Museo dell'Immaginario Folklorico

Ricerche: Il Chicco d'oro
Argomento: Saggi

La festa della mietitura nel bacino della valle del Racano, o più comunemente denominato col diminuitivo Racanello, un affluente misterioso del Agri, o l’antico Achero, è un caso singolo ed affascinante ... Nei contenuti il saggio completo di Vincenzo Capodiferro raggiungibile anche cliccando qui.



 

 

 

 

 

 

Feste, miti e riti cerealicoli nella valle del Racano

 

 

Alla poetessa Teresa Armenti

 

Ove sei, ruota di mulin terragno?

O savia! Che ti volgi a poca doccia

Bonariamente: e l’acqua brilla e goccia

Di pala in pala a far picciol rigagno.

F. Pastonchi

 

 

Premessa

Questo studio, frutto di un’appassionata indagine antropologica tra gli unici testimoni ancora viventi della Kultur contadinesco-frumentaria, al fine di raccogliere, seppure parzialmente, e di salvaguardare tutto quel patrimonio orale - malgrado in via di estinzione - della civiltà agraria nostrana, più che una riproduzione azzeccata del materiale rinvenuto, vuole offrire un’ interpretazione sintetico-critica di quell’insieme di valori, di tradizioni, di costumi e di miti che hanno caratterizzato la vita sociale legata alla magia del grano1.

Oggi, purtroppo, la cerealicoltura è sparita dalle terre, e con essa i druidici mietitori, soppiantati dalla corrente mietitrebbia: ma i loro riti, le formule propiziatorie, le magie, le feste, i racconti, tante di quelle manifestazioni, risuonano ancora nella memoria degli antichi, che almeno fino ad un cinquantennio fa, hanno conservato una tradizione millenaria, offuscata dal velo ombroso della società odierna ed a rischio di essere perduta per sempre.

La festa della mietitura nel bacino della valle del Racano, o più comunemente denominato col diminuitivo Racanello, un affluente misterioso del Agri, o l’antico Achero, è un caso singolo ed affascinante, consistente in una serie di comportamenti codificabili e ragguagliabili in correaltà più ampie. La descrizione del factum rituale, coestendentesi sino alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, dopo di che scomparso, si misura in un angolo oscuro e suggestivo della Lucania sconosciuta, meta prelibata di viaggiatori sette-ottocenteschi, di studiosi, di fotografi, di registi, non è il caso di citare De Martino, Pasolini, Visconti, Gibson ed altri.

La festa della mietitura, così come si celebrava qui a Castelsaraceno, era intimamente connessa con la mitologia e la religione magica. Ho riportato soltanto alcuni aspetti di quel millenario patrimonio nascosto ed inedito della civiltà contadina. La motivazione principale della sua dispersione è ravvisabile principalmente nella discontinuità della tradizione orale delle nuove generazioni, sempre prese da quella corsa verso il vuoto del mondo contemporaneo e dalla incapacità di fondo nel saper codificare ed attualizzare quei temi ancestrali ma sempre vivi nella nostra coscienza collettiva. La Chiesa cattolica per millenni però non è riuscita a distruggere gli antichi riti e le antiche credenze, anzi in un continuo processo di adattamento e di assimilazione li ha inglobati ed intelligentemente trasformati: fino ad un quarantennio fa esisteva ancora nelle nostre terre questa religione sotterranea, che affondava le sue radici nel paganesimo antico; le sue tracce saranno indelebili nel tempo e le si riscoprono talvolta nelle denominazioni toponomastiche e rurali. Ma il distacco dalla terra e dal mondo agro-silvo-pastorale della nostra realtà, oggi non consente più di farci proprio quel panteismo ilezoico ed ilemorfico dei coltivatori, seppure ancora fino agli anni ’80 i braccianti castellani buttavano il grano in segno di acclamazione ai candidati socialisti della Spiga.

