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Ricerche: La Festa di San Giovanni Battista e il solstizio d’estate nella Valnerina umbra
Argomento: Saggi

“Acquarella non vinì, San Giovanni stà a durmì, su le braccia del Signore, cessi l’acqua e venga il sole”.

di Agnese Benedetti



La Festa di San Giovanni Battista e il solstizio d’estate nella Valnerina umbra
 
“Acquarella non vinì, San Giovanni stà a durmì, su le braccia del Signore, cessi l’acqua e venga il sole”.
La festività di San Giovanni Battista del 24 giugno, che la religione cristiana ha sovrapposto alle cerimonie legate al solstizio d’estate così come al solstizio d’inverno ha abbinato quella di San Giovanni Evangelista, presenta ancora in Valnerina interessanti  rituali che esaltano il carattere magico-religioso di questo importante momento dell’anno.
Nel solstizio d’estate il sole, nel suo cammino apparente lungo l’eclittica, raggiunge il punto più settentrionale dall’equatore celeste e sembra rimanere sospeso, sorgendo  e tramontando sempre nello stesso punto fino al 24 giugno ( prima di iniziare il suo tragitto discendente).
Secondo l’astrologia, l’astro nel massimo splendore incontra la luna nella sua casa  e dalle loro nozze (fuoco e acqua) tutto l’universo riceverà benefici dando luogo a una serie di tradizioni  e  di riti pagani e cristiani  che culminano nella notte di San Giovanni Battista, simbolo dell’acqua del battesimo di Cristo nel Giordano  e del fuoco purificatore. Una notte intesa come un capodanno, in cui l’acqua, le piante, acquistano poteri particolari di protezione e divinazione.
In ogni paese della Valnerina, fino a qualche anno fa (ma la tradizione continua ancora in diverse località),  la sera del 23 giugno si raccoglievano fiori ed erbe profumate che venivano messi a bagno nell’acqua di un catino. L’acqua, resa prodigiosa dagli influssi lunari della notte di San Giovanni, veniva usata per lavarsi la mattina della festa con lo scopo di preservare il corpo dalle  malattie.
La stessa funzione veniva svolta dalla rugiada , raccolta anch’essa goccia su goccia per detergersi.
A Montebufo di Preci, la notte di San Giovanni le ragazze si sfidavano a conquistare il “Fiore dell’acqua”. Chi tra di loro fosse riuscita per prima, appena dopo la mezzanotte, a bere dalla cannella della fontana di piazza, avrebbe posto come segnale della conquista un piccolo sasso sopra al rubinetto e sarebbe stata proclamata per tutto l’anno la ragazza del fiore dell’acqua.
A Sellano, oltre al rituale dell’acqua profumata, la notte magica veniva usata per leggere auspici.
Le fanciulle da marito ponevano fuori dalla finestra una bottiglia di vetro trasparente con dentro acqua e albume delle uova: la mattina, la forma assunta dagli albumi avrebbe rivelato il mestiere del futuro fidanzato.
Nei campi la festa di San Giovanni coincideva con  il giorno della raccolta delle noci verdi usate per preparare il liquore nocino e delle gustose mele di San Giovanni, chiamate volgarmente schianci. Nei giorni prossimi al 24 giugno si falciava la biada e si partiva per andare a mietere il grano nei territori di pianura.
A Vallo di Nera, dove San Giovanni Battista è patrono e protettore, si svolgeva il rito di origine più antica, retaggio della tradizione dell’antica Roma dove il 24 giugno si celebravano  la Fors e la Fortuna , ovvero il Caso e la Sorte.
Sopra al girone delle mura medievali, ogni due anni di fronte a un folto numero di gente accorsa anche dai paesi vicini, i santesi di San Giovanni mettevano in vendita  la Sorte , ovvero un taglio di stoffa utile per confezionare un vestito da donna.  Ogni giovanotto, pagando,  poteva prenotarne una parte del tessuto dedicandola a una ragazza e avanzando così pubblicamente una dichiarazione d’amore. La “Sorte” sarebbe toccata a colei che a conclusione dell’asta avesse collezionato  più parti, cosicché la ragazza insieme alla stoffa per un  abito si aggiudicava anche un probabile marito.
In altri paesi, soprattutto del Casciano e del Leonessano, vigeva la consuetudine di scambiarsi mazzetti di fiori, per sancire un’amicizia e sentirsi “compari di San Giovanni”. Ovunque, d’altronde,  i padrini che tenevano a Battesimo i bambini venivano chiamati  indifferentemente o “compari” o “San Giovanni”, l’uno sinonimo dell’altro. Si racconta di quanto diceva il brigante Ansuini che, tradito dal proprio compare di battesimo, fu imprigionato ma evase dal carcere e lo uccise  mangiandogli il cuore. Il brigante cantava: “Questo succede al cuore dei tiranni, che non portano rispetto a San Giovanni”. 
C’è, poi, un altro elemento legato alla festività di San Giovanni  Battista oltre all’acqua,  ai fiori, alle noci, alle mele, alle erbe profumate, alla sorte, ai vincoli amicali: la lumaca.
Sotto al fieno falciato, nelle fratte umide dei campi, le lumache venivano raccolte (oggi un po’di meno) e inviate a Roma, dove erano tradizionalmente consumate con il significato scaramantico di inghiottire preoccupazioni e avversità insieme alle corna dei molluschi,.
A Roma quella di San Giovanni è anche la notte delle streghe, ma nella memoria della Valnerina, la loro presenza è relegata alla vigilia di Natale, quindi al solstizio invernale.
Su tutti questi rituali si è innestata la solennità religiosa dedicata al precursore di Cristo. Nell’alta e media Valnerina sono ancora quindici le chiese dedicate al Battista, che è titolare delle parrocchie di Bugiano nel contado cerretano, di San Marco frazione di Norcia, di Usigni di Poggiodomo, di Arrone  e di Vallo di Nera.
Proprio in quest’ultimo centro, la festa è ancora sentita e celebrata.
Alla messa solenne fa seguito l’ostensione di tutte le  Reliquie in possesso della Chiesa, che allineate sopra l’altare maggiore, vengono annunciate e baciate a una a una. Fino a quarant’anni fa, questo era un momento di particolare emozione e partecipazione. La voce del sacerdote proclamava i frammenti sacri dei Santi e per ognuno seguiva il suono delle campane  e il canto di una strofa di questo inno: "Oggi è l’ossequio/ vieni al nostro cuore/ del gran Battista celebra gli onori/ Oggi e poi sempre patrocinio suo/ sempre si onori’".   La Processione per le vie del paese era salutata dai petali dei fiori adoperati per preparare l’acqua profumata e gettati ad adornare le strade: ginestre,  iperico, timo serpillo, fiori di cicoria, papaveri e matricaria. Dalle finestre e dalle  loggette pendevano le migliori tovaglie, coperte e drappi che ciascuna famiglia stendeva in segno di omaggio al Santo.
Il parroco, allora come ora,  era responsabile di offrire il pranzo ai sacerdoti concelebranti e ai campanari che suonavano il campanone di bronzo, accompagnato dalle due martelline.
Nel pomeriggio la festa continuava in allegria con i giochi di strada e di osteria come la morra, le carte, il battimuro, le gimkane per i ragazzi, la campana; oggi  prosegue con la consumazione di un rinfresco a cui partecipa la gente di tutto il paese.
Agnese Benedetti

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