La lotta per l’acqua delle donne del rio Samagna
Casalino di Ligonchio dicembre 1928
La storia delle donne del rio Samagna che nel dicembre 1928 difesero l’acqua a Casalino di Ligonchio è un frammento esemplare di “storia minore” che illumina, dall’interno, la vita sociale e simbolica dell’Appennino reggiano. L’iniziativa dei Giovedì al Museo dedicata al libro La lotta per l’acqua delle donne del rio Samagna. Casalino di Ligonchio dicembre 1928 (Tralerighe libri, 2025) offre l’occasione per intrecciare memoria locale, genere, ambiente e cultura materiale in una prospettiva pienamente demo‑etno‑antropologica.
L’iniziativa
L’appuntamento dell’8 gennaio alle ore 21, con le autrici Esterina Fioroni e Normanna Albertini, inaugura il nuovo ciclo dei Giovedì al Museo, presso la sede del Museo in Via Ducale 4 a San Michele, con possibilità di partecipazione online su prenotazione. Il focus è la presentazione del volume che ricostruisce la vicenda delle ventotto donne di Casalino di Ligonchio che si opposero alla captazione del Rio Samagna da parte della Società Idroelettrica dell’Ozola, che aveva lasciato agli abitanti solo un rigagnolo d’acqua.
Una storia dentro la Storia
Nel cuore dell’alto Appennino reggiano, l’acqua non era un semplice “servizio”: era lavoro, sopravvivenza, ordine simbolico della comunità. La sottrazione del corso del rio significava sconvolgere equilibri consolidati di uso collettivo, di economia domestica, di relazioni fra famiglie e territorio. La scelta delle donne di farsi scudo, in un contesto di regime in cui “parlare significava rischiare tutto”, inscrive questa microstoria dentro la grande storia del Novecento (idroelettrico, fascismo, migrazioni) ma ne restituisce la prospettiva dal basso, attraverso i corpi e le voci di chi “ha fatto ciò che andava fatto, con mani intrecciate”.
Donne, acqua, montagna: una lettura demo‑etno‑antropologica
Dal punto di vista demo‑etno‑antropologico, il racconto della protesta del 1928 permette almeno tre piani di lettura:
- Genere e lavoro: le ventotto donne – madri, figlie, giovani e anziane – sono custodi di saperi pratici sull’acqua (lavare, irrigare, abbeverare, trasformare) e, al tempo stesso, prime a percepire l’impatto del furto d’acqua sulla vita quotidiana. La loro resistenza è un atto politico e, insieme, un gesto di difesa della cultura materiale montanara.
- Acqua come bene comune: la vicenda mostra l’urto fra una logica industriale/estrattiva e una concezione comunitaria della risorsa idrica; la protesta diventa affermazione di un “diritto d’uso” radicato nella memoria e nelle pratiche, prima ancora che nei codici.
- Memoria e identità: il libro, frutto del lavoro di ricerca di Esterina Fioroni, trasforma una storia “sepolta” in patrimonio condiviso; il Museo, facendole spazio, contribuisce a fare della memoria non un esercizio nostalgico ma uno strumento di cittadinanza (senza acqua non si vive, senza memoria non si è).
Le autrici come mediatrici di memoria
La biografia delle autrici sottolinea il radicamento territoriale e l’intreccio fra scuola, ricerca e impegno civile. Fioroni, maestra e ricercatrice locale, e Albertini, insegnante, scrittrice e attivista, incarnano una forma di intellettualità diffusa che lavora sulle storie marginali dell’Appennino e le restituisce a un pubblico più ampio. Nel quadro delle pratiche contemporanee di narrazione museale, la loro presenza ai Giovedì al Museo conferma il ruolo del museo come luogo di ascolto e restituzione: non solo deposito di oggetti, ma spazio in cui le comunità possono tornare a raccontarsi.
In questo senso, l’incontro su La lotta per l’acqua delle donne del rio Samagna non è soltanto presentazione di un libro, ma parte di un più ampio lavoro di cura dell’immaginario e della memoria collettiva della montagna, dove la voce delle donne torna ad essere centro di racconto e di riflessione sul presente.
