classificazione univoca. Tra queste, la *gallina * occupa una posizione peculiare: né strega nel senso demonologico del termine, né fata nel senso cortese e letterario che la tradizione francese ha consegnato all’immaginario moderno, essa si situa in uno spazio intermedio, costitutivamente ambiguo, che è al contempo geografico, sociale e simbolico.
Il termine *gallina* (con varianti regionali: *gabbina*, *gàlina*, *callina*) è attestato principalmente in Sicilia, Sardegna, Calabria e in alcune aree della Campania interna per indicare la levatrice tradizionale, la donna che assiste al parto, che conosce le erbe, che recita formule di scongiuro e che media tra il mondo dei vivi e quello dei non ancora nati — o dei non ancora morti. La sua presenza nelle fiabe, nelle leggende eziologiche e nei racconti di confine (Grenzgeschichten, nella terminologia di Lüthi) è stata a lungo trascurata dagli studi folkloristici mainstreaming, che tendevano a ricondurla per assorbimento nella categoria più nota della *vecchia sapiente* o, per opposizione, nella figura della strega antagonista.
Il presente articolo intende restituire alla gallina la sua specificità morfologica e simbolica, attraverso l’analisi di un corpus di testi raccolti tra Ottocento e Novecento in area mediterranea e centro-europea, con attenzione alle connessioni strutturali con figure analoghe in altre tradizioni: la *Baba Yaga* slava, la *Heks* olandese, la *Cailleach* celtica, la *Moura Encantada* portoghese.
2. Morfologia e funzione: la gallina come operatore di soglia
Vladimir Propp, nella sua *Morfologia della fiaba* (1928), identifica nella figura del «donatore» (функция дарителя) uno degli attanti fondamentali del racconto magico russo: colui o colei che, dopo aver messo alla prova l’eroe, gli fornisce l’oggetto magico o la conoscenza necessaria al compimento della missione. La Baba Yaga è l’esemplificazione più nota di questa funzione. Ciò che Propp non tematizzò esplicitamente — e che gli studi successivi hanno progressivamente messo a fuoco — è la dimensione di genere e di sapere corporeo che innerva questa funzione.
La gallina nelle fiabe dell’Italia meridionale ricopre esattamente questa posizione morfemica, ma con una specificità che la distingue dalla semplice figura del donatore neutro: ella è sempre associata a momenti di transizione biologica e esistenziale. Appare nei racconti legati alla nascita (e alla minaccia di morte perinatale), alla pubertà femminile, al matrimonio, alla malattia grave e all’agonia. Non è un caso: la gallina storica e antropologica è la donna che presiede i riti di passaggio per eccellenza, quelli che Arnold Van Gennep descriveva come momenti di *limen*, di sospensione tra due stati dell’essere.
Nella fiaba siciliana *La figghia du’ re e la vecchia di lu ponti* (raccolta da Giuseppe Pitrè nel suo *Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani*, 1875), la vecchia che abita sotto il ponte — figura liminare per eccellenza, collocata sotto la struttura che congiunge due rive, cioè due mondi — si rivela depositaria del segreto necessario alla protagonista per sciogliere il maleficio. Non agisce per benevolenza gratuita: chiede un prezzo, esige un rito, impone una prova. Questa struttura contrattuale è tipica della gallina narrativa: il suo sapere non si dona, si negozia.
3. Il sapere della gallina : erbe, parole, corpi
Uno degli aspetti più interessanti della gallina come figura letteraria e antropologica è la natura del suo sapere. Si tratta di un sapere *incarnato*, nel senso che le scienze cognitive contemporanee attribuiscono all’*embodied knowledge*: non è un sapere astratto, trasmissibile per via libresca, ma un sapere che passa attraverso il corpo, le mani, l’olfatto, la voce.
Nelle fiabe, questo si traduce in un repertorio preciso di oggetti e azioni: la gallina prepara pozioni, impasta unguenti, recita formule in rima (le *scongiure*, le *ciarme*, i *benedetti*), manipola il corpo della partoriente o della malata con gesti codificati che il racconto descrive spesso con precisione quasi etnografica. Ernesto De Martino, nel suo *Sud e Magia* (1959), aveva già riconosciuto in queste pratiche un sistema coerente di gestione simbolica della crisi esistenziale, una «tecnica del corpo» (nel senso maussiano) che si oppone alla rassegnazione passiva di fronte al male.
Ciò che la fiaba aggiunge rispetto alla documentazione etnografica diretta è la dimensione narrativa di questo sapere: nella storia, il sapere della gallina viene *messo alla prova*. L’eroina o l’eroe devono confrontarsi con lei, superare il suo giudizio, meritare la sua trasmissione. La gallina non insegna a chi non è pronto: seleziona, discrimina, valuta. È, in termini narrativi, una figura di *giustizia epistemica* ante litteram.
4. Comparazioni europee: varianti della figura
La gallina non è una figura esclusivamente italiana o mediterranea. Un’analisi comparata rivela la presenza di figure omologhe in tutta Europa, con varianti che riflettono i diversi assetti culturali e storici delle aree di provenienza.
**La Baba Yaga (tradizioni slave).** Figura già ampiamente studiata, la Baba Yaga presenta la struttura morfologica più simile alla gallina : abita ai margini del mondo conosciuto (la foresta), è associata alla morte e alla rinascita, possiede un sapere che può essere dono o maledizione a seconda del comportamento del visitatore. Joanna Hubbs, in *Mother Russia* (1988), ha interpretato la Baba Yaga come residuo mitopoietico di una divinità ctonia pre-cristiana, custode del confine tra vivi e morti.
