Museo dell'Immaginario Folklorico

Notizie: Il canto del pastore
Argomento: Saggi
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Riziero Flammini ha da poco compiuto ottanta anni. E’ originario di Mucciafora, un pugno di case, con chiese, piazze, fonti a più di mille metri di altitudine ai piedi del monte Coscerno sull’Appennino umbro. Vive a Vallo di Nera dove, a trent’anni, si è sposato e dove è ritornato alla fine del suo migrare tra le montagne e la Campagna romana, tra i pascoli di altura e i Piani spoletani. Riziero è stato pastore e agricoltore e oggi è uno dei pochi continuatori della tradizione della poesia orale improvvisata, espressione di una cultura  a rischio di scomparsa definitiva, almeno nelle sue diversità.



 Forte di una straordinaria memoria e di una capacità di composizione, Riziero è uno spontaneo cantore dell’ottava rima, di terzine e quartine; affabulatore di storie narrate e di racconti fantastici, appresi nelle lunghe transumanze e nelle serate invernali vegliate davanti al fuoco acceso nelle capanne di Maremma.

La consuetudine da parte dei pastori della Valnerina e di tutto l’Appennino di trasformare in versi cantati le vicissitudini e la durezza del mestiere, fino alla metà del secolo scorso era assai diffusa, al pari della pastorizia. Contrariamente a quanto si possa credere, l’umiltà del mestiere e la sua bassa collocazione sociale erano bilanciate in alcuni da una buona cultura maturata con la lettura dei testi classici, imparati persino a memoria. La familiarità con le opere era così evidente che i nomi dei personaggi protagonisti venivano imposti di sovente ai neonati dei paesi: Armida, Orlando, Tancredi, Erminia, Clorinda, Rinaldo, Angelica. Nella bisaccia (catana) del pastore, fosse esso vergaro, pecoraro, bagaglione o biscino, figuravano numerosi testi detti ‘di pellicceria’ che riproducevano le opere più celebri del Tasso (l’Orlando Furioso), di Dante Alighieri (la Divina Commedia con il canto di Pia de’ Tolomei), di Ariosto (la Gerusalemme Liberata), di poeti locali come Angelo Maccheroni di Leonessa con la Pastoral Siringa o Gaetano Palombi da Cascia con il Medoro Innamorato o Giovan Battista Lalli da Norcia con la Moscheide e la Franceide. Questi poemi epico-cavallereschi, composti in endecasillabi, con rime che seguivano diversi schemi, diventavano la fonte di ispirazione e il canovaccio per narrare la difficoltà dell’esistenza, le meraviglie incontrate, l’organizzazione del lavoro. L’andamento sillabico dei canti, quasi mai accompagnati da strumenti musicali ed eseguiti a una sola voce senza la necessità del coro, rappresentava un vero e proprio linguaggio, veicolo di comunicazione. Come in un moderno rap o in uno struggente blues, il verso si presentava ritmato, accattivante, semplice o colto, ma sempre profondo e con un’esecuzione unica e irripetibile data dall’oralità.
Il repertorio di Riziero, seguace dei trovatori medievali, degli epici romani e dei lirici ellenici (aedi e menestrelli) - che si è recato per la prima volta con un gregge a Maremma all’età di dieci anni con la mansione di ragazzo tuttofare- è ora stato raccolto in un volume edito dal Comune di Vallo di Nera per l’Accademia del Fior di Cacio e la Casa dei Racconti.
In cento pagine Agnese Benedetti, che del libro è l’autrice, ha raccolto e introdotto versi, stornelli, cantate, filastrocche, preghiere antiche, usanze e testimonianze della vita pastoral-agricola che almeno in parte, riescono a trasferire sulla pagina scritta lo sconfinato patrimonio di conoscenza. Non c’è fase dell’organizzazione pastorale che non sia specificata con un’ottava: dalla prima transumanza che Riziero ricorda così
pe non sape’ qual era il mio destino/le pecorelle presi da bambino/ me ne annetti a Maremma amara/ a passi a passi misurai la strada” al ritorno stagionale al paese “ecco che vène giugno/caro padrone no stare col grugno…”e via seguitando in una miscela di struggimento e satira, nostalgia e spirito ironico, come quando enuncia che “Cristo l’ha fatta la cresta alle galline/ ar gallo je fece lo sperone/ la barba lunga diede alle caprine/ corna rintorte a bufali e montoni/il fazzoletto lo diede alle donne/ il cappello all’omo pe’ coprì le corne.”
Nel catalogo di Riziero non manca la descrizione dell’organizzazione piramidale della pastorizia, con le varie figure di riferimento “trabuttari e vergari, sèmo settecento pecorari…”o il riferimento allo scarso mangiare “la misura dell’olio è troppo stretta/ vène poco accundita l’acquacòtta” fino agli accorgimenti per confezionare un buon cacio o una delicata ricotta: “la ricotta da noi tanto gentile/ perché il vergaro tenera la volle.” Cultura e competenza, quella dei cantori orali, che fanno da consistente substrato alle attuali attività economiche legate alla pastorizia in Valnerina. I giovani che vi si dedicano con passione e ottimi risultati, hanno mutato la struttura dell’azienda, modernizzando processi di lavorazione e tecniche dell’allevamento, facendo ricerca. Da qualche anno si è costituita presso la Comunità Valnerina un’associazione che per ora raggruppa quattordici piccoli caseifici, di Norcia, Cascia, Preci, Monteleone di Spoleto e Sellano, supportati da APA, Coldiretti e Confagricoltura e che si è data un disciplinare di qualità, attento all’allevamento di razze autoctone, ai pascoli, ai cagli, alla lavorazione. Le aziende immettono, nel circuito commerciale di nicchia, pecorini freschi e stagionati, caciotte miste di latte ovino e bovino, formaggi caprini ottenuti con fiori di cardo, caci allo zafferano e ricotte fresche o salate. Un lavoro che continua, dunque, quello del pastore, che non si nutre più di suggestioni ma che del mestiere antico conserva ancora l’essenza.
 
Agnese Benedetti
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Nodo: Museo immaginario Ultimo inserimento News; 19:07:09 14/08/2016
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