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Una buona vecchia o una figura infernale?

La Befana occupa un posto centrale nell’immaginario festivo italiano come vecchia che porta doni ai bambini, ma conserva, sotto l’abito domestico e bonario, tratti antichi legati al mondo infero, alla stregoneria e alla morte. Questa ambivalenza – figura materna e, insieme, potenza liminale e talvolta infernale – la rende particolarmente interessante per uno sguardo demo‑etno‑antropologico.

Vecchia che dona e giudica

Nella tradizione più diffusa, la Befana arriva nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, vola sulla scopa, entra dalle aperture della casa (camino, finestra, fessure) e riempie le calze dei bambini: dolci, frutta secca e piccoli doni per chi è stato “buono”, carbone, cenere o oggetti di scarso valore per chi è stato “cattivo”. Questa funzione di distribuzione differenziata dei doni mette in scena un giudizio morale che riecheggia antiche logiche di controllo comunitario: la vecchia non è solo benefattrice, ma anche sguardo che valuta, che “sa” cosa si è fatto nel ciclo passato. La sua visita chiude simbolicamente il periodo delle Notti Sospese tra Natale ed Epifania e porta via, insieme alle feste, anche le colpe dell’anno vecchio, lasciando però tracce materiali (doni o carbone) della memoria di tali colpe.

Radici arcaiche: dea agraria, strega, figura infera

Gli studi sul folklore italiano hanno più volte messo in relazione la Befana con antiche figure femminili invernali del centro Europa e del Mediterraneo (dee agrarie, signore delle anime, spiriti delle dodici notti), poi cristianizzate e “domesticate” entro l’Epifania. In molte aree emergono tratti che la avvicinano alla strega: vecchia dal naso adunco, abiti logori, capacità di attraversare il cielo, familiarità con il fuoco e con le ceneri del focolare. Il legame con il “basso” – il camino, la cenere, la spazzata finale delle feste, i roghi di fantocci – la colloca simbolicamente in relazione con il mondo infero: è una figura che scende, pulisce, brucia, porta via, come se transitasse tra la casa dei vivi e uno spazio altro, sotterraneo o celato, dove si accumulano scarti, peccati, vecchi anni.

Fuoco, roghi e resti dell’inferno

In molte regioni italiane la festa dell’Epifania prevede il rogo della “vecchia” (fantocci di paglia, pupazze, streghe appese e poi bruciate), accompagnato da canti e formule augurali. In questi riti di fuoco, la Befana appare meno come nonnina benevola e più come residuo da eliminare, figura caricata di negatività, di sfortuna, di colpe accumulate nel corso dell’anno. Si tratta di un tipico rito di passaggio invernale: bruciando la vecchia, si brucia il vecchio anno e ciò che vi è rimasto “impuro”, aprendo la strada alla rinascita agraria e al nuovo ciclo di lavoro. Il fuoco ha qui funzione purificatrice, ma al tempo stesso evoca un’immagine infernale (le fiamme, il calore, la distruzione) che sottolinea la natura liminale della Befana: legata tanto alla casa (il focolare) quanto a uno “sotto” oscuro e potente.

Dono, carbone e pedagogia della paura

L’ambivalenza Befana‑dona/Befana‑punisce è particolarmente evidente nella pedagogia tradizionale dell’infanzia. Il carbone, elemento simbolico legato al fuoco e alla cenere, è nel contempo castigo e residuo infernale: il bambino che “non è stato buono” riceve un segno materiale della propria mancanza, ma lo riceve da una figura che resta comunque inserita nella rete affettiva familiare (la “Befana buona” evocata da genitori e nonni). Questa doppia natura permette alla comunità di lavorare sulla paura in forma controllata: la Befana fa paura, ma in modo giocoso; è potenzialmente terribile (può punire, bruciare, portare via), ma viene addomesticata attraverso la ritualità, la ripetizione, le canzoni, le filastrocche.

Figura sintetica del ciclo invernale

Dal punto di vista demo‑etno‑antropologico, la Befana può essere letta come figura di sintesi del ciclo invernale:

  • raccoglie in sé elementi cristiani (legame con l’Epifania, i Magi, il tema del dono all’Infanzia),
  • conserva un fondo pagano legato a dee agrarie, processioni notturne, spiriti delle dodici notti,
  • incarna il principio della “vecchia che muore” perché il nuovo anno possa nascere.

In questo incrocio, il suo essere contemporaneamente portatrice di doni e “essere infernale” non è una contraddizione, ma la chiave della sua funzione: media tra mondi, tra età (bambini/vecchiaia), tra spazio domestico e altrove, tra bene e male. La comunità, ogni anno, le affida il compito di raccogliere e bruciare le scorie del passato, restituendo ai bambini – e simbolicamente a tutti – la possibilità di un nuovo inizio.

  1. https://zenodo.org/record/1829794/files/article.pdf