**La Cailleach (tradizioni celtiche).** In Irlanda e Scozia, la *Cailleach* (letteralmente «vecchia») è una figura cosmogonica: ha plasmato il paesaggio, conosce i segreti della terra, sopravvive a ere successive. Nelle fiabe irlandesi minori, appare come guida ai protagonisti che si avventurano in territori liminari. A differenza della gallina , la Cailleach ha una dimensione stagionale marcata: è la personificazione dell’inverno, del freddo, della potenza latente.
**La Moura Encantada (tradizioni portoghesi e galiziane).** Questa figura è più ambigua: è spesso una donna giovane, incantata e prigioniera, ma talvolta appare come vecchia saggia che aiuta i protagonisti a liberarla — e in questo scambio si configura una relazione reciproca di liberazione che rimanda ai temi della gallina come mediatrice contrattuale.
**La Wise Woman / Cunning Woman (tradizioni anglofone).** Nel corpus delle fiabe britanniche raccolte da Joseph Jacobs, la *wise woman* assume funzioni analoghe: conosce le erbe, predice il futuro, interviene nei momenti di crisi. La differenza culturale più significativa rispetto alla gallina mediterranea è la tendenza, nella tradizione anglosassone, a una maggiore dicotomizzazione tra la *wise woman* benevola e la strega malevola — una dicotomia che nelle tradizioni del Sud Europa è spesso sfumata o assente.
5. La gallina e l’ordine patriarcale del racconto
Una delle questioni più rilevanti per una lettura critica della gallina nelle fiabe è il suo rapporto con le strutture di potere interne al racconto. Jack Zipes, nel suo fondamentale *Breaking the Magic Spell* (1979) e nei lavori successivi, ha mostrato come la fiaba europea sia stata progressivamente ricodificata dai processi di letterarizzazione (Perrault, i Grimm, Andersen) in senso funzionale al sistema di valori borghese e patriarcale: le figure femminili di potere vengono sistematicamente marginalizzate, demonizzate o romanticamente neutralizzate.
La gallina , in quanto figura che non rientra nei ruoli narrativi canonici (principessa, madre, matrigna, fata madrina nel senso disneyficato del termine), si sottrae parzialmente a questa operazione. La sua presenza nei testi di tradizione orale — prima della fissazione scritta — è statisticamente più significativa e narrativamente più attiva. Nelle versioni orali siciliane studiate da Pitrè e da Serafino Amabile Guastella, la vecchia saggia/gallina è spesso il centro gravitazionale della storia, non un personaggio ausiliario.
Con la letterarizzazione, la gallina tende a scomparire o a sdoppiarsi: la sua funzione positiva viene assorbita dalla fata madrina (resa esplicitamente soprannaturale e de-corporalizzata), quella negativa viene amplificata nella strega. Questo processo di scissione è interpretabile come una risposta culturale al disagio che la figura della gallina produce nell’ordine simbolico patriarcale: una donna anziana, autonoma, depositaria di un sapere che non dipende dagli uomini e che si trasmette da donna a donna, è una figura strutturalmente perturbante per un sistema narrativo che vuole le donne passive, giovani e dipendenti.
6. La gallina come figura di trasmissione culturale
Un ultimo aspetto merita attenzione: la gallina come figura della *trasmissione*. Nelle fiabe, ella non agisce soltanto per risolvere la crisi immediata del protagonista: trasmette un sapere, inaugura una competenza, apre un accesso a una visione del mondo alternativa. In molti racconti, l’incontro con la gallina è il momento in cui l’eroina (raramente l’eroe) diventa capace di agire autonomamente: la vecchia non risolve al suo posto, la rende capace di risolvere.
Questa funzione pedagogica della gallina si inscrive in una tradizione di *pedagogia delle donne* che gli studi di genere hanno progressivamente riportato alla luce: una trasmissione di saperi che avveniva in spazi propri (il parto, la tessitura, la preparazione dei cibi medicinali), attraverso modalità proprie (il racconto, la pratica corporea, la formula orale), e che la modernità ha progressivamente espropriato, prima attraverso la medicalizzazione del parto e la criminalizzazione della medicina empirica, poi attraverso l’alfabetizzazione selettiva e infine attraverso la sostituzione della cultura orale con quella scritta-visiva.
La fiaba, in questo senso, è una delle poche tracce rimaste di questa pedagogia sommersa. Leggerla con attenzione alla figura della gallina significa recuperare un frammento di storia delle donne che altrimenti resterebbe muto.
7. In sintesi
L’analisi condotta in questo contributo ha cercato di restituire alla gallina la sua complessità morfologica, simbolica e culturale. Lungi dall’essere una figura residuale o folkloristicamente pittoresca, la gallina è un operatore narrativo fondamentale nelle fiabe dell’area mediterranea e, per omologia strutturale, in quelle di tutta Europa. Essa incarna la funzione di mediazione tra stati dell’essere, di gestione rituale della crisi, di trasmissione di un sapere femminile che il racconto preserva — anche nelle sue versioni letterarizzate — sia pure in forma schiacciata e distorta.
Ricerche future dovrebbero approfondire tre direzioni in particolare: l’analisi sistematica delle versioni orali versus quelle scritte dello stesso nucleo narrativo, per misurare le trasformazioni della figura; lo studio della gallina nelle fonti demografico-etno-antropologiche di campo (interviste, diari di ricerca, materiali d’archivio inediti); e infine un confronto più sistematico con le tradizioni extra-europee, in particolare nordafricane e mediorientali, dove figure analoghe sono ampiamente documentate.
La gallina, in definitiva, ci parla di un’Europa che ha dimenticato molto di se stessa. Ascoltarla — anche attraverso la mediazione imperfetta della fiaba — è un atto insieme scientifico e politico.
Riferimenti bibliografici
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