Nel contesto che si dispiega tra le pagine sulla magia del grano è di particolare interesse invero il legame che può riscontrarsi tra di questa ed un altro inestricabile mito, quello delle sette sorelle, ovvero dei sette santuari mariani, meta di pellegrinaggi ancestrali. C’è la scuola antropologica dell’Università di Salerno che da tempo si sta interessando a questa peculiarità, ricca di spunti e di filoni per la ricerca, e mi riferisco all’illustre guida del Prof. P. Apolito, cui va il mio più profondo senso di riconoscimento da umillimo filosofuccio qual sono.

L’accentuazione del male da un lato e del lieto fine delle fiabe contadine dall’altro ci presenta e ci indica l’orma indelebile dell’uomo mimico, legato al mondo naturale, alla magia ed al contrasto tra culture opposte: pastori ed agricoltori. Noi attribuiamo questi caratteri a popoli ritenuti sottosviluppati od inciviliti ma non ci accorgiamo delle nostre stesse più profonde radici: esisteva un globalismo dei terricoli che non ha nulla da invidiare a quello moderno.

In ultima analisi vorrei sottolineare alcune tratti comuni, forse taciute nella relazione ma che si riallacciano alle riflessioni or ora esposte ed in particolare l’accenno, a mio parere opportuno ed indispensabile, va alle analogie della festa castellana con simili celebrazioni diffuse in tutto il mondo: ad esempio in Sicilia, in Romagna e nella Lomellina, anzi in alcuni posti sono state riscoperte come a Pietralunga, a Pisa, a Castelnuovo Valdichiana. Il mio auspicio è che anche qui si possa valorizzare questa festa e riportarla in auge. Ma il mio pensiero va soprattutto alle ricorrenze cristiane della mietitura in occasione della Pentecoste ed ancor di più alla festa ebraica di Savuòt, o quella siriaca di Tauz. Nel testo si è accentuato di più il possibile raccordo con le manifestazioni cerealicole dell’antichità classica in un continuo confronto con gli studi antropologici dei grandi che hanno ripercorso il cammino del grano dal neolitico ai nostri giorni. Gli esempi, anche della cultura moderna, non sono mancati, ma non sono tanti, giusto per non appesantire il risultato divulgativo della celebrazione storica di questa festa. Voglio ricordare, a proposito, che a Castelsaraceno ancora esiste una strada denominata “Via della Iurea” (Giudea), purtroppo non esistono fonti o documenti che attestino anche qui la presenza di colonie ebraiche, tanto meno si può azzardare un’ipotesi di correlazione tra la festa ebraica e quella pagana della mietitura qui celebrata.

Si tratta, come osserverebbe Jung, di un antichissimo archetipo, il quale risale allo stadio orale dell’umanità, alla sua infanzia mimica. E nell’ambito di questa psicologia collettiva la pulsione alimentare, legata al bisogno del cibo, è determinante.

Pochi, inoltre, sono gli studi antropologici locali effettuati sulla nostre tradizioni popolari, speriamo che si possa in un futuro prossimo accrescere questo filone con nuovi sforzi.

Un particolare riconoscimento va al Prof. Antonio Capizzi, alla cui scuola mi sono formato, innestandomi in quel canale antiunitario della filosofia storica, inaugurato dal suo Protagora2.

 

 

Vincenzo Capodiferro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Lo studio della magia del grano è ispirato all’antropologia filosofica di Antonio Capizzi di cui rimando a L’uomo a due anime. Dall’infanzia mimica, dalla comicità adolescenziale, al tragico come scelta adulta, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze) 1988.

2 E. Garin, La filosofia come sapere storico, Laterza, Bari 1990, p. 4. Tra gli studi locali di maggior interesse antropologico cito T. Armenti – I. Iannella, Nella magia della fede. La festa del Santo Patrono a Castelsaraceno, Edisud, Salerno 1996, sul rito della N’denna.

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